anteprima Accordo preliminare Serraj Haftar 03-05-2017

Ieri a Abu Dhabi si è svolto il tanto atteso, e più volte rimandato, incontro tra il Primo Ministro libico riconosciuto Serraj ed il Generale Haftar. Nessun comunicato è strato emesso dopo i colloqui, ma secondo alcune indiscrezioni sarebbe stato raggiunto un accordo preliminare comprendente, tra l'altro, la riduzione del Consiglio Presidenziale a 3 membri, la classificazione di alcune organizzazioni come terroristiche, lo scioglimento delle milizie e il rifiuto dell'accordo sui migranti con Italia ed UE. In particolare, la parte più importante dell'accordo sarebbe quella riguardante il Consiglio Presidenziale che verrebbe formato da un Presidente, dal leader della Camera dei Rappresentanti di Tobruk e dal Comandante Generale delle Forze Armate libiche. A ciò bisogna aggiungere l'intesa per la cancellazione dell'Art.8 del Libyan Political Agreement di Skirat che garantiva al Presidente del Consiglio Presidenziale ampi poteri, a cominciare da quello di guida delle Forze Armate e di nomina del vertice del Servizio di Intelligence. In pratica, questa accordo preliminare farebbe proprie molte di quelle richieste da sempre formulate da Haftar. La prossima settimana dovrebbe esserci un nuovo incontro tra Serraj e Haftar al Cairo con la mediazione del Generale Al Sissi per trovare un'intesa definitiva, alla quale seguirebbero entro 6 mesi nuove elezioni.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima KALIBR per il refit della KUZNETSOV 02-05-2017

Dopo la tanto discussa crociera mediterranea (novembre 2016 - gennaio 2017) e la partecipazione diretta alle operazioni militari nel teatro siriano, (420 sortite, di cui 117 notturne, 1.252 obiettivi colpiti e 2 aerei – un MiG-29KR ed un Su-33 - precipitati in mare), l’incrociatore-portaeromobili russo ADMIRAL KUZNETSOV si appresta a sottoporsi ad un esteso programma di ammodernamento.

a cura di Andrea Mottola
anteprima La minaccia delle mine navali e l'Italia 28-04-2017

Nel suo rapporto del mese di marzo, il Worldwide Threat of Shipping (WTS) dell’Office of Naval Intelligence Americano ha riportato come causa dell’affondamento di una motovedetta yemenita che pattugliava le acque territoriali del Mar Rosso meridionale in vicinanza del porto di Al Mukha l'11 marzo scorso (affondamento costato 8 vite umane ed il ferimento di altri 8 membri dell’equipaggio), l’esplosione di una mina navale. Una tale evenienza, probabilmente innescata dalla disponibilità sul mercato nero internazionale delle armi di un'ingente quantità di ordigni subacquei di origine, probabilmente, ex-sovietica, dovrebbe far suonare numerosi campanelli d’allarme. In particolare per l'Italia. L'economia italiana si basa per larga parte sul commercio via mare. L’import di materie prime e fonti energetiche, il nostro export di manufatti nel mercato mondiale, usano le "autostrade del mare" per raggiungerci e raggiungere i nostri clienti in tutto il mondo. Appare sicuramente non secondario l’effetto che anche solo la minaccia remota di un affondamento di una nave mercantile, o peggio ancora di uno di quei tanti resort galleggianti, le navi da crociera, veri e propri grattacieli del mare che solcano i nostri mari zeppi di turisti e che entrano ed escono dai nostri porti portandoci ricchezza, potrebbe provocare su un'economia ancora debole e che stenta a riprendersi come quella italiana. L’allarme in proposito appare vieppiù da tutti i nostri politici sicuramente e incoscientemente  trascurato. Basterebbe leggere cosa cita il United Kingdom Marine Trade Operations (UKMTO) a proposito del triste evento yemenita per rendersene conto. “I comandanti delle navi dovrebbero tener conto di incrementare la vigilanza, mantenere la maggiore distanza dalle coste dello Yemen, transitare lo stretto di Bab el Mandeb durante il giorno (per avere maggiori possibilità di vedere eventuali mine alla deriva) e tenersi il più possibile ad ovest delle acque potenzialmente minate”. Accadesse da noi una cosa del genere chi si imbarcherebbe più su una nave da crociera?  Quanto aumenterebbero i costi e le assicurazioni per le navi mercantili in ingresso ed uscita dai nostri porti? Quanto sarebbe il ricarico sul cittadino? Quanto ci costerebbe in più un pieno di benzina, ma soprattutto, quanto meno competitivi sarebbero i prezzi dei nostri prodotti da esportazione? Sarebbe un danno economico incalcolabile e soprattutto una limitazione fortissima della nostra libertà. Non bisogna essere degli illuminati o degli specialisti del settore per comprenderlo. Come è facile del resto anche comprendere che basterebbe dichiarare di aver posato delle mine rudimentali (come quelle viste in Yemen) davanti al porto di Trieste o Genova per creare panico e l'inevitabile chiusura del porto anche solo per poche ore. La stessa Marina degli Stati Uniti ha dichiarato che la mina navale è stata sempre nella storia quell’arma silenziosa, subdola e tipicamente “asimmetrica” che ha procurato i maggiori danni alla sua flotta. Ben più di missili, siluri e cannonate.. in tutti conflitti! La stessa cavalcata nel deserto del Generale Schwarzkopf, durante la Guerra del Golfo, fu decisa perché la “porta del mare” era chiusa. Prima dell’attacco decisivo alle forze di Saddam Hussein ben 2 navi da guerra americane rischiarono di affondare per colpa di mine posate nelle acque del Kuwait. Il famoso Generale pensò bene allora di affrontare una campagna più lunga e dispendiosa che però lo avrebbe messo al sicuro dagli spettri di una figuraccia globale. Bene, in questo quadro non sicuramente immaginato a tinte fosche, ma reale, presente, attuabilissimo...cosa ci difende da questa sicuramente non spettacolare, ma efficacissima, minaccia? Ben poco. Dopo anni in cui le navi della Marina Militare idonee per pulire il mare dagli ordigni bellici si contavano a decine (anche a centinaia dopo il secondo conflitto mondiale), oggi, per tenere puliti i nostri mari, i nostri 8.000 chilometri di coste abbiamo… una decina di cacciamine. E pensare che la nostra Marina dette il là negli anni 80 ad un programma di costruzione di navi dedicate a questo scopo, che portano ancora oggi, ormai invecchiate e apparentemente non più così efficaci, i nomi di idilliaci borghi marinari (Lerici, Viareggio, Chioggia, Rimini). E il bello è che queste navi rappresentavano e rappresentano tuttora un vanto della cantieristica nazionale nel mondo. Basti pensare che anche la US Navy ne acquistò il progetto, costruendone 12 esemplari su licenza. Sembra incredibile, ma la Marina Americana ha comprato navi dall’Italia. Gli stessi cantieri nazionali hanno venduto navi del genere in tutto il mondo - navi che prendono riferimento ancora da quel fortunatissimo ed efficace progetto – non ultima all'Algeria. Anche se può essere impopolare parlare di costruzioni di navi militari, penso che tutti noi si  possa essere d’accordo che lo strumento di cui l'Italia si dovrebbe dotare per una difesa credibile, bilanciata ed efficace sia da inquadrare in un mix di capacità sostenibili che prima di tutto difenda veramente gli interessi della Nazione. Una sapiente miscela di tecnologia, conoscenza ed esperienza che, promuovendo nuovamente l’industria nazionale anche all’estero, dia lavoro stabile e solidità al comparto e  che soprattutto non lasci dietro di sé delle lacune rischiose come quella che si sta generando nel settore della difesa dalle mine navali con l’invecchiamento ormai conclamato della linea operativa specialistica della Marina Militare. Purtroppo lo stesso progetto del nuovo COV (Cacciamine Oceanico Veloce, di cui RID vi ha parlato in anteprima) si sta arenando per mancanza di fondi, ma almeno si dovrebbe portare avanti la fase progettuale.

a cura di Marco Lupi
anteprima Tiflis 2017 per formare cultura dell'emergenza 28-04-2017

Nei giorni 26 e 27 aprile, si è svolta a Bari la “Tiflis 2017”. L'esercitazione prevedeva un brusco peggioramento delle condizioni meteo ed il verificarsi di una serie di emergenze causate dalle grandi piogge. E’ stato necessario sfollare centinaia di cittadini, costituire un campo tende presso l’Aeroporto Militare di Bari Palese, soccorrere, in pieno centro, i passeggeri di un bus ribaltatosi a seguito dell’apertura di una voragine nel manto stradale, evacuare una Scuola Superiore ed intervenire, per il crollo di una palazzina abitata. A “latere”, è stata svolta nei mesi di marzo/aprile un’opera di formazione e sensibilizzazione nelle Scuole Superiori sui temi della sicurezza e della prevenzione che è servita ad impegnare, concretamente, i ragazzi nella sperimentazione delle lezioni apprese durante i giorni dell’esercitazione. Infatti, circa 200 studenti, scelti tra le quinte classi degli Istituti Superiori “Euclide” (Liceo Scientifico), “Socrate” (Liceo Classico), “Salvemini” (Istituto Tecnico Aeronautico), dopo il periodo di formazione in aula, hanno partecipato all’esercitazione in maniera “attiva”, prendendo parte alle fasi di soccorso ed in maniera “passiva”, simulando di essere feriti o sfollati. 


Leggi la notizia completa sul sito dell'Aeronautica Militare

a cura di Ufficio Pubblica Informazione
anteprima Lo USS MICHIGAN minaccia la Corea del Nord 27-04-2017

Nei giorni scorsi ha destato vasta eco l'arrivo nel porto sudcoreano di Busan del sottomarino americano a propulsione nucleare tipo SSGN USS MICHIGAN. La stampa mondiale ha dato grande risalto alla notizia, evidentemente sulla base dell'interesse del Pentagono a volerla rendere pubblica segnalandone le possibili conseguenze all'avevrsario locale. Lo USS MICHIGAN è uno dei 4 sottomarini lanciamissili balistici classe OHIO da quasi 19.000 t di dislocamento in immersione riconvertiti a partire dal 2006 in piattaforme per il lancio dei misisli da crociera TOMAHAWK e l'inserzione di forze speciali. In particoalre, con il mutamento degli scenari seguito alla fine della Guerra Ferdda ed i limiti imposti dai Trattati per il disarmo nucleare START, l'US Navy decise di modificare 4 dei 18 OHIO in servizio (anzichè radiarli) adottando 22 dei 24 pozzi per il lancio dei missili balistici intercontinentali TRIDENT II D5 al lancio dei missili da crociera TOMAHAWK mediante l’inserimento negli stessi pozzi di un apposito sistema a tamburo a 7 celle (Multiple All-up round Canister, MAC), per un totale di ben 154 TOMAHAWK. I restanti 2 pozzi, invece, sono stati modificati per permettere l’inserzione di nuclei di Navy Seal e di UUV (Unmanned Underwater Vehicle). Secondo fonti di RID, un OHIO riconvertito come lo USS MICHIGAN può trasportare fino ad una settantina di operatori delle forze speciali. Per il loro rilascio viene utilizzato un Dry Dock Shelter (DDS), ovvero un modulo montabile sul dorso del battello dietro la vela, collegato ai 2 pozzi attraverso i quali gli operatori entrano, appunto, nel DDS. Una volta all’interno del DDS, poi, gli operatori fuoriescono utilizzando dei Combat Rubber Raiding Craft (CRRC), gommoni gonfiabili, o l’SDV (SEAL Delivery Vehicle) Mark 8. Quest’ultimo è un mini-sommergibile lungo 11,7 m e pesante 30 t, capace di trasportare, oltre a conduttore e navigatore, un team di 6 operatori. Il MICHIGAN, dunque, rappresenta una minaccia molto significativa per la Corea del Nord e le sue difese.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Cina vara prima portaerei di produzione domestica 26-04-2017

Mentre nel Mar del Giappone sembra essere finito lo strano balletto attorno all’invio della portaerei americana VINSON in chiave anti-nordcoreana, giunta finalmente in area operativa, inizia a solcare le acque del Mar Cinese la seconda portaerei di Pechino, varata ieri nel cantiere di Dalian. Si tratta della prima portaerei ad essere costruita localmente, considerando che la LIAONING è il frutto della ricostruzione (effettuata tra 2005 e 2012, sempre a Dalian) della ex portaerei sovietica VARYAG, gemella della KUZNETSOV, ma rimasta incompleta dopo il crollo dell’URSS. La nuova unità, ribattezzata SHANDONG (e classificata come Type-001A), rappresenta una rielaborazione della LIAONING (Type-001), ma con una serie di modifiche migliorative, rispetto soprattutto agli spazi destinati al personale, e agli aeromobili imbarcati. Le dimensioni generali della SHANDONG non divergono molto da quella del modello cui si ispira. Il ponte di volo è lungo 300 metri e largo 70, all’incirca come sulla LIAONING, e il dislocamento potrebbe essere leggermente superiore (oltre 65.000 t a pieno carico, contro 59.000 tonnellate, ma si tratta in ambo i casi di stime). Risulta più piccola e compatta l’isola, e meglio posizionati i sistemi d’arma e i sensori, più avanzati rispetto a quelli imbarcati sulla portaerei prototipica, eliminando ad esempio i CIWS poppieri, lasciando più spazio per la movimentazione degli aerei sul ponte di volo, che dispone di uno ski-jump con inclinazione modificata, di 12° contro i 14° di quello che caratterizza la sezione prodiera dell’ex VARYAG. Soprattutto l’hangar è stato ampliato, e questo, assieme all’eliminazione delle piazzole per i CIWS, permetterà di ricoverare fino a 4 aerei in più – a seconda dei modelli, per ora solo il caccia pesante J-15, versione indigena del russo Su-33 - toccando quota 26/28, cui vanno aggiunti 12 elicotteri, 4 dei quali AEW. Come accennato, anche armi e sensori presentato sensibili differenze, rispetto alla portaerei ex russa ricostruita. Per quanto riguarda la sensoristica, l’apparato principale è il radar a 4 facce fisse planari Type-346 STAR OF THE SEA (DRAGON EYE per la NATO) già adottato sui cacciatorpediniere Type-052C e D, mentre quello di scoperta aeronavale dovrebbe essere il Type-382, derivato dallo MR-710 FREGAT russo, che però ancora non è stato installato come si può vedere dalle foto del varo. La difesa antiaerea di punto è invece affidata a 4 complessi inclinati brandeggiabili a 18 celle per missili sup/aria HQ-10 (difesa di punto, o FL-3000N). L’apparato propulsivo è invece sostanzialmente identico a quello della LIAONING ed è incentrato su caldaie a nafta e 4 turbine a vapore da 200.000 cavalli di potenza, che sulla LIAONING garantiscono una velocità di 32 nodi e un’autonomia di 4.400 miglia. Prestazioni simili sono previste sulla SHANDONG, con forse la perdita di un nodo di velocità, e una maggiore autonomia, se come sembra sono stati ampliati i serbatoi. Dopo il varo, la SHANDONG, che dalle foto appare in uno stato di avanzato approntamento, inizierà collaudi e prove in mare: la nave potrebbe essere consegnata nel 2019, anche se per la sua operatività (ancora non è chiaro se sarà assegnata alla Flotta Settentrionale, che opera in Mar Giallo, o alla Flotta Orientale schierata nel Mar Cinese Orientale) si parla del 2020. Il varo permetterà di impostare sullo scalo di Dalian la seconda unità Type-001A prevista (probabilmente con alcune modifiche, tanto da far parlare di una Type-003), mentre nei cantieri Jiangnan, a Shanghai, è in costruzione la prima di 2 Type-002, che si presenta come una quasi super-carrier da almeno 75-80.000 tonnellate, con propulsione nucleare, catapulte a induzione elettromagnetica EMALS, e configurazione tradizionale CATOBAR, da completarsi entro il 2025. L’obbiettivo sarebbe quello di schierare attorno al 2030 almeno 4 portaerei, di 2 coppie similari – benché con ampie modifiche sulla seconda unità della coppia – quali ammiraglie di altrettanti gruppi di battaglia aeronavali, con la LIAONING relegata a compiti addestrativi, e nave-comando per le forze di riserva e di seconda linea. Un passo importante, quindi, il varo della SHANDONG, che arriva nel pieno della crisi coreana, che vede la Cina stretta tra la necessità di difendere il suo cortile di casa, mantenendo il controllo sulla Corea del Nord, e di riportare a più miti consigli il giovane Kim Jong-un, alleato sempre più riottoso, ma senza perdere la faccia con gli Stati Uniti. Che possono “perdersi” una portaerei, ma non certo la supremazia navale in uno scacchiere sempre più vitale. E caldo.

a cura di Giuliano Da Frè
anteprima Quale futuro per l'Afghanistan? 24-04-2017

L'Afghanistan si sta apprestando ad entrare in una stagione cruciale per la sua storia recente. I Talebani hanno già avviato la tradizionale offensiva di primavera e le ANDSF (Afghan National Defence and Security Forces) hanno ormai assunto pienamente in proprio le operazioni di contrasto all'insorgenza. "Il 2016 è stato l’anno più impegnativo per l'ANA (Afghan National Army)", ci dice il Comandante del JFC di Brunssum (Comando dal quale dipende la missione NATO in Afghanistan RESOLUTE SUPPORT), Generale Salvatore Farina, "per il semplice fatto che dopo la fine di ISAF e l'avvio di RESOLUTE SUPPORT è stato in pratica il primo anno in cui l'Esercito Afghano ha condotto in proprio la guerra ai Talebani ed al terrorismo". RESOLUTE SUPPORT ha, infatti, l'esclusivo compito di addestrare e formare il personale delle ANDSF (Afghan National Defence and Security Forces) e fornire assistenza sopratutto in termini di training e pianificazione. Un'opera fondamentale considerando che a queste latitudini la cultura e la pratica della pianificazione non sono così...diffuse. La NATO, pertanto, fornisce un supporto prezioso alle Forze Afghane, senza il quale il loro sforzo bellico sarebbe scoordinato e improduttivo e lasciato all’improvvisazione. Chi, invece, fornisce supporto combat alle forze locali è la missione americana FREEDOM SENTINEL. La missione, lanciata dall'Amministrazione Obama nel 2015, ha il compito di fornire il supporto aereo ravvicinato alle forze governative e colpire obbiettivi ad alto contenuto strategico legati alla filiera talebana e terrorista per ottenere quelli che nel gergo della stessa missione si chiamano gli "strategic effects". I risultati ottenuti da FREEDOM SENTINEL sono stati, e sono, molto importanti. Oltre ai diversi esponenti di alto rango delle forze anti-governative neutralizzati, la missione americana in più di un'occasione ha permesso di evitare il peggio e che anche centri importanti come, per esempio, Laskar Gah, cadessero nelle mani degli Studenti coranici oppure ha permesso alle forze locali di riprendere Kunduz dopo che questa era caduta nella mani dei Talebani nell'ottobre 2015. Ne sa qualcosa anche la locale sezione dell’IS, ovvero lo Stato Islamico nella Provincia del Khorasan, insediata soprattutto nella provincia di Nangarhar, nell’est del Paese, che con i colpi ricevuti da FREEDOM SENTINEL, e dalle forze afghane, ha visto nell’ultimo anno i suoi ranghi ridursi da circa 2.000 a meno di un migliaio di uomini. Anche perché, come ci spiega sempre il Generale Farina “sono gli stessi Talebani ad avere pessimi rapporti con IS ed a contrastare la sua presenza” rendendo le prospettive di reclutamento nella fila dell’IS poco attrattive. Tornando alle ANDSF, oggi l'ANA ha un organico di 130.000-140.000 unità, ma, come ci spiega sempre il Generale Farina, "ne occorrerebbero di più". L'attrito e le diserzioni non hanno mai, almeno fino a questo momento, permesso di raggiungere numeri più importanti e cospicui. La componente più efficiente, che non a caso è quella più motivata e più pagata, è costituita dalle forze speciali raggruppate in 3 Brigate Commando. Si tratta in pratica di unità di fanteria leggera d'assalto e di QRF (Quick Reaction Force) che in questi anni hanno ottenuto eccellenti risultati contro gli elementi anti-governativi, a prezzo, però, di un super-utilizzo e di un alto livello di usura. Per questa ragione, la road map quadriennale lanciata di recente dal Presidente Ashraf Ghani punta ad incrementare il numero delle Commando Brigade a 5 e ad aumentare così la forza d'urto e la massa critica nella lotta all'insorgenza. Un altro cambiamento che la stessa road map prevede di introdurre è il trasferimento di una parte dell'ANP (Afghan National Police) – che in questi anni ha pagato un contributo altissimo nella lotta all'insorgenza – sotto il Ministero della Difesa costituendo in questo modo una forza di polizia a statuto militare. Un passaggio che potrebbe incrementare la capacità delle forze governative sul terreno, mentre finora molto spesso gli isolati avamposti dell'ANP sono stati la preda preferita dei Talebani. A questa proposta bisogna aggiungere quella formulata dallo stesso JFC di Brunssum di trasformazione radicale del Ministero degli Interni per renderlo più efficiente e capace di garantire l'ordine, la sicurezza ed il rispetto della legge. Nell'ambito delle ANDSF, un ruolo sempre più importante è quello giocato dall'Aeronautica Afghana che da metà 2016 svolge sempre più frequentemente diverse tipologie di missioni in proprio tanto che oggi le forze aeree afghane conducono in media più missioni CAS (Close Air Support) degli USA. "Prima che l'Aeronautica Afghana vada a regime, però, occorreranno altri 5-6 anni", ci dice sempre il Generale Farina. Oggi sono già stati formati una quindicina di equipaggi per gli elicotteri leggeri da ricognizione armata MD-530F, su un totale già consegnato di 27 macchine, mentre sono già in servizio 8 A-29 SUPER TUCANO ed a fine marzo ne sono stati ricevuti altri 4. Il SUPER TUCANO è stato impiegato per la prima volta in missione ad aprile 2016 e da allora si è rivelato utilissimo contro gli insorti impiegando le mitragliatrici in pod da 12,7 mm, una per ciascuna semiala, il cannone da 20 mm in pod ventrale e le razziere da 70 mm. I piloti vengono formati presso la base dell’USAF di Moody in Georgia. Altrettanto utili si stanno dimostrando anche gli MD-350 F, equipaggiati con 2 pod agli sponsor per mitragliatrici da 12,7 mm o con razziere da 70 mm. Detto ciò, il supporto aereo – elicotteristico e ad ala fissa – è fondamentale nelle operazioni di contrasto all'insorgenza come ha dimostrato l'esperienza di ISAF e sta dimostrando ancora FREEDOM SENTINEL. Per questo, prima gli Afghani diventano autonomi in questo settore meglio è, e prima, bisogna aggiungere, si potrà iniziare a parlare di disingaggio militare della coalizione internazionale dal Paese. Da questo punto di vista, molto dipenderà dalla congiuntura politica e strategica e da come evolverà il processo di pace. Dei timidi segnali positivi si sono visti negli ultimi tempi, come, per esempio, l’accordo sottoscritto a settembre 2016 con l'Hezb e-Islami di Gulbudin Hekmatyar, storico gruppo dell'insorgenza e tradizionale bastione antigovernativo nell'est del Paese e nell'area di Kabul. “In realtà”, come sottolinea il Generale Farina, “si tratta di una accordo preliminare o di un pre-accordo” e alcune parti di esso devono ancora essere implementate, mentre Hekmatyar continua ad essere uccel di bosco ed un fantasma che non intende materializzarsi a Kabul (presumibilmente per ragioni di sicurezza visto che il “Macellaio di Kabul” ha diversi nemici nella capitale e non solo...). L'obbiettivo di fondo, tuttavia, deve essere oggi più che mai coinvolgere gli stessi Talebani nel processo di pace. Si tratterebbe veramente di un "game changer", osserva il Generale Farina e dell'unico fattore che potrebbe realmente portare alla pace per il Paese. "I Talebani cercano di arrivare al tavolo della pace da una posizione di forza per ottenere maggiori concessioni. L'obbiettivo della NATO e della comunità internazionale è far capire loro che questa posizione di forza non può essere conseguita e che la continua situazione di stallo sul terreno, con il controllo di molte aree che cambia continuamente tra le parti in causa, non giova a nessuno, soprattutto agli stessi Talebani, e che quindi non vi può essere nessuna credibile alternativa ad un accordo di pace con il Governo legittimo". E' chiaro che questo obbiettivo sarà raggiungibile solo se i Paesi vicini non ostacoleranno, come in alcuni casi è stato fatto finora, le trattative tra le 2 parti. "Occorre la buona volontà di tutti", ripete sempre il Generale Farina, partendo dal fatto che "oggi l'Afghanistan ha una prospettiva di progresso sociale ed economico che prima non aveva e ciò è da ascrivere anche all’intervento della NATO e internazionale. La stessa prospettiva di sviluppo è condivisa anche da alcuni settori dell'economia, mentre anche la condizione della donna è nettamente migliorata e l'energia e l'illuminazione elettrica stanno raggiungendo sempre maggiori fasce di popolazione". In definitiva, conclude il Generale Farina: “un Afghanistan più sicuro e prospero non solo porterà maggiore stabilità per tutta la regione, ma eviterà al tempo stesso che quel Paese torni ad essere un “safe heaven” per il terrorismo globale e scongiurerà nuove ondate migratorie di milioni di persone verso i Paesi più evoluti”.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima La Russia rafforza la Task Force aerea in Siria 24-04-2017

Altri 4 cacciabombardieri Su-34 sono andati a rafforzare la TAsk Force aerea russa in Siria rischierata presso la base di Jabelh (Latakia). I velivoli, arrivati a Jableh nelle ultime ore, hanno effettuato il volo di trasferimento come di consueto assieme ad un Tu-154, impiegato per trasportare parte del personale di volo e, sopratutto, per nascondere alla rilevazione radar americana nell’area il volo degli aerei da guerra. Presumibilmente, i velivoli dovranno rimpiazzare in parte gli aerei persi dall’Aeronautica Siriana nel raid contro la base di Shayrat e saranno impiegati soprattutto sul fronte di Hama per appoggiare la controffensiva dei lealisti che negli ultimi giorni hanno occupato la strategica cittadina di Halfaya e diversi villaggi nell’area scacciandone in ribelli qaedisti di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS)  e delle locali diramazioni del Free Syrian Army. Con l’arrivo di questi 4 Su-34, la Task Force aerea russa in Siria conta 12 Su-34, 4 caccia multiruolo pesanti Su-30 SM, 4 caccia multiruolo pesanti e super-manovranti Su-35S, 12 bombardieri tattici Su-24 M2 e 4 velivoli d’attacco al suolo e per il supporto aereo ravvicinato Su-25SM.

a cura di Redazione
anteprima TFA-Kuwait: 2000 ore di volo per gli AMX 24-04-2017

Con una cerimonia, alla presenza del Comandante del IT NCC AIR KUWAIT e di una rappresentanza del personale straniero della coalizione, si è celebrato l'importante traguardo delle 2000 ore di volo in Teatro operativo degli AMX del Task Group Black Cats.

Nel complimentarsi con il personale, il Comandante ha dichiarato: "Bravi tutti. Questi importanti traguardi operativi si raggiungono solo attraverso il lavoro quotidiano di una compagine coesa ed all'avanguardia, capace di assolvere a numerosi compiti. L'opportunità data di portare conforto a popolazioni in sofferenza e di salvare vite umane è per noi estremamente importante e ci ripaga del fatto di operare lontano dalle nostre famiglie".

 

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a cura di
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