Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima Terremoto geopolitico nel Golfo 05-06-2017

Con una mossa senza precedenti, Arabia Saudita, Egitto, EAU e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar chiudendo le frontiere – terrestri, marittime ed aeree – con il piccolo Emirato e cacciandolo dalla colazione che combatte in Yemen contro l'alleanza tra i ribelli Houthi filo-iraniani e le forze fedeli all'ex Presidente Saleh. L'accusa mossa al Qatar è di supportare Al Qaeda, i Fratelli Musulmani e, più recentemente, anche gurppi filo-iraniani. All'iniziativa di Riad e Abu Dhabi si sono immediatamente accodati il Bahrein – dal 2011 un protettorato di fatto dell'Arabia Saudita – e l'Egitto di Al Sissi, che finanzia le sue commesse militari con i petrodollari soprattutto emiratini. Si tratta di una crisi senza precedenti che scuote il Golfo, ed il Gulf Cooperation Council (GCC), e, più in generale, tutto il Medio Oriente. In realtà, un precedente c'era stato già nel 2014-2015 quando Arabia Saudita e EAU richiamarono gli ambasciatori in Qatar congelando le relazioni con Doha. Allora, l'accusa era ancor più circostanziata: il supporto del Qatar alla Fratellanza Musulmana, nemico giurato dei Saud (per via della presunzione della Fratellanza Musulmana di governare in nome dell'Islam politico per via elettorale, mentre i Saud hanno la stessa presunzione, ma lo fanno per via ereditaria). La crisi fu risolta grazie al nuovo Re saudita Salman che raggiunse un compromesso con Doha – ed Ankara (altro grande sponsor dei Fratelli) - finalizzato a mettere d'accordo i rispettivi clienti in Siria creando un fronte unico per cacciare Assad. Un'alleanza tattica naufragata sullo stesso terreno siriano per effetto dell'intervento di Mosca. Oggi, con Assad saldamente in sella, e la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Russia, le ragioni che tenevano legata questa cordata di comodo vengono meno e le vecchie contraddizioni riemergono con grande virulenza. Il Qatar, assieme alla Turchia, è il principale sponsor della Fratellanza Musulmana in tutto il Medio Oriente: dalla già citata Siria, fino alla Libia, dove Ankara e Doha sostengono il Consiglio Presidenziale di Serraj, mentre Sauditi, e soprattutto, Emiratini sostengono Haftar assieme all'Egitto. La Turchia, inoltre, ha già aperto una base militare in Qatar e presto verrà stabilito anche un comando divisionale congiunto a Doha. Ai capicordata sauditi, probabilmente, non è piaciuto nemmeno il compromesso sulla Siria tra Putin e Erdogan (e, ovviamente, Khamenei...) che ha portato ai colloqui di Astana che per la parte ribelle vedono protagonisti, appunto, alcune delle fazioni del Free Syrian Army vicine alla Fratellanza Musulmana. Un compromesso che, nei fatti, legittima Assad. Soprattutto, ai Sauditi non sono mai piaciute le "relazioni normali” che il Qatar tradizionalmente intrattiene con l’Iran: relazioni basate su solidi interessi economici comuni, a cominciare dalla sfruttamento congiunto del giacimento gasifero di South Pars/North Dome, il più grande del mondo.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima NATO e Mediterraneo, comporre i pezzi del puzzle 10-03-2017

Il proseguire degli scontri in Libia tra Haftar e altre milizie, nonché la debolezza del Governo Serraj, ognuno con i suoi protettori e nemici tra gli Stati nord africani, medio orientali e occidentali. Il contingente dei Marines recentemente dispiegato nelle operazioni in Siria contro lo Stato Islamico. Il flusso di migranti e profughi verso l’Europa che nel 2016 ha segnato, secondo i dati ONU, 181.405 sbarchi in Italia e 173.447 in Grecia, per un totale di oltre 350.000 ingressi. L’avvertimento degli esponenti dell’Amministrazione Trump agli alleati NATO sulla spesa per la Difesa, con la soglia del 2%, e sul fatto che gli Stati Uniti rivedranno i loro impegni nella sicurezza europea di conseguenza. La spinta da parte di diversi stati membri, al di qua e al di là dell’Atlantico, perché l’Alleanza Atlantica si occupi maggiormente di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamica. La decisione di stabilire a Napoli un “hub” della NATO per il “fianco sud”, che si occupi in primo luogo di intelligence a a

a cura di Alessandro Marrone*
anteprima Libia: falliti i colloqui in Egitto 15-02-2017

I colloqui svoltisi in questi giorni al Cairo tra il Generale Haftar e il Premier libico Serraj sono falliti. Già ieri sera Serraj è rientrato a Tripoli. Nonostante le pressioni e la mediazione del Generale Al Sissi, le 2 parti non sono riuscite a trovare un accordo. Il nodo resta sempre il ruolo del Generale Haftar in una possibile architettura istituzionale della Libia di domani. Sul tavolo c'era la proposta di una Presidenza a 3 con un governo separato e la posizione di Comandante in Capo delle Forze Armate libiche da ricoprire in maniera congiunta dai capi di Consiglio Presidenziale, Consiglio di Stato e Parlamento di Tobruk. Tale proposta è stata accompagnata dalla previsione di un Consiglio Militare Supremo presumibilmente guidato dal Generale Haftar. Ma quest’ultimo pare non volesse arretrare di un centimetro dalla sua posizione, ovvero quella di voler guidare un futuro, ma alquanto improbabile, Esercito Libico unitario. L'unico punto su cui le 2 parti sembrano essere state d'accordo è la costituzione di una commissione congiunta per emendare l'LPA (Lybian Political Agreement) di Skirat. E, forse, da qui potrebbe ripartire il (finto) dialogo. In realtà, al di là dei tecnicismi istituzionali, questi colloqui partivano sin da subito con diversi handicap. Il primo, l'enorme distanza che separa Haftar dai Misuratini che appoggiano Serraj e la reciproca indisponibilità a riconoscersi come interlocutori. O se vogliamo, la distanza che ancora c’è tra i laici che sostengono Haftar e la Fratellanza Musulmana libica. Il secondo handicap è che il padrone di casa, il Generale Al Sissi, più che un mediatore, o un arbitro, è un giocatore che gioca in uno dei 2 campi, ovvero in quello di Haftar. Certo, Al Sissi adesso può dire, soprattutto all'ONU, di averci provato, ma che la tradizionale faziosità libica ha ancora una volta prevalso. Colloqui di immagine, dunque, con sullo sfondo la sostanza di una Libia sempre più divisa e somalizzata.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Donbas, una tregua molto fragile 16-01-2017

Nel 2017 l’Ucraina è entrata nel suo terzo anno conflitto, chiamato comunemente guerra civile in Russia, Guerra del Donbas (Donetskiy bassein, bacino di Donetsk) dalla maggioranza della comunità internazionale o Guerra russo-ucraina dal Governo di Kiev. Poco prima dell’ingresso del nuovo anno, precisamente a dicembre 2016, le autorità ucraine hanno ufficializzato il bilancio dei combattimenti nel 2016, pari a circa 225 morti e 300 feriti tra militari e popolazione civile. Simili dati permettono di aggiornare a circa 9.700 vittime il tragico bollettino del conflitto che attanaglia il Paese dal 2014

a cura di Marco Basilio
anteprima Libia: si mette male 13-01-2017

La situazione in Libia continua ad aggravarsi. Ieri, milizie fedeli all'ex Premier tripolino Khalifa Ghwell hanno occupato alcuni uffici ministeriali mentre il Premier riconosciuto Serraj era al Cairo in visita al Presidente Al Sissi. La situazione è caotica e confusa e in serata il neo ambasciatore italiano a Tripoli, Giuseppe Perrone, ha minimizzato l'accaduto escludendo ogni ipotesi di golpe o di colpo di mano. In realtà nella capitale regnano caos e confusione.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Si rafforza la cooperazione NATO-UE 07-12-2016

È stato approvato ieri pomeriggio durante la Ministeriale NATO il pacchetto comune di misure pratiche per rafforzare la cooperazione tra l'Unione Europea e la NATO. Partendo dalla dichiarazione UE-NATO firmata congiuntamente da Tusk, Juncker e Stoltenberg l'8 luglio 2016 al summit di Varsavia, sono state elaborate, e ora approvate, 40 proposte di azione pratica. Una parte significativa del documento, 10 punti in 4 campi di azione, è dedicata alla hybrid warfare, uno degli argomenti più caldi

a cura di Marco Giulio Barone
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