Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima Siria: siamo alla svolta? 28-06-2017

La guerra civile siriana, o, come l'abbiamo sempre chiamata su RID, la guerra mondiale siriana, sembra giunta ad una svolta. Il collasso della Stato Islamico, che sta perdendo la “capitale” Raqqa, ed arretrando ovunque nella Siria centro-orientale, dopo aver sostanzialmente perso tutta la fascia di confine con la Turchia nel nord della Siria, ha creato un vuoto che altri hanno subito riempito. Questo discorso vale per le forze governative, che hanno lanciato una grande offensiva verso il confine con l’Iraq, partendo dall’area di Homs e Palmira, per ricongiungersi con le Pupular Mobilzation Unit (ormai pienamente integrate nella struttura delle FA irachene), per i Curdi-siriani, che stanno sostenendo lo sforzo principale per la conquista di Raqqa, e per le forze filo-turche impegnate ad allargare la propria sfera di influenza nel nord della Siria per impedire la formazione di un’entità curda autonoma. In questa nuova fase della guerra civile siriana, si sono inseriti a pieno titolo anche gli Americani appoggiando in maniera massiccia l'offensiva arabo-curda su Raqqa e sostenendo i gruppi ribelli nel quadrante sud-orientale. Al di là della lotta all’IS, ormai sconfitto, l’obbiettivo di Washington è duplice. Da un lato, arginare le tensioni tra Curdi e Turchi nel nord della Siria, impedendo uno scontro aperto, dall’altro, ostacolare il più possibile il ricongiungimento tra governativi e PMU ed evitare che i primi occupino una fetta troppo ampia di confine tra Siria e Iraq. In entrambi i casi, gli Americani hanno di fronte difficoltà significative a fronte di un coinvolgimento sul terreno troppo limitato. E, se le tensioni tra Turchi e Curdi, sembrano ad un passo dall'escalation, i governativi sono ormai in possesso di quasi 100 chilometri di confine con l’Iraq. Sul fronte settentrionale la Turchia sembra pronta all’offensiva contro il cantone curdo-siriano di Afrin, dove negli ultimi giorni si sono registrati scambi di artiglieria e scontri regolari tra YPG e forze dell’FSA filo-Ankara. Dallo scorso 21 giugno, diversi veicoli turchi hanno attraversato il confine con la Siria dirigendosi verso Azaz, da cui potrebbe partire l’offensiva sulla vicina Afrin. Nell’area di Raqqa, invece, lo scorso 6 giugno è partita l’offensiva finale guidata dalle forze arabo-curde dell’YPG - sostenute dagli Stati Uniti - per la conquista della “capitale” del Daesh. Al momento la battaglia si sta portando verso la città vecchia, dove si stima la presenza di almeno 3.300 miliziani jihadisti. La direttrice principale dell’offensiva è quella proveniente da nord, in particolare dall’area nei pressi dell’ex base della 17ª Divisione dell’Esercito Siriano, ora divenuta centro di comando delle forze curde impegnate nell’offensiva. Le altre 2 direttrici sono quella proveniente da ovest (al-Jazrah, al-Qadisiyyah e Yarmouk, sedi di intensi combattimenti) e quella da est/nordest (Nazah, zona cimitero e zuccherificio). Più ad ovest, i governativi hanno ripreso il possesso della Piana di Maskanah, situata tra Raqqa ed Aleppo, area a cui non avevano accesso dai primi mesi del 2013. Da Maskanah i governativi hanno proseguito prima verso sud, prendendo il controllo sull’autostrada 42 che collega Ithriyah e la città archeologica di Resafa, per poi dirigersi ad est, proprio verso Resafa, ormai quasi liberata dalle forze del Daesh. Molto attivo, nelle ultime settimane, pure il fronte orientale. Lo scorso 31 maggio durante un raid aereo nella provincia di Deir Ezzor, gli Stati Uniti hanno eliminato il “Gran Mufti” del Califfato, Turki al Binali, la cui morte è stata confermata dagli stessi americani il 19 giugno. Ad esso, il 16 giugno, si è aggiunto Fawaz Muhammad Jubayr al Rawi, capo delle operazioni finanziarie del Daesh, anch’egli ucciso in seguito ad un raid americano nell’area di Deir Ezzor. Ma la situazione potenzialmente più esplosiva è quella al confine tra Iraq e Siria, dove nelle scorse settimane l’USAF ha abbattuto un cacciabombardiere siriano Su-22 e colpito colonne governative che si stavano avvicinando troppo al posto di confine di Al Tanf, dove SOF e consiglieri americani addestrano le forze ribelli. Oltre a quello di Al Tanf, gli Americani hanno creato un secondo avamposto ad al-Zquf, ad un centinaio di chilometri a nordest di Tanf e ad una ventina di chilometri a nord del confine con l’Iraq. L’intera area fa parte di una zona cuscinetto gestita dalle fazioni ribelli appartenenti a “pezzi” del Free Syrian Army, sostenute dagli Americani e dai Giordani, creata con l’evidente scopo di rompere la continuità strategica tra Iraq e Siria all’insegna dell’influenza iraniana. Tuttavia, più a nord, le forze governative (Esercito Siriano, Forze di Difesa Nazionale, Hezbollah e Liwa al-Quds) hanno conquistato grosse porzioni di territorio tra Palmira ed al Bawdah, verso il confine con l’Iraq. Proprio da al Bawdah, negli ultimi giorni è partita un’offensiva che mira alla riconquista del villaggio di Humaymah e della stazione di pompaggio del greggio T2, con annesso aeroporto, dalla quale verrebbe lanciata l’offensiva verso Al Bukamal, ancora in mano a IS, città ubicata a pochi chilometri dal confine con l’Iraq, la cui riconquista sarebbe possibile grazie alla contemporanea offensiva delle forze irachene provenienti da Al Qaim. Non lontano da Palmira, inoltre, in particolare nel villaggio di Arak, sede di un’importante stazione gassifera, si sono registrati pesanti scontri tra miliziani di Daesh e governativi. Questi ultimi, nel frattempo, hanno riconquistato il centro di pompaggio T-3, dopo il lancio, da parte dell’Iran, di 6 missili balistici tattici ZULFIQAR – versione potenziata del FATEH-110 - contro postazioni del “Califfato” situate nell’area di Palmira (e di Deir Ezzor). E’ verosimile ritenere che, una volta eliminate le resistenze del Daesh in tali aree, le forze pro Assad, provenienti da Al Bukamal e Palmira, possano convergere su Deir Ezzor per rompere l’assedio del “Califfato” contro la periferia orientale della città e riprendere il controllo sul lungo tratto autostradale che collega Homs con Deir Ezzor. Particolarmente caldo anche il fronte meridionale che, negli ultimi giorni, ha visto un progressivo coinvolgimento da parte di Israele. Tra il 23 ed il 26 giugno caccia ed elicotteri israeliani hanno effettuato diversi raid contro postazioni di artiglieria e veicoli corazzati dell’Esercito Siriano nella provincia di Quneitra, situata nella porzione di Golan sotto controllo di Damasco, in risposta a colpi d’artiglieria attribuiti da Tsahal agli stessi Siriani (ma sulla cui provenienza le fonti non concordano). Di sicuro, è un dato di fatto che gli Israeliani lavorino da tempo con alcune formazioni ribelli siriane attive nell'area del Golan (come documentiamo anche su RID 7/17). Proprio l’area di Quneitra è stata sede nelle ultime 2 settimane di pesanti scontri tra forze regolari e ribelli, soprattutto nei pressi di al-Baath e Khan Arnabeh. La prima, in particolare, una delle poche città della provincia ad essere rimasta sempre sotto il controllo dei governativi, ha subito un’offensiva su larga scala da parte da parte di Jaish Muhamad (Esercito di Maometto), una nuova formazione locale egemonizzata da elementi del gruppo qaedista Hayat Tahrir al-Sham (nuova denominazione di Jabhat al-Nusra). La conquista dei 2 centri viene vista dai ribelli come fondamentale per un’eventuale successiva offensiva verso nordest, nelle aree rurali che separano la zona dalla parte meridionale di Damasco. Ma Jaish Muhammad non è, tuttavia, ancora riuscito a penetrare le linee dei governativi. Il fronte più tranquillo sembra al momento essere quello di Idlib, dove i ribelli mantengono saldamente il controllo di tutto il governatorato, e dove sembra reggere il compromesso tra Russia e Turchia formalizzato nell’estate scorsa tra Putin e Erdogan.

a cura di Pietro Batacchi e Andrea Mottola
anteprima Il Pentagono approva la vendita di F-15QA al Qatar 15-06-2017

Nonostante le tensioni delle ultime settimane - derivanti dal sostegno dichiarato dal Presidente Trump all’iniziativa saudita volta all’isolamento diplomatico del Qatar per il suo supporto ad Al Qaeda, ai Fratelli Musulmani e, più recentemente, al non allineamento alla politica anti-iraniana dei sauditi - il Pentagono ha dato il via libera per l’acquisto da parte del piccolo emirato di 36 caccia multiruolo F-15QA per 12 miliardi di dollari (via FMS), numero dimezzato rispetto a quello approvato dal Congresso lo scorso novembre (72 F-15 per 21,1 miliardi). 

a cura di Andrea Mottola
anteprima Al Sissi colpisce duro in Libia (update) 29-05-2017

Nonostante le aspettative positive suscitate dall'incontro ad Abu Dhabi tra Haftar e Serraj del 2 maggio, in Libia stiamo assistendo ad una nuova e pericolosa escalation. La scintille che ha fatto riaccendere il conflitto su larga scala è stato il massacro della base di Brak Al-Shatti, nel Fezzan, dove il 18 maggio oltre 100 appartenenti alla forze fedeli ad Haftar sono stati uccisi – alcuni dei quali giustiziati – in un attacco condotto da unità appartenenti ad una milizia misuratina ed alla Benghazi Defence Brigade (la forza formata da elementi bengasini che hanno lasciato la città dopo la "vittoria" di Haftar e che risponde al Gran Mufti Ghariani). Dall'attacco ha preso le distanze il Consiglio Presidenziale, ma Serraj è stato costretto a sospendere il Ministro della Difesa Mahdi Al-Barghathi al quale, almeno formalmente, le milizie misuratine dovrebbero rispondere. Quell'episodio, condannato anche dalla comunità internazionale e dalla Lega Araba, ha riacceso le ostilità nel Fezzan tra le forze di Haftar e quella legate alle autorità di Tripoli, in particolare attorno alla strategica oasi di Jufra, controllata dai Misuratini con il supporto di elementi della BDB, che costituisce un crocevia fondamentale nella regione. Sabato 27 maggio, la stessa Jufra è stata attaccata da aerei dell'Aeronautica Egiziana che hanno condotto almeno 2 attacchi, uno la mattina ed uno la sera, colpendo postazioni, edifici e depositi. Altri raid sono stati condotti contro i vicini villaggi di Houn e Ueddan. Il giorno prima, sempre aerei egiziani avevano attaccato Derna e le posizioni della Shura dei Mujahedin locale – coalizione che comprende gruppi legati ad Al Qaeda ed alla Fratellanza Musulmana – per rappresaglia all'attacco di Minya, in Egitto, in cui miliziani jihadisti avevano uccisi 28 Cristiani copti. Secondo alcuni testimoni, Derna sarebbe stata attaccata anche stamattina. Secondo l'Egitto, infatti, una parte degli autori dell'attacco – che era stato al solito rivendicato da IS - avevano forti legami proprio con la città da sempre culla dell'integralismo libico. Il Consiglio Presidenziale di Serraj ha condannato duramente gli attacchi egiziani bollandoli come una violazione della sovranità libica, mentre il Parlamento di Tripoli ha, invece, espresso il suo supporto. Fatto sta che la situazione in Libia è tornata a farsi caldissima, mentre Serraj appare sempre più debole; incapace di controllare le stesse milizie che in teoria dovrebbero rispondere al suo governo e ormai sostanzialmente privo dell'appoggio della Casa Bianca, oggi preoccupata da tutt'altri dossier che non quello tripolino.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Vertice NATO: aggiornamenti 26-05-2017

 

Si è tenuto ieri 25 maggio il summit NATO che vede la partecipazione dei Capi di Stato e di Governo. La riunione si terrà al nuovo Quartier Generale e fa il punto sui lavori in corso ormai da un anno ma con attenzione particolare a due temi: l’incremento della presenza in Afghanistan e il burden sharing.

a cura di Marco Giulio Barone
anteprima Americani ed Inglesi anche nel sud della Siria 16-05-2017

Ormai da qualche tempo forze speciali americane ed inglesi – un contingente stimato in circa 150 uomini – operano nel sud della Siria assieme ai ribelli del Fronte Sud ed alle forze speciali giordane della 37ª Brigate Forze Speciali e della 28ª Brigata Rangers. Una parte delle SOF occidentali è embedded con il Fronte Sud ed il grosso ha stabilito una base presso il posto di confine di Al Tanf. Il Fronte Sud è un gruppo ribelle anti-governativo, più o meno legato al Free Syrian Army, creato dal GID (General Intelligence Directorate), il potente servizio segreto giordano, ed attivo nel sud della Siria. Il gruppo è addestrato e supportato dalla Giordania, e da consiglieri occidentali, e rappresenta una delle poche realtà del fronte ribelle siriano affidabili per Washington. Di recente, gli uomini del Fronte Sud hanno occupato buona parte della regione desertica al confine tra Siria e Iraq – la cosiddetta Badia Siriana – scacciandone le forze dello Stato Islamico, che in precedenza controllava tale area, e puntando ad impedire che il vuoto creatosi venga riempito dai governativi consentendo loro di saldarsi con le forze e le milizie sciite irachene filo-iraniane dall'altra parte del confine. Non a caso, i governativi hanno prima iniziato ad attaccare con raid aerei le postazioni del Fronte Sud e poi hanno preso la città di  Sabaa Biyar localizzata nella Siria centro-meridionale – 128 km ad est di Damasco ed a 110 km dal confine iracheno – lungo la strategica autostrada Damasco-Baghdad e dove hanno fatto via, via affluire truppe regolari, milizie sciite e, soprattutto, un contingente delle Forze Speciali di Hezbollah. L'obbiettivo di Damasco è bloccare l'avanzata verso nord del Fronte Sud e presumibilmente spingersi verso la "tripla frontiera" tra Siria, Giordania ed Iraq e, in particolare, verso il posto di confine di Al Tanf, controllato dal Fronte Sud e dove opera come già ricordato buona parte delle suddette forze speciali americane e britanniche. La situazione nella Badia Siriana si fa, dunque, incandescente con il rischio di uno scontro tra governativi e Americani dietro l'angolo.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Quale futuro per l'Afghanistan? 24-04-2017

L'Afghanistan si sta apprestando ad entrare in una stagione cruciale per la sua storia recente. I Talebani hanno già avviato la tradizionale offensiva di primavera e le ANDSF (Afghan National Defence and Security Forces) hanno ormai assunto pienamente in proprio le operazioni di contrasto all'insorgenza. "Il 2016 è stato l’anno più impegnativo per l'ANA (Afghan National Army)", ci dice il Comandante del JFC di Brunssum (Comando dal quale dipende la missione NATO in Afghanistan RESOLUTE SUPPORT), Generale Salvatore Farina, "per il semplice fatto che dopo la fine di ISAF e l'avvio di RESOLUTE SUPPORT è stato in pratica il primo anno in cui l'Esercito Afghano ha condotto in proprio la guerra ai Talebani ed al terrorismo". RESOLUTE SUPPORT ha, infatti, l'esclusivo compito di addestrare e formare il personale delle ANDSF (Afghan National Defence and Security Forces) e fornire assistenza sopratutto in termini di training e pianificazione. Un'opera fondamentale considerando che a queste latitudini la cultura e la pratica della pianificazione non sono così...diffuse. La NATO, pertanto, fornisce un supporto prezioso alle Forze Afghane, senza il quale il loro sforzo bellico sarebbe scoordinato e improduttivo e lasciato all’improvvisazione. Chi, invece, fornisce supporto combat alle forze locali è la missione americana FREEDOM SENTINEL. La missione, lanciata dall'Amministrazione Obama nel 2015, ha il compito di fornire il supporto aereo ravvicinato alle forze governative e colpire obbiettivi ad alto contenuto strategico legati alla filiera talebana e terrorista per ottenere quelli che nel gergo della stessa missione si chiamano gli "strategic effects". I risultati ottenuti da FREEDOM SENTINEL sono stati, e sono, molto importanti. Oltre ai diversi esponenti di alto rango delle forze anti-governative neutralizzati, la missione americana in più di un'occasione ha permesso di evitare il peggio e che anche centri importanti come, per esempio, Laskar Gah, cadessero nelle mani degli Studenti coranici oppure ha permesso alle forze locali di riprendere Kunduz dopo che questa era caduta nella mani dei Talebani nell'ottobre 2015. Ne sa qualcosa anche la locale sezione dell’IS, ovvero lo Stato Islamico nella Provincia del Khorasan, insediata soprattutto nella provincia di Nangarhar, nell’est del Paese, che con i colpi ricevuti da FREEDOM SENTINEL, e dalle forze afghane, ha visto nell’ultimo anno i suoi ranghi ridursi da circa 2.000 a meno di un migliaio di uomini. Anche perché, come ci spiega sempre il Generale Farina “sono gli stessi Talebani ad avere pessimi rapporti con IS ed a contrastare la sua presenza” rendendo le prospettive di reclutamento nella fila dell’IS poco attrattive. Tornando alle ANDSF, oggi l'ANA ha un organico di 130.000-140.000 unità, ma, come ci spiega sempre il Generale Farina, "ne occorrerebbero di più". L'attrito e le diserzioni non hanno mai, almeno fino a questo momento, permesso di raggiungere numeri più importanti e cospicui. La componente più efficiente, che non a caso è quella più motivata e più pagata, è costituita dalle forze speciali raggruppate in 3 Brigate Commando. Si tratta in pratica di unità di fanteria leggera d'assalto e di QRF (Quick Reaction Force) che in questi anni hanno ottenuto eccellenti risultati contro gli elementi anti-governativi, a prezzo, però, di un super-utilizzo e di un alto livello di usura. Per questa ragione, la road map quadriennale lanciata di recente dal Presidente Ashraf Ghani punta ad incrementare il numero delle Commando Brigade a 5 e ad aumentare così la forza d'urto e la massa critica nella lotta all'insorgenza. Un altro cambiamento che la stessa road map prevede di introdurre è il trasferimento di una parte dell'ANP (Afghan National Police) – che in questi anni ha pagato un contributo altissimo nella lotta all'insorgenza – sotto il Ministero della Difesa costituendo in questo modo una forza di polizia a statuto militare. Un passaggio che potrebbe incrementare la capacità delle forze governative sul terreno, mentre finora molto spesso gli isolati avamposti dell'ANP sono stati la preda preferita dei Talebani. A questa proposta bisogna aggiungere quella formulata dallo stesso JFC di Brunssum di trasformazione radicale del Ministero degli Interni per renderlo più efficiente e capace di garantire l'ordine, la sicurezza ed il rispetto della legge. Nell'ambito delle ANDSF, un ruolo sempre più importante è quello giocato dall'Aeronautica Afghana che da metà 2016 svolge sempre più frequentemente diverse tipologie di missioni in proprio tanto che oggi le forze aeree afghane conducono in media più missioni CAS (Close Air Support) degli USA. "Prima che l'Aeronautica Afghana vada a regime, però, occorreranno altri 5-6 anni", ci dice sempre il Generale Farina. Oggi sono già stati formati una quindicina di equipaggi per gli elicotteri leggeri da ricognizione armata MD-530F, su un totale già consegnato di 27 macchine, mentre sono già in servizio 8 A-29 SUPER TUCANO ed a fine marzo ne sono stati ricevuti altri 4. Il SUPER TUCANO è stato impiegato per la prima volta in missione ad aprile 2016 e da allora si è rivelato utilissimo contro gli insorti impiegando le mitragliatrici in pod da 12,7 mm, una per ciascuna semiala, il cannone da 20 mm in pod ventrale e le razziere da 70 mm. I piloti vengono formati presso la base dell’USAF di Moody in Georgia. Altrettanto utili si stanno dimostrando anche gli MD-350 F, equipaggiati con 2 pod agli sponsor per mitragliatrici da 12,7 mm o con razziere da 70 mm. Detto ciò, il supporto aereo – elicotteristico e ad ala fissa – è fondamentale nelle operazioni di contrasto all'insorgenza come ha dimostrato l'esperienza di ISAF e sta dimostrando ancora FREEDOM SENTINEL. Per questo, prima gli Afghani diventano autonomi in questo settore meglio è, e prima, bisogna aggiungere, si potrà iniziare a parlare di disingaggio militare della coalizione internazionale dal Paese. Da questo punto di vista, molto dipenderà dalla congiuntura politica e strategica e da come evolverà il processo di pace. Dei timidi segnali positivi si sono visti negli ultimi tempi, come, per esempio, l’accordo sottoscritto a settembre 2016 con l'Hezb e-Islami di Gulbudin Hekmatyar, storico gruppo dell'insorgenza e tradizionale bastione antigovernativo nell'est del Paese e nell'area di Kabul. “In realtà”, come sottolinea il Generale Farina, “si tratta di una accordo preliminare o di un pre-accordo” e alcune parti di esso devono ancora essere implementate, mentre Hekmatyar continua ad essere uccel di bosco ed un fantasma che non intende materializzarsi a Kabul (presumibilmente per ragioni di sicurezza visto che il “Macellaio di Kabul” ha diversi nemici nella capitale e non solo...). L'obbiettivo di fondo, tuttavia, deve essere oggi più che mai coinvolgere gli stessi Talebani nel processo di pace. Si tratterebbe veramente di un "game changer", osserva il Generale Farina e dell'unico fattore che potrebbe realmente portare alla pace per il Paese. "I Talebani cercano di arrivare al tavolo della pace da una posizione di forza per ottenere maggiori concessioni. L'obbiettivo della NATO e della comunità internazionale è far capire loro che questa posizione di forza non può essere conseguita e che la continua situazione di stallo sul terreno, con il controllo di molte aree che cambia continuamente tra le parti in causa, non giova a nessuno, soprattutto agli stessi Talebani, e che quindi non vi può essere nessuna credibile alternativa ad un accordo di pace con il Governo legittimo". E' chiaro che questo obbiettivo sarà raggiungibile solo se i Paesi vicini non ostacoleranno, come in alcuni casi è stato fatto finora, le trattative tra le 2 parti. "Occorre la buona volontà di tutti", ripete sempre il Generale Farina, partendo dal fatto che "oggi l'Afghanistan ha una prospettiva di progresso sociale ed economico che prima non aveva e ciò è da ascrivere anche all’intervento della NATO e internazionale. La stessa prospettiva di sviluppo è condivisa anche da alcuni settori dell'economia, mentre anche la condizione della donna è nettamente migliorata e l'energia e l'illuminazione elettrica stanno raggiungendo sempre maggiori fasce di popolazione". In definitiva, conclude il Generale Farina: “un Afghanistan più sicuro e prospero non solo porterà maggiore stabilità per tutta la regione, ma eviterà al tempo stesso che quel Paese torni ad essere un “safe heaven” per il terrorismo globale e scongiurerà nuove ondate migratorie di milioni di persone verso i Paesi più evoluti”.

a cura di Pietro Batacchi
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