Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima La battaglia di Deir Ezzor: ecco anche i Curdi 11-09-2017

Martedì 5 settembre 2017, unità dell’Esercito Siriano (SAA) e delle National Defense Forces (NDF), con alla loro testa le Tiger Forces, l’unità d’elité formata da ufficiali alawiti resasi protagonista nelle battaglie condotte in Siria nell’ultimo anno, hanno ufficialmente spezzato l’assedio dello Stato Islamico alla città di Deir Ezzor. L’avanzata dei lealisti è stata ampiamente supportata dalle Forze Aerospaziali Russe (Vozdushno-Kosmicheskiye Sily - VKS) e dagli Spetsnaz/Contractor russi che parrebbero aver partecipato in maniera massiccia ed attiva agli scontri. I governativi di Assad erano riusciti a spingersi nelle vicinanze della città già durante il 2-3 settembre ma, vista la resistenza da parte dei miliziani dell’ISIS posti a cinturare l’area, sono riusciti a stabilire un corridoio sicuro con la guarnigione della 104ª Brigata Paracadutisti, appartenente alla Guardia Repubblicana, all’interno della base della 137ª Brigata, nella parte occidentale della città, soltanto nella giornata di martedì 5. A partire dal 4 settembre, le VKS hanno aumentato in maniera significativa i ratei degli strike aerei condotti sia dentro la città di Deir Ezzor che nelle sue vicinanze, al fine così di mantenere sotto pressione gli assedianti del Daesh e di fornire supporto aereo all’avanzata dei lealisti. A quanto dichiarato dal Ministero della Difesa Russo, le VKS hanno condotto circa 80 sortite aeree mettendo fuori uso e distruggendo 2 carri armati, 3 veicoli da combattimento, e più di 10 pick-up dotati di armamento pesante, con la morte o il ferimento di circa 70 miliziani. Al fine di supportare le operazioni attorno al villaggio di Ash-Sholah poi, oltre a strike aerei, il 5 settembre sono stati lanciati 3 missili da crociera KALIBR da una fregata in navigazione nel Mediterraneo. L’unità navale, l’ADMIRAL ESSEN (distintivo ottico 751), è la seconda fregata della classe GRIGOROVICH, con un dislocamento a pieno carico di 4.000 tonnellate e dotata, tra i vari armamenti a disposizione, di un lanciatore ottuplo a celle verticali tipo UKSK per missili della famiglia KALIBR. Sempre dai comunicati del Ministero della Difesa di Mosca, gli strike navali hanno portato all’eliminazione di un posto di comando dell’ISIS, un centro di comunicazioni, un’officina per la riparazione dei mezzi e depositi di munizioni ed armi. L’attacco missilistico avrebbe altresì contribuito a sventare un ammassamento di miliziani in procinto di contrattaccare le unità del SAA proprio nei pressi di Ash-Sholah. L’ISIS ha risposto all’avanzata delle truppe di Damasco sia lanciando attacchi diretti contro le posizioni governative presenti nella città di Deir Ezzor, sia trasferendo miliziani nel villaggio di al-Mayadeen che si trova a sud-est, al fine di sviluppare una controffensiva nell’area per tagliare le retrovie del SAA isolando così la “testa di ponte” ricongiuntasi con gli uomini del Maggior Generale Issam Zahredinne, divenuto ormai per i fedelissimi di Assad l’eroe della resistenza di Deir Ezzor. Il 7 settembre sembrerebbero essere giunti nella città anche pontoni ed imbarcazioni appartenenti al 5° Corpo dell’Esercito Siriano così da poter attraversare l’Eufrate e proseguire l’avanzata con una manovra a tenaglia sulla città ai danni dei miliziani ancora presenti al suo interno. Con l’avvenuto ricongiungimento e la rottura dell’assedio, l’obiettivo principale dei lealisti è infatti ora quello di riprendere il controllo totale della città: un’operazione che beneficia del possesso del canale di rifornimento rappresentato dal controllo dell’autostrada Palmyra-Sukhna-Deir Ezzor. L’avanzata continua a proseguire con successo e a riprova di ciò l’8 settembre gli uomini di Assad, con l’aiuto, oltre che russo anche delle milizie palestinesi di Liwa al-Quds ed Hezbollah, hanno raggiunto un altro importante traguardo: il ricongiungimento con i lealisti presenti all’interno dell’aeroporto, anch’essi cinti d’assedio dai ribelli da più di 3 anni. La conquista e la messa in sicurezza dell’intera città di Deir Ezzor, al pari del suo perimetro circostante, costituirebbe un colpo mortale ai danni del Daesh e permetterebbe alle truppe di Damasco di poter disporre di un avamposto di inestimabile valore operativo dal quale poter effettuare operazioni militari nell’intera regione e riprendere il controllo di tutto il territorio lungo il confine iracheno. Quella che si sta prefigurando è però una vera e propria corsa contro il tempo: a partire da venerdì 8 settembre, infatti, le Syrian Democratic Forces (SDF), supportate dagli Stati Uniti, hanno iniziato la loro propria offensiva contro le posizioni del Daesh presenti nella parte nord della provincia di Deir Ezzor e puntando verso sud, in direzione della città capoluogo. L’avanzata è stata sino ad ora rapidissima, permettendo alle SDF di sottrarre al Califfato ben 250 km² di territorio dall’avvio delle operazioni. Sebbene ufficialmente la Coalizione abbia affermato che lo scopo dell’avanzata delle SDF sia la messa in sicurezza e l’espulsione di ISIS dalle aree della valle del fiume Khabur, sarà sicuramente interessante vedere nelle prossime ore se la Coalizione a guida USA permetterà a Damasco e a Mosca di conquistare in maniera totale Deir Ezzor, oppure se tenterà in qualche modo di inserirsi cercando di “arginare” e contenere i Siriani al di là del fiume Eufrate. Nel 2012, Deir Ezzor era la settima più popolosa città siriana con 240.000 abitanti. La sua importanza però deriva dal fatto di essere sempre stata il principale centro di estrazione petrolifero dell’intero Paese, con il più grande sito di stoccaggio situato nel complesso di Al-Omar. La sua collocazione geografica, le fa assumere poi il ruolo di snodo cruciale per le arterie viarie che connettono Siria ed Iraq. Da un punto di vista storico e simbolico, infine, Deir Ezzor è stata una delle prime città siriane ad essere investita nel 2011 dall’ondata di proteste sfociate poi su scala nazionale nell’attuale conflitto siriano. Caduta nell’autunno del 2012 la quasi totalità dell’omonima provincia in mano dei ribelli, è a partire dalla successiva primavera che la città è stata cinta d’assedio ed ha visto i governativi abbandonare le proprie posizioni nel centro città per trincerarsi nel settore occidentale all’interno della base della 137ª Brigata e mantenendo il controllo dell’aeroporto. Dal luglio 2014, poi, i militanti del neonato Califfato hanno continuamente cercato di far crollare la strenua resistenza degli uomini di Zahredinne, circa 5.000 soldati, senza però mai riuscirci. Di questi 5.000, il nucleo è costituito dai membri della già menzionata 104ª Brigata Aerotrasportata, a cui si sono aggiunte unità appartenenti alla 137ª e 123ª Brigata Meccanizzata, miliziani locali e parti del 119° , 71° Reggimento e dell’8° Stormo della Syrian Arab Air Force (SAAF), ed anche, parrebbe, uomini di Hezbollah, attivi in città a fianco dei lealisti sin dal 2014. I tentativi da parte dei miliziani del Daesh di eliminare la guarnigione dei lealisti sono stati innumerevoli nel corso dei 3 anni d’assedio ed hanno visto l’impiego massivo di attentatori suicidi, di Vehicle-Borne Improvised Explosive Devices (VBIEDs) blindati, così come di tunnel bomba scavati con lo scopo di penetrare le difese nemiche. L’accurato supporto di fuoco d’artiglieria, di armi anticarro così come l’impiego del potere aereo combinato di SAAF e VKS hanno permesso, però, alla guarnigione di resistere durante gli scorsi 3 anni, fino all’arrivo delle Tiger Forces del Maggior Generale Suheil Al Hassan, avvenuto lo scorso 5 settembre.

a cura di Michele Taufer
anteprima Macron: attacco all'Italia? 26-07-2017

Il neo Presidente francese Macron non ha perso tempo nel porsi al centro della scena internazionale, in virtù anche di un amplissimo mandato ricevuto dagli elettori. Prima ha stretto un patto di ferro con la Germania e la Cancelliera Merkel, forgiato su una cooperazione in materia militare che spazierà dalla PESCO (la cooperazione rafforzata), ad un nuovo caccia che dovrà rimpiazzare l'Eurofighter TYPHOON. Poi, si è dedicato alla "Franciafrica", visitando subito le truppe francesi di stanza nel Sahel nell'ambito dell'Operazione BARKHANE e lanciando la forza di contro-terrorismo del cosiddetto G5 Sahel (il gruppo di coordinamento sahelita che comprende Mali, Mauritania, Ciad, Niger e Burkina Faso). Dopodichè, Macron ha messo nel mirino la Libia – da sempre terreno di contesa strategica ed economica con l'Italia – ed ha portato a Parigi, in un incontro senza precedenti, il Premier Serraj ed il Generale Haftar. L'incontro, svoltosi ieri, è culminato in una dichiarazione congiunta, e in una stretta di mano, in cui i 2 contendenti si sono impegnati ad un cessate il fuoco ed a nuove elezioni, all'integrazione dei combattenti in Forze Armate libiche regolari ed al riconoscimento dell'Accordo Politico Libico di Skirat del dicembre 2015. Il tutto di fronte al Presidente Macron che ha portato a casa un successo d'immagine notevole. Vedremo poi se questo si tramuterà anche in un successo politico-strategico. Infatti, adesso dipenderà dai 2 contendenti imporre ai propri fronti interni quanto stabilito a Parigi, e non sarà facile. Oggi Haftar sembra il più forte sul terreno, in virtù degli ultimi successi sul campo a Benghasi ed a Jufra, ma la sua forza dipende sempre di più dall'appoggio di alcune tribù, fondamentali nella società libica, a cominciare dai Warfalla, la tribù più numerosa e potente del Paese. Serraj, invece, deve la sua sopravvivenza semplicemente al "patto di sindacato", o cupola se si preferisce..., formata da Haithem Al Tajouri, Abdul Rauf Kara,  Abdul Ghani Al-Kikli, detto Ghneiwa, e Hashm Bishr, del “mandamento” di Abu Salim, che a Tripoli garantisce la...”protezione” a Serraj. “Protezione” che si è già rivelta fondamentale in 2 occasioni per respingere i tentativi di restaurazione dell’ex Prmier Khalifa Gwell. In queste condizioni fare previsioni non è semplice. Di sicuro, Macron ha assestato un bel colo alla leadership – riconosciuta da ONU e Casa Bianca – che finora l’Italia ha avuto sul dossier libico dopo che lo stesso Macron ha di fatto bloccato l’operazione Fincantieri-STX France rimettendo in discussione la governance del cantiere e il controllo da parte italiana. Questi, ad oggi, i fatti, certo non positivi per Roma.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima La NATO rafforza la presenza in Afghanistan 30-06-2017

Dal meeting dei Ministri della Difesa NATO conclusosi ieri sera Bruxelles è giunta la conferma dell’intenzione della NATO di rafforzare la propria presenza militare in Afghanistan. Quindici nazioni hanno già garantito i propri contributi aggiuntivi alla missione RESOLUTE SUPPORT. I dettagli precisi non sono stati ancora forniti, ma si parla di 3.000-5.000 unità, la gran parte delle quali americane. Tale incremento permetterà di intensificare gli sforzi di supporto alle forze afghane soprattutto in 3 aree - forze speciali, forze aeree e formazione di nuovi ufficiali – nell’ambito della nuova road map quadriennale promossa dal Presidente Ashraf Ghani. Oggi, in Afghanistan a fianco delle forze di sicurezza afghane ci sono 13.000 soldati della NATO e di alcuni Paesi partner. Di questi, circa 7.000 sono americani, una parte dei quali – si parla di 2.000-2.5000 unità - ha il “doppio cappello” operando anche sotto il comando della missione FREEDOM SENTINEL, la missione americana lanciata dall'Amministrazione Obama nel 2015 che ha il compito di fornire il supporto aereo ravvicinato alle forze governative e colpire obbiettivi ad alto contenuto strategico legati alla filiera talebana e terrorista per ottenere quelli che nel gergo della stessa missione si chiamano gli "strategic effects". Tuttavia, gli Americani non ha ancora ultimato la revisione delle loro forze nello scacchiere dell'Asia sudorientale al termine della quale seguirà l'indicazione sul numero dei soldati che Washington invierà in Afghanistan. A quel punto, presumibilmente a metà luglio, saranno chiari anche i contributi degli altri Paesi. Questo incremento di truppe da parte di NATO ed USA si è reso necessario, sulla base delle indicazioni del Generale John Nicholson, Comandante di U.S. Forces Afghanistan (USFOR-A) e della missione RESOLUTE SUPPORT, a causa della precaria situazione di sicurezza che continua a regnare in molte parti del Paese. Secondo un recente rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), i Talebani controllano o contestano il 40% dei distretti afghani. In particolare, i Talebani hanno una significativa influenza su una fascia di territorio che dalla provincia di Farah attraversa le provincie di Helmand, Kandahar, Uruzgan, Zabul, fino alla provincia di Ghazni. In quest'ultima, ai primi di giugno i Talebani hanno occupato il distretto centrale di Waghaz facendo sfilare i propri uomini in parata – in pieno giorno e senza che nè la colazione nè i governativi intervenissero – e pubblicando il relativo video sul Web. I Talebani hanno adesso il controllo completo di 5 distretti su 18 della provincia di Ghazni e del 60% di altri 9 distretti. Peraltro, Ghazni è anche una roccaforte di Al Qaeda, Stato Islamico, Islamic Movement of Uzbekistan e dei pachistani di Lashkar-e-Taiba. 

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Siria: siamo alla svolta? 28-06-2017

La guerra civile siriana, o, come l'abbiamo sempre chiamata su RID, la guerra mondiale siriana, sembra giunta ad una svolta. Il collasso della Stato Islamico, che sta perdendo la “capitale” Raqqa, ed arretrando ovunque nella Siria centro-orientale, dopo aver sostanzialmente perso tutta la fascia di confine con la Turchia nel nord della Siria, ha creato un vuoto che altri hanno subito riempito. Questo discorso vale per le forze governative, che hanno lanciato una grande offensiva verso il confine con l’Iraq, partendo dall’area di Homs e Palmira, per ricongiungersi con le Pupular Mobilzation Unit (ormai pienamente integrate nella struttura delle FA irachene), per i Curdi-siriani, che stanno sostenendo lo sforzo principale per la conquista di Raqqa, e per le forze filo-turche impegnate ad allargare la propria sfera di influenza nel nord della Siria per impedire la formazione di un’entità curda autonoma. In questa nuova fase della guerra civile siriana, si sono inseriti a pieno titolo anche gli Americani appoggiando in maniera massiccia l'offensiva arabo-curda su Raqqa e sostenendo i gruppi ribelli nel quadrante sud-orientale. Al di là della lotta all’IS, ormai sconfitto, l’obbiettivo di Washington è duplice. Da un lato, arginare le tensioni tra Curdi e Turchi nel nord della Siria, impedendo uno scontro aperto, dall’altro, ostacolare il più possibile il ricongiungimento tra governativi e PMU ed evitare che i primi occupino una fetta troppo ampia di confine tra Siria e Iraq. In entrambi i casi, gli Americani hanno di fronte difficoltà significative a fronte di un coinvolgimento sul terreno troppo limitato. E, se le tensioni tra Turchi e Curdi, sembrano ad un passo dall'escalation, i governativi sono ormai in possesso di quasi 100 chilometri di confine con l’Iraq. Sul fronte settentrionale la Turchia sembra pronta all’offensiva contro il cantone curdo-siriano di Afrin, dove negli ultimi giorni si sono registrati scambi di artiglieria e scontri regolari tra YPG e forze dell’FSA filo-Ankara. Dallo scorso 21 giugno, diversi veicoli turchi hanno attraversato il confine con la Siria dirigendosi verso Azaz, da cui potrebbe partire l’offensiva sulla vicina Afrin. Nell’area di Raqqa, invece, lo scorso 6 giugno è partita l’offensiva finale guidata dalle forze arabo-curde dell’YPG - sostenute dagli Stati Uniti - per la conquista della “capitale” del Daesh. Al momento la battaglia si sta portando verso la città vecchia, dove si stima la presenza di almeno 3.300 miliziani jihadisti. La direttrice principale dell’offensiva è quella proveniente da nord, in particolare dall’area nei pressi dell’ex base della 17ª Divisione dell’Esercito Siriano, ora divenuta centro di comando delle forze curde impegnate nell’offensiva. Le altre 2 direttrici sono quella proveniente da ovest (al-Jazrah, al-Qadisiyyah e Yarmouk, sedi di intensi combattimenti) e quella da est/nordest (Nazah, zona cimitero e zuccherificio). Più ad ovest, i governativi hanno ripreso il possesso della Piana di Maskanah, situata tra Raqqa ed Aleppo, area a cui non avevano accesso dai primi mesi del 2013. Da Maskanah i governativi hanno proseguito prima verso sud, prendendo il controllo sull’autostrada 42 che collega Ithriyah e la città archeologica di Resafa, per poi dirigersi ad est, proprio verso Resafa, ormai quasi liberata dalle forze del Daesh. Molto attivo, nelle ultime settimane, pure il fronte orientale. Lo scorso 31 maggio durante un raid aereo nella provincia di Deir Ezzor, gli Stati Uniti hanno eliminato il “Gran Mufti” del Califfato, Turki al Binali, la cui morte è stata confermata dagli stessi americani il 19 giugno. Ad esso, il 16 giugno, si è aggiunto Fawaz Muhammad Jubayr al Rawi, capo delle operazioni finanziarie del Daesh, anch’egli ucciso in seguito ad un raid americano nell’area di Deir Ezzor. Ma la situazione potenzialmente più esplosiva è quella al confine tra Iraq e Siria, dove nelle scorse settimane l’USAF ha abbattuto un cacciabombardiere siriano Su-22 e colpito colonne governative che si stavano avvicinando troppo al posto di confine di Al Tanf, dove SOF e consiglieri americani addestrano le forze ribelli. Oltre a quello di Al Tanf, gli Americani hanno creato un secondo avamposto ad al-Zquf, ad un centinaio di chilometri a nordest di Tanf e ad una ventina di chilometri a nord del confine con l’Iraq. L’intera area fa parte di una zona cuscinetto gestita dalle fazioni ribelli appartenenti a “pezzi” del Free Syrian Army, sostenute dagli Americani e dai Giordani, creata con l’evidente scopo di rompere la continuità strategica tra Iraq e Siria all’insegna dell’influenza iraniana. Tuttavia, più a nord, le forze governative (Esercito Siriano, Forze di Difesa Nazionale, Hezbollah e Liwa al-Quds) hanno conquistato grosse porzioni di territorio tra Palmira ed al Bawdah, verso il confine con l’Iraq. Proprio da al Bawdah, negli ultimi giorni è partita un’offensiva che mira alla riconquista del villaggio di Humaymah e della stazione di pompaggio del greggio T2, con annesso aeroporto, dalla quale verrebbe lanciata l’offensiva verso Al Bukamal, ancora in mano a IS, città ubicata a pochi chilometri dal confine con l’Iraq, la cui riconquista sarebbe possibile grazie alla contemporanea offensiva delle forze irachene provenienti da Al Qaim. Non lontano da Palmira, inoltre, in particolare nel villaggio di Arak, sede di un’importante stazione gassifera, si sono registrati pesanti scontri tra miliziani di Daesh e governativi. Questi ultimi, nel frattempo, hanno riconquistato il centro di pompaggio T-3, dopo il lancio, da parte dell’Iran, di 6 missili balistici tattici ZULFIQAR – versione potenziata del FATEH-110 - contro postazioni del “Califfato” situate nell’area di Palmira (e di Deir Ezzor). E’ verosimile ritenere che, una volta eliminate le resistenze del Daesh in tali aree, le forze pro Assad, provenienti da Al Bukamal e Palmira, possano convergere su Deir Ezzor per rompere l’assedio del “Califfato” contro la periferia orientale della città e riprendere il controllo sul lungo tratto autostradale che collega Homs con Deir Ezzor. Particolarmente caldo anche il fronte meridionale che, negli ultimi giorni, ha visto un progressivo coinvolgimento da parte di Israele. Tra il 23 ed il 26 giugno caccia ed elicotteri israeliani hanno effettuato diversi raid contro postazioni di artiglieria e veicoli corazzati dell’Esercito Siriano nella provincia di Quneitra, situata nella porzione di Golan sotto controllo di Damasco, in risposta a colpi d’artiglieria attribuiti da Tsahal agli stessi Siriani (ma sulla cui provenienza le fonti non concordano). Di sicuro, è un dato di fatto che gli Israeliani lavorino da tempo con alcune formazioni ribelli siriane attive nell'area del Golan (come documentiamo anche su RID 7/17). Proprio l’area di Quneitra è stata sede nelle ultime 2 settimane di pesanti scontri tra forze regolari e ribelli, soprattutto nei pressi di al-Baath e Khan Arnabeh. La prima, in particolare, una delle poche città della provincia ad essere rimasta sempre sotto il controllo dei governativi, ha subito un’offensiva su larga scala da parte da parte di Jaish Muhamad (Esercito di Maometto), una nuova formazione locale egemonizzata da elementi del gruppo qaedista Hayat Tahrir al-Sham (nuova denominazione di Jabhat al-Nusra). La conquista dei 2 centri viene vista dai ribelli come fondamentale per un’eventuale successiva offensiva verso nordest, nelle aree rurali che separano la zona dalla parte meridionale di Damasco. Ma Jaish Muhammad non è, tuttavia, ancora riuscito a penetrare le linee dei governativi. Il fronte più tranquillo sembra al momento essere quello di Idlib, dove i ribelli mantengono saldamente il controllo di tutto il governatorato, e dove sembra reggere il compromesso tra Russia e Turchia formalizzato nell’estate scorsa tra Putin e Erdogan.

a cura di Pietro Batacchi e Andrea Mottola
anteprima Il Pentagono approva la vendita di F-15QA al Qatar 15-06-2017

Nonostante le tensioni delle ultime settimane - derivanti dal sostegno dichiarato dal Presidente Trump all’iniziativa saudita volta all’isolamento diplomatico del Qatar per il suo supporto ad Al Qaeda, ai Fratelli Musulmani e, più recentemente, al non allineamento alla politica anti-iraniana dei sauditi - il Pentagono ha dato il via libera per l’acquisto da parte del piccolo emirato di 36 caccia multiruolo F-15QA per 12 miliardi di dollari (via FMS), numero dimezzato rispetto a quello approvato dal Congresso lo scorso novembre (72 F-15 per 21,1 miliardi). 

a cura di Andrea Mottola
anteprima Al Sissi colpisce duro in Libia (update) 29-05-2017

Nonostante le aspettative positive suscitate dall'incontro ad Abu Dhabi tra Haftar e Serraj del 2 maggio, in Libia stiamo assistendo ad una nuova e pericolosa escalation. La scintille che ha fatto riaccendere il conflitto su larga scala è stato il massacro della base di Brak Al-Shatti, nel Fezzan, dove il 18 maggio oltre 100 appartenenti alla forze fedeli ad Haftar sono stati uccisi – alcuni dei quali giustiziati – in un attacco condotto da unità appartenenti ad una milizia misuratina ed alla Benghazi Defence Brigade (la forza formata da elementi bengasini che hanno lasciato la città dopo la "vittoria" di Haftar e che risponde al Gran Mufti Ghariani). Dall'attacco ha preso le distanze il Consiglio Presidenziale, ma Serraj è stato costretto a sospendere il Ministro della Difesa Mahdi Al-Barghathi al quale, almeno formalmente, le milizie misuratine dovrebbero rispondere. Quell'episodio, condannato anche dalla comunità internazionale e dalla Lega Araba, ha riacceso le ostilità nel Fezzan tra le forze di Haftar e quella legate alle autorità di Tripoli, in particolare attorno alla strategica oasi di Jufra, controllata dai Misuratini con il supporto di elementi della BDB, che costituisce un crocevia fondamentale nella regione. Sabato 27 maggio, la stessa Jufra è stata attaccata da aerei dell'Aeronautica Egiziana che hanno condotto almeno 2 attacchi, uno la mattina ed uno la sera, colpendo postazioni, edifici e depositi. Altri raid sono stati condotti contro i vicini villaggi di Houn e Ueddan. Il giorno prima, sempre aerei egiziani avevano attaccato Derna e le posizioni della Shura dei Mujahedin locale – coalizione che comprende gruppi legati ad Al Qaeda ed alla Fratellanza Musulmana – per rappresaglia all'attacco di Minya, in Egitto, in cui miliziani jihadisti avevano uccisi 28 Cristiani copti. Secondo alcuni testimoni, Derna sarebbe stata attaccata anche stamattina. Secondo l'Egitto, infatti, una parte degli autori dell'attacco – che era stato al solito rivendicato da IS - avevano forti legami proprio con la città da sempre culla dell'integralismo libico. Il Consiglio Presidenziale di Serraj ha condannato duramente gli attacchi egiziani bollandoli come una violazione della sovranità libica, mentre il Parlamento di Tripoli ha, invece, espresso il suo supporto. Fatto sta che la situazione in Libia è tornata a farsi caldissima, mentre Serraj appare sempre più debole; incapace di controllare le stesse milizie che in teoria dovrebbero rispondere al suo governo e ormai sostanzialmente privo dell'appoggio della Casa Bianca, oggi preoccupata da tutt'altri dossier che non quello tripolino.

a cura di Pietro Batacchi
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