Argomento Selezionato: Mare
anteprima Fincantieri: con Macron via libera per STX 11-05-2017

Le ultime, eventuali, ombre che potevano sorgere nell'operazione di acquisizione dei cantieri francesi STX France da parte di Fincantieri sono state dissolte con l'elezione del neo Presidente Macron. A differenza della sfidante Le Pen, infatti, contraria alla vendita all'Italia degli storici Chantiers dell'Atlantique di Saint Nazaire, come emerso nel dibattito televisivo tra i 2 candidati prima del ballottaggio, Macron è favorevole all'accordo che definisce l'operazione. Ed in questi giorni dovrebbe giungere il via libera anche della Corte Distrettuale di Seul, che gestisce la procedura fallimentare della controllante STX Offshore e Shipbuilding. A quel punto mancherà solo il parere, non vincolante, del Comitato d'Impresa di STX France - organo sindacale a composizione mista, cui partecipa anche il datore di lavoro – ed il via libera dell'antitrust europeo. In realtà si tratta di una serie di passaggi formali – per giungere al closing tra giugno e luglio – rispetto ad un accordo che è già stato ampiamente sottoscritto da Italia e Francia. L'intesa, ricordiamolo, prevede l’ingresso di Fincantieri in STX France con il 48%, mentre allo Stato francese mantiene l'attuale 33%. Le quote restanti vanno a DCNS, con il 12%, ed alla Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, con il 6%. Tradotto in termini monetari, il costo dell'operazione riguardante la parte italiana è di circa 60 milioni di euro per Fincantieri e circa 7 milioni per la Fondazione CRT. Per ottenere il via libera da parte del Governo di Parigi, nell'accordo sono state inserite una serie di clausole. La prima è che per 5 anni Fincantieri si impegna a mantenere invariato l'attuale livello occupazionale – 2.6000 dipendenti (ai quali vanno aggiunti i circa 7.000 addetti nell'indotto) - e la seconda è il vincolo per l'azienda italiana a non poter crescere nell'azionariato di STX France oltre il 50% per 8 anni. Detto ciò, veniamo alle considerazioni industriali. Per Fincantieri si tratta di un'operazione strategica che – al di là degli scenari sulla futura “Airbus dei mari", scenari certamente complessi e di non facile realizzazione – permette al gruppo guidato dall'AD Bono di consolidarsi come colosso mondiale del settore, da oltre 26.000 dipendenti e 5,5 miliardi di euro di ricavi, capace di competere pari a pari con i giganti sudcoreani (che, tuttavia, non possono vantare il medesimo livello di contenuto tecnologico del gruppo italiano) e di veder incrementata la sua fetta di mercato dal 38% al 55%. Da questo punto di vista, STX France porta in dote un portafoglio ordini, da qui al 2026, di 14 navi da crociera per un valore di 12 miliardi di euro, senza dimenticare pure un'expertise ed una conoscenza nel settore militare importante che copre capacità costruttive ad ampio spettro per unità che vanno dalla categoria delle navi anfibie agli OPV passando per le fregate. Fincantieri, inoltre, aveva bisogno come il pane di un cantiere grande – Saint Nazaire lo è con il suo bacino di carenaggio più lungo di Europa (quasi un chilometro) – dove costruire navi e soddisfare una domanda in crescita sia nel civile sia nel militare. Per cui, in definitiva, si tratta di un'operazione che permette al gruppo triestino di dimensionarsi al meglio sul terreno industriale, dando ulteriore prospettiva e strutturando ancor di più la crescita degli ultimi anni, e di superare i limiti fisici che per sua natura la cantieristica non può che avere in Italia. Ulteriori approfondimenti su RID 6/17.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima PPA: via ai lavori in bacino 09-05-2017

Si è svolta oggi presso lo stabilimento Fincantieri di Muggiano (La Spezia) la cerimonia di impostazione che dà il via ai lavori in bacino del primo Pattugliatore Polivalente d’Altura (PPA). Questo PPA, primo di 7 unità, sarà consegnato nel 2021 e rientra nel piano di rinnovamento delle linee operative delle unità navali della Marina Militare deciso dal Governo e dal Parlamento e avviato nel maggio 2015. La caratteristica fondamentale di questa classe di navi è il loro altissimo livello di innovazione, che le rende estremamente flessibili nei diversi profili di utilizzo con un elevato grado di efficienza. In particolare, queste unità presentano un doppio profilo di impiego (il c.d. dual use), quello tipicamente militare e quello per operazioni di protezione civile e soccorso in mare; in aggiunta hanno un basso impatto ambientale ottenuto con opportune soluzioni tecnologiche e costruttive, come ad esempio gli  avanzati sistemi di propulsione ausiliari a bassa emissione inquinante (motori elettrici). Sono previste differenti configurazioni di sistema di combattimento: a partire da una “leggera”, relativa al compito di pattugliamento, integrata da capacità di autodifesa, fino ad  una “completa”, equipaggiata con il massimo della capacità di difesa. Inoltre l’unità è in grado di impiegare imbarcazioni veloci tipo RHIB (Rigid Hull Inflatable Boat) sino a una lunghezza di oltre 11 metri tramite gru laterali o una rampa di alaggio situata all’estrema poppa. I PPA sono lungi 132,5 m ed hanno un dislocamento a pineo carico, nella variante Full, di 6.280 t (le varianti Light e Light Plus avranno, invece, un dislocamento inferiore nell’ordine delle 400-450 t). La velocità è di oltre 31 nodi in funzione della configurazione e dell’assetto operativo e l'equipaggio comprende 173 persone. Due zone modulari a poppa e centro nave permetteranno l’imbarco di svariate tipologie di moduli operativi/logistici/abitativi/sanitari containerizzati (in particolare la zona di poppa può ricevere e movimentare in area coperta fino a 5 moduli in container ISO  20’ mentre la zona centrale fino 8 container ISO 20’). I PPA saranno costruiti presso il Cantiere Integrato di Riva Trigoso e Muggiano con consegna prevista per la prima unità della classe nel 2021, mentre i successivi saranno consegnati nel 2022, 2023, 2024 con due unità, nel 2025 e nel 2026.

a cura di Redazione
anteprima Iniziata la MARE APERTO 09-05-2017

L'8 maggio è iniziata nel Mediterraneo Centrale la “Mare Aperto”, esercitazione interforze e internazionale che, condotta dal Comandante in Capo della Squadra Navale, rappresenta il primo evento addestrativo complesso annuale della Marina Militare italiana, con la partecipazione anche di assetti dell’Esercito e dell’Aeronautica Militare, oltre a unità navali dei due gruppi permanenti della NATO e della Forza Marittima Europea. In mare opereranno la portaerei Cavour, con i velivoli AV8B imbarcati, navi e sommergibili della Marina Militare e 11 navi provenienti da Canada, Francia, Polonia, Portogallo, Spagna e Turchia, inquadrate nei Gruppi marittimi permanenti della NATO e nella Forza Marittima Europea. La Marina, inoltre, schiererà la Brigata Marina San Marco. Prenderanno parte all’esercitazione anche velivoli Tornado, AMX, CAEW, Predator, KC 767 dell’Aeronautica Militare nonché il reggimento Lagunari, elicotteri AW-129, un posto comando di artiglieria terrestre ed un posto comando di artiglieria antiaerea dell’Esercito Italiano. Per dieci giorni gli uomini e le donne imbarcati sulle navi, sui sommergibili e gli equipaggi di volo, si addestreranno nelle principali forme di lotta sul mare e dal mare, quali la difesa delle navi nella lotta antiaerea, antisommergibile ed antinave, il contrasto alle attività illegali sul mare, la gestione di situazioni di crisi in ambienti con presenza di minaccia convenzionale e asimmetrica e la proiezione di una forza anfibia dal mare su terra. La “Mare Aperto” integra anche l’esercitazione di contromisure mine IT MINEX, coinvolgendo il comando delle Forze di Contromisure Mine della Marina e la forza permanente di contromisure mine della NATO. La “Mare Aperto” è un’esercitazione mirata all’addestramento complesso della Marina Militare, in particolare, e delle Forze Armate in generale, finalizzata al mantenimento di elevati standard di interoperabilità ed integrazione delle forze nazionali e NATO, per la sicurezza marittima comune dell'Italia, europea e dell’Alleanza Atlantica. L’esercitazione è organizzata dal Comando in Capo della Squadra Navale e viene condotta dal Comando della Seconda Divisione Navale. Approfondimenti e aggiornamenti su www.marina.difesa.it

a cura della Marina Militare
anteprima La minaccia delle mine navali e l'Italia 28-04-2017

Nel suo rapporto del mese di marzo, il Worldwide Threat of Shipping (WTS) dell’Office of Naval Intelligence Americano ha riportato come causa dell’affondamento di una motovedetta yemenita che pattugliava le acque territoriali del Mar Rosso meridionale in vicinanza del porto di Al Mukha l'11 marzo scorso (affondamento costato 8 vite umane ed il ferimento di altri 8 membri dell’equipaggio), l’esplosione di una mina navale. Una tale evenienza, probabilmente innescata dalla disponibilità sul mercato nero internazionale delle armi di un'ingente quantità di ordigni subacquei di origine, probabilmente, ex-sovietica, dovrebbe far suonare numerosi campanelli d’allarme. In particolare per l'Italia. L'economia italiana si basa per larga parte sul commercio via mare. L’import di materie prime e fonti energetiche, il nostro export di manufatti nel mercato mondiale, usano le "autostrade del mare" per raggiungerci e raggiungere i nostri clienti in tutto il mondo. Appare sicuramente non secondario l’effetto che anche solo la minaccia remota di un affondamento di una nave mercantile, o peggio ancora di uno di quei tanti resort galleggianti, le navi da crociera, veri e propri grattacieli del mare che solcano i nostri mari zeppi di turisti e che entrano ed escono dai nostri porti portandoci ricchezza, potrebbe provocare su un'economia ancora debole e che stenta a riprendersi come quella italiana. L’allarme in proposito appare vieppiù da tutti i nostri politici sicuramente e incoscientemente  trascurato. Basterebbe leggere cosa cita il United Kingdom Marine Trade Operations (UKMTO) a proposito del triste evento yemenita per rendersene conto. “I comandanti delle navi dovrebbero tener conto di incrementare la vigilanza, mantenere la maggiore distanza dalle coste dello Yemen, transitare lo stretto di Bab el Mandeb durante il giorno (per avere maggiori possibilità di vedere eventuali mine alla deriva) e tenersi il più possibile ad ovest delle acque potenzialmente minate”. Accadesse da noi una cosa del genere chi si imbarcherebbe più su una nave da crociera?  Quanto aumenterebbero i costi e le assicurazioni per le navi mercantili in ingresso ed uscita dai nostri porti? Quanto sarebbe il ricarico sul cittadino? Quanto ci costerebbe in più un pieno di benzina, ma soprattutto, quanto meno competitivi sarebbero i prezzi dei nostri prodotti da esportazione? Sarebbe un danno economico incalcolabile e soprattutto una limitazione fortissima della nostra libertà. Non bisogna essere degli illuminati o degli specialisti del settore per comprenderlo. Come è facile del resto anche comprendere che basterebbe dichiarare di aver posato delle mine rudimentali (come quelle viste in Yemen) davanti al porto di Trieste o Genova per creare panico e l'inevitabile chiusura del porto anche solo per poche ore. La stessa Marina degli Stati Uniti ha dichiarato che la mina navale è stata sempre nella storia quell’arma silenziosa, subdola e tipicamente “asimmetrica” che ha procurato i maggiori danni alla sua flotta. Ben più di missili, siluri e cannonate.. in tutti conflitti! La stessa cavalcata nel deserto del Generale Schwarzkopf, durante la Guerra del Golfo, fu decisa perché la “porta del mare” era chiusa. Prima dell’attacco decisivo alle forze di Saddam Hussein ben 2 navi da guerra americane rischiarono di affondare per colpa di mine posate nelle acque del Kuwait. Il famoso Generale pensò bene allora di affrontare una campagna più lunga e dispendiosa che però lo avrebbe messo al sicuro dagli spettri di una figuraccia globale. Bene, in questo quadro non sicuramente immaginato a tinte fosche, ma reale, presente, attuabilissimo...cosa ci difende da questa sicuramente non spettacolare, ma efficacissima, minaccia? Ben poco. Dopo anni in cui le navi della Marina Militare idonee per pulire il mare dagli ordigni bellici si contavano a decine (anche a centinaia dopo il secondo conflitto mondiale), oggi, per tenere puliti i nostri mari, i nostri 8.000 chilometri di coste abbiamo… una decina di cacciamine. E pensare che la nostra Marina dette il là negli anni 80 ad un programma di costruzione di navi dedicate a questo scopo, che portano ancora oggi, ormai invecchiate e apparentemente non più così efficaci, i nomi di idilliaci borghi marinari (Lerici, Viareggio, Chioggia, Rimini). E il bello è che queste navi rappresentavano e rappresentano tuttora un vanto della cantieristica nazionale nel mondo. Basti pensare che anche la US Navy ne acquistò il progetto, costruendone 12 esemplari su licenza. Sembra incredibile, ma la Marina Americana ha comprato navi dall’Italia. Gli stessi cantieri nazionali hanno venduto navi del genere in tutto il mondo - navi che prendono riferimento ancora da quel fortunatissimo ed efficace progetto – non ultima all'Algeria. Anche se può essere impopolare parlare di costruzioni di navi militari, penso che tutti noi si  possa essere d’accordo che lo strumento di cui l'Italia si dovrebbe dotare per una difesa credibile, bilanciata ed efficace sia da inquadrare in un mix di capacità sostenibili che prima di tutto difenda veramente gli interessi della Nazione. Una sapiente miscela di tecnologia, conoscenza ed esperienza che, promuovendo nuovamente l’industria nazionale anche all’estero, dia lavoro stabile e solidità al comparto e  che soprattutto non lasci dietro di sé delle lacune rischiose come quella che si sta generando nel settore della difesa dalle mine navali con l’invecchiamento ormai conclamato della linea operativa specialistica della Marina Militare. Purtroppo lo stesso progetto del nuovo COV (Cacciamine Oceanico Veloce, di cui RID vi ha parlato in anteprima) si sta arenando per mancanza di fondi, ma almeno si dovrebbe portare avanti la fase progettuale.

a cura di Marco Lupi
anteprima Lo USS MICHIGAN minaccia la Corea del Nord 27-04-2017

Nei giorni scorsi ha destato vasta eco l'arrivo nel porto sudcoreano di Busan del sottomarino americano a propulsione nucleare tipo SSGN USS MICHIGAN. La stampa mondiale ha dato grande risalto alla notizia, evidentemente sulla base dell'interesse del Pentagono a volerla rendere pubblica segnalandone le possibili conseguenze all'avevrsario locale. Lo USS MICHIGAN è uno dei 4 sottomarini lanciamissili balistici classe OHIO da quasi 19.000 t di dislocamento in immersione riconvertiti a partire dal 2006 in piattaforme per il lancio dei misisli da crociera TOMAHAWK e l'inserzione di forze speciali. In particoalre, con il mutamento degli scenari seguito alla fine della Guerra Ferdda ed i limiti imposti dai Trattati per il disarmo nucleare START, l'US Navy decise di modificare 4 dei 18 OHIO in servizio (anzichè radiarli) adottando 22 dei 24 pozzi per il lancio dei missili balistici intercontinentali TRIDENT II D5 al lancio dei missili da crociera TOMAHAWK mediante l’inserimento negli stessi pozzi di un apposito sistema a tamburo a 7 celle (Multiple All-up round Canister, MAC), per un totale di ben 154 TOMAHAWK. I restanti 2 pozzi, invece, sono stati modificati per permettere l’inserzione di nuclei di Navy Seal e di UUV (Unmanned Underwater Vehicle). Secondo fonti di RID, un OHIO riconvertito come lo USS MICHIGAN può trasportare fino ad una settantina di operatori delle forze speciali. Per il loro rilascio viene utilizzato un Dry Dock Shelter (DDS), ovvero un modulo montabile sul dorso del battello dietro la vela, collegato ai 2 pozzi attraverso i quali gli operatori entrano, appunto, nel DDS. Una volta all’interno del DDS, poi, gli operatori fuoriescono utilizzando dei Combat Rubber Raiding Craft (CRRC), gommoni gonfiabili, o l’SDV (SEAL Delivery Vehicle) Mark 8. Quest’ultimo è un mini-sommergibile lungo 11,7 m e pesante 30 t, capace di trasportare, oltre a conduttore e navigatore, un team di 6 operatori. Il MICHIGAN, dunque, rappresenta una minaccia molto significativa per la Corea del Nord e le sue difese.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Cina vara prima portaerei di produzione domestica 26-04-2017

Mentre nel Mar del Giappone sembra essere finito lo strano balletto attorno all’invio della portaerei americana VINSON in chiave anti-nordcoreana, giunta finalmente in area operativa, inizia a solcare le acque del Mar Cinese la seconda portaerei di Pechino, varata ieri nel cantiere di Dalian. Si tratta della prima portaerei ad essere costruita localmente, considerando che la LIAONING è il frutto della ricostruzione (effettuata tra 2005 e 2012, sempre a Dalian) della ex portaerei sovietica VARYAG, gemella della KUZNETSOV, ma rimasta incompleta dopo il crollo dell’URSS. La nuova unità, ribattezzata SHANDONG (e classificata come Type-001A), rappresenta una rielaborazione della LIAONING (Type-001), ma con una serie di modifiche migliorative, rispetto soprattutto agli spazi destinati al personale, e agli aeromobili imbarcati. Le dimensioni generali della SHANDONG non divergono molto da quella del modello cui si ispira. Il ponte di volo è lungo 300 metri e largo 70, all’incirca come sulla LIAONING, e il dislocamento potrebbe essere leggermente superiore (oltre 65.000 t a pieno carico, contro 59.000 tonnellate, ma si tratta in ambo i casi di stime). Risulta più piccola e compatta l’isola, e meglio posizionati i sistemi d’arma e i sensori, più avanzati rispetto a quelli imbarcati sulla portaerei prototipica, eliminando ad esempio i CIWS poppieri, lasciando più spazio per la movimentazione degli aerei sul ponte di volo, che dispone di uno ski-jump con inclinazione modificata, di 12° contro i 14° di quello che caratterizza la sezione prodiera dell’ex VARYAG. Soprattutto l’hangar è stato ampliato, e questo, assieme all’eliminazione delle piazzole per i CIWS, permetterà di ricoverare fino a 4 aerei in più – a seconda dei modelli, per ora solo il caccia pesante J-15, versione indigena del russo Su-33 - toccando quota 26/28, cui vanno aggiunti 12 elicotteri, 4 dei quali AEW. Come accennato, anche armi e sensori presentato sensibili differenze, rispetto alla portaerei ex russa ricostruita. Per quanto riguarda la sensoristica, l’apparato principale è il radar a 4 facce fisse planari Type-346 STAR OF THE SEA (DRAGON EYE per la NATO) già adottato sui cacciatorpediniere Type-052C e D, mentre quello di scoperta aeronavale dovrebbe essere il Type-382, derivato dallo MR-710 FREGAT russo, che però ancora non è stato installato come si può vedere dalle foto del varo. La difesa antiaerea di punto è invece affidata a 4 complessi inclinati brandeggiabili a 18 celle per missili sup/aria HQ-10 (difesa di punto, o FL-3000N). L’apparato propulsivo è invece sostanzialmente identico a quello della LIAONING ed è incentrato su caldaie a nafta e 4 turbine a vapore da 200.000 cavalli di potenza, che sulla LIAONING garantiscono una velocità di 32 nodi e un’autonomia di 4.400 miglia. Prestazioni simili sono previste sulla SHANDONG, con forse la perdita di un nodo di velocità, e una maggiore autonomia, se come sembra sono stati ampliati i serbatoi. Dopo il varo, la SHANDONG, che dalle foto appare in uno stato di avanzato approntamento, inizierà collaudi e prove in mare: la nave potrebbe essere consegnata nel 2019, anche se per la sua operatività (ancora non è chiaro se sarà assegnata alla Flotta Settentrionale, che opera in Mar Giallo, o alla Flotta Orientale schierata nel Mar Cinese Orientale) si parla del 2020. Il varo permetterà di impostare sullo scalo di Dalian la seconda unità Type-001A prevista (probabilmente con alcune modifiche, tanto da far parlare di una Type-003), mentre nei cantieri Jiangnan, a Shanghai, è in costruzione la prima di 2 Type-002, che si presenta come una quasi super-carrier da almeno 75-80.000 tonnellate, con propulsione nucleare, catapulte a induzione elettromagnetica EMALS, e configurazione tradizionale CATOBAR, da completarsi entro il 2025. L’obbiettivo sarebbe quello di schierare attorno al 2030 almeno 4 portaerei, di 2 coppie similari – benché con ampie modifiche sulla seconda unità della coppia – quali ammiraglie di altrettanti gruppi di battaglia aeronavali, con la LIAONING relegata a compiti addestrativi, e nave-comando per le forze di riserva e di seconda linea. Un passo importante, quindi, il varo della SHANDONG, che arriva nel pieno della crisi coreana, che vede la Cina stretta tra la necessità di difendere il suo cortile di casa, mantenendo il controllo sulla Corea del Nord, e di riportare a più miti consigli il giovane Kim Jong-un, alleato sempre più riottoso, ma senza perdere la faccia con gli Stati Uniti. Che possono “perdersi” una portaerei, ma non certo la supremazia navale in uno scacchiere sempre più vitale. E caldo.

a cura di Giuliano Da Frč
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