LEONARDO
RID Articoli Mese
Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Yemen: scenari navali

Nello Yemen la guerra terrestre si trascina peggiorando la situazione di migliaia di civili mentre sul fronte navale crescono i timori per le sortite dei ribelli Houti. I guerriglieri sciiti hanno diffuso un video, forse girato da un drone, per rivendicare l’affondamento, un anno fa, di un cacciamine classe FRANKENTHAL degli Emirati Arabi Uniti nel porto di al Mokha. Solo uno degli episodi di attacchi a navi della coalizione condotti dai ribelli. Con altre foto hanno documentato anche l’addestramento dei loro uomini rana, l’uso di battelli veloci e l’impiego di mine (alcune di fabbricazione artigianale). La minaccia è temuta dalla coalizione a guida saudita: oltre al pericolo degli ordigni c’è quello dei barchini-bomba guidati da un GPS. Infatti proprio davanti ad al Mokha è stata eretta una sorta di barriera, forse per rallentare questo tipo di incursioni. Sempre attivo nella zona del Mar Rosso anche il mercantile iraniano SAVIZ, una sorta di nave madre. C’è il sospetto che il cargo appoggi l’azione degli insorti sciiti e immagini TV hanno mostrato la spola di piccole imbarcazioni che avrebbero caricato materiale. La presenza della nave è stata al centro di molte speculazioni, notizie spesso legate al duello di propaganda condotto dai 2 schieramenti.

anteprima logo RID La Turchia entra in scena a Idlib?

Dopo il mancato accordo nel vertice tripartito di Teheran sul destino della provincia di Idlib, la Turchia sembra aver intensificato le forniture di armi ai miliziani che resistono nell’ultima provincia ribelle siriana. In particolare, Ankara avrebbe incrementato negli ultimi giorni le forniture di sistemi anticarro e razzi campali pluritubo al Turkistan Islamic Party in Syria (TIP) ed a ciò che resta del Free Syrian Army, gruppi che, assieme ai qaedisti di Hayat Tahrir al-Sham, si apprestano a fronteggiare l’annunciata offensiva dei governativi. E proprio tra ieri ed oggi cittadine nel nord di Latakia sono state più volte colpite dai razzi lanciati dal miliziani ribelli. Nel frattempo, Assad sta continuando ad ammassare truppe nell’area e da giorni aerei russi e siriani colpiscono le postazioni ribelli a Idlib, mentre le potenze occidentali avvertono Damasco sulle conseguenze che potrebbe avere un nuovo raid “non convenzionale”. L’obbiettivo dei governativi è quanto meno mettere in sicurezza la città di Aleppo ed il nord della storica roccaforte governativa di Latakia, sempre sotto la minaccia, appunto, dei gruppi jihadisti e filo-turchi che operano ad Idlib. Uno scenario, questo, che coinvolgerebbe solo alcune parti della provincia ribelle e che potrebbe risultare accettabile anche per la Turchia, ma è chiaro che Ankara non sembra disposta ad uscire completamente da Idlib senza aver garanzie certe sulla propria presenza nel cantone di Afrin e nel triangolo di Azaz, fondamentale per contenere le spinte autonomistiche dei Curdi siriani. In assenza di queste garanzie, il pragmatico Erdogan non rinuncia a far valere il suo peso nell’ultima (forse) battaglia della lunga guerra civile siriana.

anteprima logo RID Osservatori turchi alla VOSTOK

Dopo averlo anticipato ieri su queste colonne, oggi sono arrivate le prime conferme. Secondo la stampa turca, Ankara prenderà parte alla grande esercitazione russa VOSTOK 18 inviando degli osservatori. Dunque, niente truppe - del resto la Turchia è pesantemente impegnata nel quadrante siro-iracheno per il contrasto alle spinte autonomiste curde e per il contenimento della crescente influenza iraniana - ma, appunto, solo osservatori. Il segnale politico ci sarebbe però tutto, e sarebbe estremamente significativo, poichè giungerebbe nel pieno della crisi turco-americana dovuta alla scelta di Ankara di riavvicinarsi a Mosca e dotarsi del sistema missilistico sup-aria S-400. Scelta che ha portato alla risposta di Washington con il blocco dei trasferimenti di F-35 alla Turchia.

anteprima logo RID Nuova base russa in Eritrea?

E’ un “grande gioco” lungo una via d’acqua importante, quella del Mar Rosso. In un quadrante ristretto cresce la presenza internazionale mentre sull’altra costa divampa la crisi yemenita. A fine agosto il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha annunciato un’intesa con l’Eritrea per l’apertura di un hub logistico nel Paese africano. C’è incertezza su estensione e tempi, ma non sulla volontà di Mosca di farsi largo in un’area dove sono in gara molti concorrenti. L’iniziativa del Cremlino, animata da interessi economici e strategici, conferma inoltre l’impegno in Africa, già dimostrato dall’accordo con la Repubblica Centro-africana. La collaborazione dei Russi con Asmara accompagna una presenza massiccia di altri attori. In passato si è parlato di soste negli scali eritrei di navi iraniane mentre sono ben noti i rapporti tra le autorità locali e Israele. Indiscrezioni – più svolte smentite – hanno indicato possibili punti d’ascolto e sorveglianza israeliani tra Massawa e Amba Soira. Gerusalemme userebbe la lunga amicizia con l'Eritrea per sorvegliare lo Stretto e vigilare sulle mosse di Teheran. Anche di recente fonti di alto livello hanno lasciato spazio a possibili interventi nel caso i Pasdaran volessero interrompere il traffico marittimo. Molto più evidenti le attività degli Emirati Arabi Uniti – insieme a quelle saudite - che hanno costruito un paio di basi, schierato elicotteri e aerei, e creato campi d’addestramento per forze amiche (dai Sudanesi ai Somali). Assab è diventato così il trampolino per lanciare operazioni contro i ribelli sciiti Houti nello Yemen. Lo “sbarco” di potenze straniere in Eritrea ricorda quanto sta avvenendo poco a più a sud, a Gibuti. In cambio di robusti affitti, le autorità hanno autorizzato l’apertura di installazioni militari: ai 1450 francesi, sempre di casa a Camp Lemonnier, si sono aggiunti nel tempo gli Stati Uniti (4000 soldati), l’Italia (90) e il Giappone (180). Infine, la Cina (1000), ultima arrivata, ha realizzato una grande caserma, strutture portuali e, sembra, enormi depositi sotterranei. 

anteprima logo RID Si placano (per ora) gli scontri a Tripoli

Sembrano per il momento placarsi gli scontri a Tripoli dopo l’escalation degli scorsi giorni. L’ingresso in forze delle milizie “ufficiali” di Misurata nella capitale, dove a dar man forte a Serraj erano già giunti gli uomini di Zintan, ha permesso di consolidare le difese e di dissuadere l’ulteriore avanzata dei miliziani ribelli dei fratelli Kani e del Misuratino “rinnegato” Salah Badi. In queste ore nella battaglia ha fatto il suo ingresso anche la RADA, la milizia salafita di Abdel Rauf Kara, inizialmente “tiepida” di fronte all’escalation e preoccupata per il ritorno degli Zintani nella capitale. Di sicuro, l'ingresso in grande stile dei Misuratini a Tripoli è una buona notizia per l’Italia che da sempre ha ottimi rapporti con le forze della città autonoma sulla costa libica e che giustamente considera gli stessi Misuratini più affidabili della “cupola” cittadina – formata da un coacervo di milizie salafite e personalistico-mafiose – che regge Serraj.

anteprima logo RID Missili iraniani (anche) in Iraq

Gli Hezbollah e le milizie sciite irachene continuano a rafforzare il loro arsenale. I primi ricevono il materiale via Siria, una rotta colpita più volte da Israele con una serie di raid per neutralizzare materiale strategico, ma anche le seconde – stando a rivelazioni della Reuters – avrebbero ottenuto di recente un buon numero di missili di produzione iraniana, con una portata compresa tra i 200 e i 700 chilometri. Armi che potrebbero essere usate in eventuali scontri con Israele e Arabia Saudita. La strategia perseguita da Teheran è quella di dotare i propri alleati regionali di strumenti in grado di garantire forme di rappresaglia. L’impatto bellico è relativo, ma certamente è più consistente quello politico perché consente allo schieramento sciita di poter comunque ingaggiare gli avversari, incidendo in particolare sul “fronte interno”, ossia città e insediamenti. Una scelta, quella dell’Iran, consolidatasi dopo le esperienze del conflitto libanese del 2006, i combattimenti a Gaza e la campagna nello Yemen: una salva di razzi permette di tenere in scacco i civili, uno SCUD risponde all’attacco dell’Aviazione. Inoltre, da mesi, i tecnici iraniani stanno sviluppando dei kit che renderebbero più precisi gli ordigni. Le indiscrezioni sulle forniture alle formazioni irachene hanno innescato l’immediata reazione di Gerusalemme. Il Ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha affermato che lo Stato Ebraico non pone limiti al suo raggio d’azione, dunque potrebbe – in caso di minaccia – cercare di neutralizzare i “pezzi” giunti in Iraq. Un’estensione di quanto gli israeliani hanno compiuto, in questi anni, nel quadrante siriano. L’ultima incursione sarebbe avvenuta nel fine settimana nella zona dell’aeroporto di Damasco ed avrebbe interessato un deposito. 

  1 2 3 4 5 6 7 8 Next >>