LEONARDO
RID Articoli Mese
Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Missili iraniani (anche) in Iraq

Gli Hezbollah e le milizie sciite irachene continuano a rafforzare il loro arsenale. I primi ricevono il materiale via Siria, una rotta colpita più volte da Israele con una serie di raid per neutralizzare materiale strategico, ma anche le seconde – stando a rivelazioni della Reuters – avrebbero ottenuto di recente un buon numero di missili di produzione iraniana, con una portata compresa tra i 200 e i 700 chilometri. Armi che potrebbero essere usate in eventuali scontri con Israele e Arabia Saudita. La strategia perseguita da Teheran è quella di dotare i propri alleati regionali di strumenti in grado di garantire forme di rappresaglia. L’impatto bellico è relativo, ma certamente è più consistente quello politico perché consente allo schieramento sciita di poter comunque ingaggiare gli avversari, incidendo in particolare sul “fronte interno”, ossia città e insediamenti. Una scelta, quella dell’Iran, consolidatasi dopo le esperienze del conflitto libanese del 2006, i combattimenti a Gaza e la campagna nello Yemen: una salva di razzi permette di tenere in scacco i civili, uno SCUD risponde all’attacco dell’Aviazione. Inoltre, da mesi, i tecnici iraniani stanno sviluppando dei kit che renderebbero più precisi gli ordigni. Le indiscrezioni sulle forniture alle formazioni irachene hanno innescato l’immediata reazione di Gerusalemme. Il Ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha affermato che lo Stato Ebraico non pone limiti al suo raggio d’azione, dunque potrebbe – in caso di minaccia – cercare di neutralizzare i “pezzi” giunti in Iraq. Un’estensione di quanto gli israeliani hanno compiuto, in questi anni, nel quadrante siriano. L’ultima incursione sarebbe avvenuta nel fine settimana nella zona dell’aeroporto di Damasco ed avrebbe interessato un deposito. 

anteprima logo RID Tour dell’Armee de l’Air nell’Indo-Pacifico

Durante l’estate la Francia rischiererà un distaccamento di aerei da combattimento nella regione indo-pacifica per partecipare alla grande esercitazione aerea multinazionale PITCH BLACK (140 aerei provenienti da 16 nazioni), che si svolgerà ad agosto in Australia, e per incrementare le interazioni e le attività congiunte con le aviazioni asiatiche, in vista di un aumento della presenza francese nella regione. 

anteprima logo RID Attacco alla Siria: prime valutazioni

A 72 ore dall’attacco missilistico congiunto, effettuato da USA, Regno Unito e Francia ai danni delle strutture per la produzione e lo stoccaggio di armi chimiche presenti in Siria, emergono diversi dettagli, riguardanti numeri ed assetti impiegati.

anteprima logo RID La Yalta del Medio Oriente?

Oggi va in scena ad Ankara, tra imponenti misure di sicurezza, la riunione tripartita sull’attuazione degli accordi di Astana sulla Siria tra il Presidente turco Erdogan, il Presidente russo Putin e quello iraniano Rohani. In molti hanno già definito questo vertice come la Yalta del Medio Oriente. Probabilmente è un'esagerazione, di sicuro nella capitale turca si incontrano i 3 veri vincitori della guerra civile siriana che puntano, forse, a chiudere, o quanto meno, congelare, il conflitto, consolidando la spartizione della Siria in zone d'influenza, ed a contenere le mire americane nell'est e nel nord-est del Paese. Nei fatti, i 3 Presidenti si incontrano dopo la conquista di Ghouta da parte dei governativi che ha sancito la fine della quarta fase della guerra civile siriana. La prima, è stata quella degli albori e della protesta contro il regime di Assad. La seconda, durata dal 2012 al settembre 2015, è stata quella della "prima internazionalizzazione", con l'ingresso del Free Syrian Army nell'orbita della Fratellanza Musulmana siriana e della prima fase della guerra per procura tra Iran e Arabia Saudita. La terza è stata quella dell'intervento russo, che ha ribaltato le sorti del conflitto, e della conflittualità tra Turchia e Russia. La quarta, è quella iniziata il 9 agosto 2016, con il summit Putin-Erdogan ed il grande compromesso tra Ankara e Mosca, che ha portato nei fatti all'uscita di scena dell'Arabia Saudita, e che è terminata, appunto, con la conquista di Ghouta da parte di Assad. Il vertice di oggi, pertanto, servirà a gettare la besi per una nuova fase della guerra e, come accennato, anche a creare i presupposti per un cessate il fuoco più duraturo e localizzato in parti più ampie del territorio siriano. Il Presidente Putin era tuttavia giunto in Turchia già ieri per discutere della cooperazione bilaterale russo-turca e celebrare l'avvio dei lavori sulla prima centrale nucleare della Turchia, ad Akkuyu, nel sud del Paese, realizzata con l'assistenza dell'Agenzia russa per il nucleare Rosatom. In agenda anche la vendita del sistema superficie-aria S-400 TRIUMF - le cui consegne alla Turchia, come confermato dal Sottosegretario turco per le Industrie della Difesa, Ismail Demir, inizieranno nel luglio 2019 – ed un ulteriore approfondimento dei rapporti politico-militari tra i 2 Paesi.

anteprima logo RID “RAMOSCELLO DI ULIVO” entra nel vivo

Nel sesto giorno dell’Operazione “RAMOSCELLO DI ULIVO”, mentre continuano la pressione delle FA turche e delle milizie filo-turche dell’FSA contro le posizioni curde nel distretto di Afrin, ed il presidente Erdogan torna a minacciare un’offensiva contro la città di Manbij (città ad ovest dell’Eufrate nel cantone curdo di Hasakah/Kobane, dove sono schierate anche forze americane), le forze dell’YPG (Unità di Protezione Popolare, derivazione siriana del PKK) sembrano resistere all’assalto del Free Syrian Army, nella contestata zona attorno al monte Birsaya. Invariato l’obiettivo finale dell’offensiva: consolidare una zona cuscinetto di almeno 30 km all’interno del cantone di Afrin, per dare continuità territoriale con il confinante cantone di Azaz, sotto il controllo di Ankara sin dai tempi dell’Operazione “SCUDO DELL’EUFRATE” dell’agosto 2016. La recente dichiarazione del Pentagono, rilasciata il 13 gennaio, secondo la quale gli Stati Uniti vorrebbero creare una forza di sicurezza di frontiera siriana (Border Security Force, BSF) composta da 30.000 membri a maggioranza curdi, sarebbe il motivo che ha spinto la Turchia a intraprendere definitivamente l’operazione. L’insuccesso di Ankara nel tentare di convincere Washington a tornare sui propri passi, così come il rifiuto da parte del Cremlino di estromettere i curdi dai colloqui di pace di Sochi (previsti i prossimi 29 e 30 gennaio), avrebbero in questo modo dato al Governo turco il casus belli definitivo per lanciare l’attacco contro i suoi acerrimi nemici. Tuttavia, il fatto che la Russia abbia dato tacito assenso all’offensiva, ritirando preventivamente le sue forze di terra per evitare un coinvolgimento diretto (pur mantenendo il controllo totale dello spazio aereo su Afrin), potrebbe far pensare ad un accordo non ufficiale siglato tra Ankara e Mosca di cui parleremo dopo. Nel frattempo, lo scontro si fa acceso anche sul piano politico e diplomatico, dacché la mossa del Presidente turco non ha trovato sostegno nella comunità internazionale (a eccezione del Qatar). La riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, convocato lunedì scorso su iniziativa francese, si è risolta con un nulla di fatto. La mossa di Erdogan rischierebbe, insomma, di compromettere i piani post-bellici orchestrati da Iran, Russia e Siria nella cornice degli “Astana Talks”. Tornando alla Russia, un’altra ipotesi è quella che il Cremlino abbia deciso di “scaricare” definitivamente i curdi, lasciando così mano libera alla Turchia nella sua lotta contro l’YPG nel cantone di Afrin. L’offensiva turca, infatti, può essere letta anche tenendo in considerazione la parallela operazione del regime siriano a Idlib, volta a eliminare la presenza dei jihadisti di Tahrir al-Sham (ex al-Nusra). Nelle ultime ore, i governativi del Syrian Arab Army (SAA) e delle National Defence Forces (NDF), hanno consolidato la loro posizione presso la base aerea di Abu Al-Duhur, conquistando l’omonima città e i villaggi di Al-Khifa e Jafr. Così facendo, le forze del regime sarebbero riuscite a mettere al riparo l’importante base da qualsiasi contrattacco dei ribelli. L’Operazione “RAMOSCELLO DI ULIVO” potrebbe beneficiare del riposizionamento delle milizie ribelli filo-turche operanti ora su Idlib verso Afrin, sotto la tutela diretta di Ankara, mentre Tahrir al-Sham rimarrebbe isolata (e intrappolata) a Idlib. Un film già visto ai tempi della battaglia di Aleppo...

anteprima logo RID Sinai sotto attacco

È di oltre 230 morti il bilancio dell'attacco terroristico avvenuto stamattina contro una moschea di Bir al-Abed, a ovest della città di El Arish, nel Nord Sinai, in Egitto. Il bilancio potrebbe crescere ancora, mentre sulla dinamica sembra chiaro che i terroristi abbiano fatto esplodere degli ordigni sul luogo di culto per poi sparare sui fedeli in fuga e sulle prime ambulanze che stavano accorrendo. L’azione non è ancora stata rivendicata, ma gli occhi sono tutti puntati sul Wilayat Sinai, la Provincia del Sinai, ovvero la diramazione locale dello Stato Islamico (in precedenza nota come Ansar Beit Al Maqdis). La Moschea pare infatti fosse frequentata da beduini della tribù Sawarka, una delle più importanti del nord del Sinai che dallo scorso maggio, assieme ai potenti Tarabin, si era rivoltata contro la presenza di ISIS nella zona iniziando a collaborare con le forze di sicurezza egiziane. Fino ad allora tra tribù beduini e ISIS c’era stata una sorta di non belligeranza, se non una vera e propria commistione in alcuni casi. Un patto che alla fine si è rotto perché l’ISI aveva avuto l’ardire di interferire con i contrabbandi in cui da sempre sono coinvolte le tribù della zona, a cominciare dal traffico di sigarette. I beduini del Sinai sono organizzati in tribù, le maggiori delle quali sono la Sawarka e la Tarabin nel nord e la Muszeina a sud, che tradizionalmente sono state tenute ai margini della società egiziana non potendo accedere alle cariche pubbliche e restando fuori dallo sviluppo economico dell'area. Una situazione situazione che ha causato la crescita esponenziale del malcontento e la creazione di un’unità d’intenti tra tribù beduine e quei gruppi salafiti che, storicamente, hanno in Egitto la propria culla ideologica e che nella regione del Sinai hanno trovato rifugio. Solo negli ultimi anni del “regno” di Mubarak, e dopo la stagione degli attentati ai resort turistici di Sharm, si era riusciti a trovare un equilibrio, grazie al sostegno dato dal Governo ad importanti leader tribali che aveva calmierato le rivendicazioni beduine, e l’intesa tra beduini e gruppi salafiti era venuta meno, comportando una sostanziale stabilizzazione della situazione nella Penisola. Con lo scoppio della cosiddetta Primavera Araba, la caduta di Mubarak e la successione di Morsi e Al Sissi, gli accordi di cui sopra sono venuti meno e la situazione è di nuovo precipitata, aggravata per di più dall'affermazione di ISIS che ha potuto reclutare nuovi adepti tra le centinaia di persone (tra questi anche adepti della Fratellanza Musulmana riciclatisi nei movimenti jihadisti) liberate dalle carceri egiziane nei giorni della fine del regime di Mubarak. In pochi anni, pertanto, il Sinai si è trasformato di nuovo in un crocevia di attività illegali e terroristiche, cosa che ha costretto l'Egitto a schierare nella Penisola un contingente dell'Esercito, in deroga agli accordi di Camp David, grazie al consenso di Israele, presso El Arish, a 50 km dalla Striscia di Gaza, dove è stato spostato anche il comando operativo del Second Field Army, la componente dell’Esercito che insieme al Third Field Army (il cui comando operativo è ora stato spostato nel villaggio di Nekhel, nella regione centrale del Sinai), è responsabile per la sicurezza della Penisola. Negli ultimi mesi, grazie anche al supporto delle tribù beduine, le forze di sicurezza egiziane sembravano però aver inferto duri colpi al Wilayat ottenendo anche importanti risultati sul campo come l’uccisione di diversi leader e quadri del movimento. Fino all’attacco di oggi, che ha tutta l’aria di essere un avvertimento firmato col sangue per chi collabora con il Generale Al Sissi.

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