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Argomento Selezionato: Difesa
anteprima logo RID A Ghouta si continua a combattere

Nonostante il cessate il fuoco deciso sabato con un voto del Consiglio di Sicurezza – che esclude però ISIS e altri gruppi jihadisti – a Ghouta Est si continua a combattere, e ieri i lealisti hanno conquistato alcuni villaggi dopo che per 2 settimane avevano martellato l’area con aviazione e artiglieria, ed ammassato truppe. Ghouta Est è una regione sunnita alle porte della capitale Damasco che comprende una parte sostanzialmente rurale, con piccoli villaggi, ed una parte di agglomerati cittadini molto più grandi, come Douma, ed alcuni sobborghi della stessa Damasco come Jobar o Ein Tarma. Da sempre, questa è una spina nel fianco del regime ed una minaccia costante per la capitale (il cui centro è alla portata dei mortai e dei lanciarazzi dei gruppi ribelli), nonché una roccaforte dei salafiti filo-sauditi di Jaisj AL Islam edi Ahra Al Sham, di Failaq Al Rhaman – diramazione locale del Free Syrian Army filo-Fratellanza Musulmana (sostenuta ricordiamo da Qatar e Turchia) – e, più di recente, dei qaedisti di Tahrir Al Sham (ex Al Nusra). Dopo il collasso di ISIS e la stabilizzazione del fronte nord-orientale della provincia di Hama, le forze di Assad hanno aumentato la pressione su Ghouta Est. Nell’azione sono coinvolte sia alcuni reparti dell’Esercito Siriano e forze d’elite sia milizie. In prima linea ci sono elementi della Guardia Repubblicana, i pretoriani del regime, e della 4ª Divisione corazzata. Si tratta delle 2 unità migliori dell’Esercito Siriano, composte per la gran parte da alawiti, dotate dei più moderni. Carri T-72 aggiornati allo standard AV e T-B3, i più avanzati T-90, blindati da combattimento per la fanteria 8x8 BTR-80/82, lanciarazzi pesanti BM-27 URAGAN da 220 mm e BM-30 SMERCH da 300 mm ecc. Una parte dei carri sono equipaggiati anche con sistemi di protezione attiva. Da alcuni video postati su account twitter russi e filo-governativi si possono vedere anche T-72 equipaggiati con le caratteristiche “griglie” anti-RPG e diversi semoventi 2S1 GVOZDIKA da 122 mm e 2S3 AKATSIYA da 152 mm, complessi antiaeri quadrinati da 23 mm ZSU-23-4 SHILKA, e lanciarazzi leggeri e pesanti di diverso tipo. Da qualche giorno, come testimoniato in altri video, sono stati dispiegati anche missili balistici tattici SS-21 SCARAB. Alle operazioni prendono parte pure unità della 9ª Divisione corazzata e della 10ª e 7ª Divisione meccanizzata. A questi reparti bisogna poi aggiungere elementi della 14ª Divisione Forze Speciali e delle Tiger Forces. La prima, in realtà, è solo nominalmente un reparto di forze speciali ed è assimilabile piuttosto ad un’unità di fanteria leggera d’assalto composta da 3 reggimenti. Le Toger Forces, invece, guidate da una delle icone del fronte governativo, ovvero il Generale Suheil Al Hassan, è un’unità contro-insurrezione a tutti gli effetti, seppur atipica rispetto agli standard occidentali. Le “Tigri” sono state fondate durante la guerra civile ed i loro organici non dovrebbero superare le 1.000 unità; nel loro arsenale figurano anche alcuni carri T-90 e mezzi pesanti, cosa che, appunto, le differenzia da un reparto SOF strettamente inteso. Le Tiger Forces hanno avuto un ruolo decisivo sia nella battaglia di Aleppo che nella riconquista delle basi di Kuweiris e Abu Al Duhur nel nord del Paese. Infine, nella battaglia sono coinvolte anche le National Defnce Forces. Le NDF sono una milizia reclutata su base volontaria – composta da alawiti, ma anche da drusi, cristiani e anche da sunniti, soprattutto di alcune tribù dell’est del Paese – modellata sulla milizia iraniana dei Basij. Soprattutto inizialmente, l’addestramento e l’inquadramento veniva fornito dai quadri di Hezbollah e dei Pasdaran presenti in Siria, ma ad oggi le NDF sono state integrate a tutti gli effetti nelle forze di sicurezza di Damasco e sono regolarmente pagate dal Governo. Sul terreno operano come fanteria in appoggio all’Esercito ed i loro organici oggi dovrebbero essere superiori alle 60.000 unità. Un’eventuale operazione su larga scala non si presenterebbe affatto semplice. L’area è molto grande ed una parte è composta da agglomerati urbani, dove ancora oggi sono intrappolati decine di migliaia di civili e dove nel corso degli anni le forze ribelli hanno realizzato nascondigli, chilometri di tunnel sotterranei e postazioni protette. Ragion per cui è possibile immaginare che i lealisti si muovano con lentezza stringendo sempre più il cerchio sui centri di resistenza ritenuti più importanti e significativi, in attesa che si giunga ad una resa più strutturata, concordata, come in parte accaduto ad Aleppo, mediante il coinvolgimento di attori esterni quali Arabia Saudita e Russia, ma anche Turchia e Qatar.

anteprima logo RID La politica di difesa degli USA

Nello spazio di un mese il Governo Americano ha rilasciato 2 documenti che presi nel loro complesso stabiliscono le nuove linee direttive per la politica complessiva di sicurezza e difesa del Paese.

anteprima logo RID Passaggio di testimone al JFC NATO di Brunssum

Il Generale dell’Esercito Italiano Riccardo Marchiò è subentrato al Generale Salvatore Farina al vertice del NATO Joint Force Command (JFC) di Brunssum, nei Paesi Bassi.

anteprima logo RID Pentagono: il budget 2019

La Casa Bianca ha ufficialmente presentato la richiesta di budget per il Pentagono relativa all'anno fiscale 2019.

anteprima logo Stato Maggiore Difesa Forze Armate: cooperare per crescere

A Trapani l'Aeronautica Militare e l'Esercito Italiano cooperano secondo gli obiettivi del Libro Bianco.

a cura dello
anteprima logo RID Ground Based Midcourse Defense

Il 2 novembre 2017 il 44º ed ultimo, almeno per il momento, missile GBI (Ground-Based-Interceptor) è stato installato nella base di Fort Greely, Alaska, rispettando in pieno i tempi del programma (cosa non così frequente, ultimamente…). Pochi giorni dopo la Casa Bianca ed il Congresso statunitense hanno previsto di acquisire ulteriori 20 missili, da installare in Alaska il prima possibile. Oltre a questo si sta valutando un altro sito di lancio sulla costa atlantica o nel Midwest, unitamente all'acquisizione di altri 40 missili intercettori, in modo da portare il totale degli intercettori a 104. Negli anni della Guerra Fredda la pace è stata assicurata dalla deterrenza nucleare delle 2 superpotenze dell'epoca. Attraverso la cosiddetta MAD (Mutual Assured Destruction) nessuno dei 2 avversari avrebbe deciso di scatenare una guerra termonucleare globale, conscio che dall'altra parte sarebbe stato lanciato in risposta un numero di testate tali da annientare il proprio Paese. Quindi, sia pur con l'incubo di un possibile olocausto nucleare, che avrebbe devastato l'intero pianeta e non solo i 2 contendenti, buona parte del mondo ha vissuto un lungo periodo di relativa pace, rotto soltanto, anche se frequentemente, da conflitti locali. Le 2 superpotenze erano così definite proprio in funzione della capacità di distruggere completamente l’avversario. Altri Paesi, come Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan ed Israele, vengono definite militarmente medie potenze e dispongono invece di arsenali molto più limitati, ciascuno con alcune decine di testate, tante da poter comunque svolgere un ruolo di dissuasione strategica, ma non tali da annientare completamente un Paese di medie dimensioni. In questo scenario la difesa antimissili era considerata un elemento potenzialmente destabilizzante, visto che avrebbe potuto alterare la bilancia su cui si reggeva la mutua deterrenza. Per tale ragione nel 1972 venne firmato il trattato ABM che limitava a 100 vettori antimissile equipaggiati con teste nucleari la difesa di ciascun Paese. I Sovietici schierarono i loro intercettori UR-96 (ABM-1 GALOSH) intorno a Mosca, mentre gli Statunitensi dispiegarono i missili SPRINT in North Dakota, a protezione di parte dei silos degli ICBM. Il sistema americano ebbe vita breve e venne smantellato già nel 1976. L'ABM-1 GALOSH venne seguito dal missile 51T6 (ABM-4 GOROGN), ritirato dal servizio nel 2005. Ancora oggi il sistema antimissili balistici russo posto a protezione di Mosca è attivo, ed impiega missili 53T6 (ABM-3 GAZELLE), entrati in servizio nel 1995 e basati in silos. Come i suoi predecessori, questo velocissimo intercettore (17 Mach), non è in grado di colpire una testata nemica al di fuori dell'atmosfera con una manovra precisa che porti all'impatto diretto. Utilizza invece una testa nucleare da 10 kT che compensa quindi la mancanza di precisione. L'Amministrazione Reagan ha contribuito a far crollare l'URSS grazie al progetto SDI (Strategic Defense Initiative), anche noto con i nomignolo di Star Wars, che annunciava la possibilità di abbattere i missili sovietici in arrivo grazie a sensori basati nello spazio e ad armi avveniristiche ad energia diretta, modificando così la bilancia strategica. L'Unione Sovietica si rese presto conto che non avrebbe potuto mai realizzare qualcosa di simile. In realtà la SDI è stata un grande bluff, dato che all'epoca non vi erano ancora risorse adeguate per realizzare l'insieme di sensori e di armi necessari a fermare un attacco missilistico globale, con risorse basate tanto a terra che nello spazio. Nel 1993 la Guerra Fredda era ormai finita, e l'Amministrazione Clinton ridimensionò pesantemente il progetto, trasformandolo in BMD (Ballistic Missile Defense), volto alla protezione contro la minaccia dei missili balistici di teatro (TBM) che operavano a livello regionale, e quindi non contro gli Stati Uniti, che godono della protezione data dalla posizione geografica contro i cosiddetti Stati-canaglia. Nel 1998 l'attenzione venne però nuovamente rivolta verso la difesa nazionale, a fronte del rischio posto da attacchi tanto isolati, quanto ipotetici, lanciati dall'Iran, dalla Corea del Nord, o da lanci accidentali da parte di Russia o Cina (veri incidenti, colpi di mano di unità ribelli, o missili caduti nelle mani di terroristi). Nel dicembre 2001 l'Amministrazione George W. Bush ha infine annunciato che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dal Trattato ABM del 1972.

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