Notizie a cura di RID
anteprima Battle Group NATO: la PINEROLO in Lettonia 06-06-2017

Nei prossimi giorni è prevista l'attivazione ufficiale in Lettonia (Adazi), nell'ambito dell'Enhanced Forward Presence (EFP), del quarto e ultimo battle group della NATO. Il battle grouop, a guida canadese, comprende anche una compagnia meccanizzata del 9° Reggimento fanteria BARI della Brigata PINEROLO su veicoli ruotati da combattimento FRECCIA e veicoli tattici LINCE. Oltre al contingente italiano, il battle group include un battaglione meccanizzato canadese, con un plotone da ricognizione, una compagnia carri polacca, su MBT PT-91 (nella foto), una compagnia meccanizzata spagnola, più elementi specialistici – genio, EOD, NBC – albanesi e sloveni, per un totale di 1.138 uomini.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima F-15: il pod TALON HATE pronto per il servizio 06-06-2017

Boeing e USAF stanno procedendo con la campagna di test del nuovo pod TALON HATE che consente la comunicazione e la condivisione di informazioni tra aerei di 4ª e 5ª Generazione, e tra tali velivoli ed i centri di comando e controllo, i mezzi terrestri e navali ed i sistemi satellitari. Durante gli ultimi test di volo, effettuati presso la Nellis AFB nel Nevada, i pod installati sui piloni centrali della fusoliera di una coppia di F-15C EAGLE hanno permesso ai piloti di condividere informazioni attraverso 3 diversi protocolli di trasmissione dati: Link-16 (NATO), Common Data Link (USA) e WGS ( Wideband Global SATCOM Satellite, sistema basato su 9 satelliti di comunicazione ad elevate capacità di banda, sviluppati congiuntamente dal Pentagono e dal Ministero della Difesa australiano). I test, inoltre, hanno convalidato anche le capacità di trasmissione rapida di informazioni tra i pod HATE, installati sugli F-15C, e l’Intra Flight Data Link (IFDL), il sistema di scambio dati “stealth” presente sugli F-22 RAPTOR. Questi ultimi, infatti, non dispongono del sistema di trasmissione dati Link-16, presente sulla stragrande maggioranza dei velivoli da combattimento occidentali, a causa dell’ampio spettro omnidirezionale di emissioni che tale sistema produce durante l’invio di dati (i RAPTOR possono ricevere dati trasmessi da altri aerei via Link-16, ma non inviarli), rendendolo inadatto ad equipaggiare velivoli che fanno della furtività e della bassa osservabilità la loro ragion d’essere. L’integrazione del pod HATE sugli EAGLE consentirà a questi ultimi di ricevere e “tradurre” in tempo reale i dati trasmessi dall’IFDL degli F-22 in dati “leggibili” e trasmissibili dai terminali Link-16 ad altre piattaforme (aeree, terrestri e navali), creando una picture operativa comune che accresce sensibilmente la consapevolezza tattica del campo di battaglia. In pratica, gli EAGLE disporranno della stessa picture tattica disponibile per gli F-22, “vedendo” ciò che “vedono” gli F-22. Va ricordato, inoltre, che sull’estremità anteriore del pod HATE - lungo circa 5 metri per 816 kg - è presente anche un sistema passivo all’infrarosso di ricerca e tracking che contribuirà ad implementare, con i propri dati, la picture comune. L’integrazione del pod Talon HATE fa parte del pacchetto di upgrade noto come 2040C previsto per il mantenimento in servizio fino al 2040 della flotta di F-15C dell’Air Force. Il pacchetto comprende, oltre al nuovo pod della Boeing, l’incremento dell’armamento aria-aria a 16 missili e l’installazione di serbatoi conformal, l’adozione del nuovo radar AESA Raytheon APG-63(V)3 e della suite di guerra elettronica BAE Systems EPAWSS (Eagle Passive Active Warning Survivability System) che sostituisce la vecchio TEWS (Tactical Eelctronic Warfare System). Secondo quanto dichiarato dall’USAF, i test di volo del nuovo pod sono stati completati, e l’Air Force è pronta ad introdurre il Talon HATE in servizio. Nella seconda metà del 2017, tuttavia, sono programmati altri test con nuovi sensori che, secondo l’azienda di St. Louis, dovrebbero incrementare le capacità di targeting del pod.

a cura di Andrea Mottola
anteprima Terremoto geopolitico nel Golfo 05-06-2017

Con una mossa senza precedenti, Arabia Saudita, Egitto, EAU e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar chiudendo le frontiere – terrestri, marittime ed aeree – con il piccolo Emirato e cacciandolo dalla colazione che combatte in Yemen contro l'alleanza tra i ribelli Houthi filo-iraniani e le forze fedeli all'ex Presidente Saleh. L'accusa mossa al Qatar è di supportare Al Qaeda, i Fratelli Musulmani e, più recentemente, anche gurppi filo-iraniani. All'iniziativa di Riad e Abu Dhabi si sono immediatamente accodati il Bahrein – dal 2011 un protettorato di fatto dell'Arabia Saudita – e l'Egitto di Al Sissi, che finanzia le sue commesse militari con i petrodollari soprattutto emiratini. Si tratta di una crisi senza precedenti che scuote il Golfo, ed il Gulf Cooperation Council (GCC), e, più in generale, tutto il Medio Oriente. In realtà, un precedente c'era stato già nel 2014-2015 quando Arabia Saudita e EAU richiamarono gli ambasciatori in Qatar congelando le relazioni con Doha. Allora, l'accusa era ancor più circostanziata: il supporto del Qatar alla Fratellanza Musulmana, nemico giurato dei Saud (per via della presunzione della Fratellanza Musulmana di governare in nome dell'Islam politico per via elettorale, mentre i Saud hanno la stessa presunzione, ma lo fanno per via ereditaria). La crisi fu risolta grazie al nuovo Re saudita Salman che raggiunse un compromesso con Doha – ed Ankara (altro grande sponsor dei Fratelli) - finalizzato a mettere d'accordo i rispettivi clienti in Siria creando un fronte unico per cacciare Assad. Un'alleanza tattica naufragata sullo stesso terreno siriano per effetto dell'intervento di Mosca. Oggi, con Assad saldamente in sella, e la normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Russia, le ragioni che tenevano legata questa cordata di comodo vengono meno e le vecchie contraddizioni riemergono con grande virulenza. Il Qatar, assieme alla Turchia, è il principale sponsor della Fratellanza Musulmana in tutto il Medio Oriente: dalla già citata Siria, fino alla Libia, dove Ankara e Doha sostengono il Consiglio Presidenziale di Serraj, mentre Sauditi, e soprattutto, Emiratini sostengono Haftar assieme all'Egitto. La Turchia, inoltre, ha già aperto una base militare in Qatar e presto verrà stabilito anche un comando divisionale congiunto a Doha. Ai capicordata sauditi, probabilmente, non è piaciuto nemmeno il compromesso sulla Siria tra Putin e Erdogan (e, ovviamente, Khamenei...) che ha portato ai colloqui di Astana che per la parte ribelle vedono protagonisti, appunto, alcune delle fazioni del Free Syrian Army vicine alla Fratellanza Musulmana. Un compromesso che, nei fatti, legittima Assad. Soprattutto, ai Sauditi non sono mai piaciute le "relazioni normali” che il Qatar tradizionalmente intrattiene con l’Iran: relazioni basate su solidi interessi economici comuni, a cominciare dalla sfruttamento congiunto del giacimento gasifero di South Pars/North Dome, il più grande del mondo.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima F-35, nucleare nel 2025 01-06-2017

Come si può leggere nel bilancio del Pentagono per il 2018, appena rilasciato dall'Amministrazione Trump, la variante per lo strike nucleare dell'F-35A, F-35A DCA (Dual Capable Aircraft), conseguirà la certificazione operativa nel 2025. L'F-35 DCA dovrà rimpiazzare nel ruolo nucleare gli F-15 ed F-16 dell'USAF attualmente utilizzati per garantire la deterrenza cosiddetta estesa tramite l'impiego della bomba B-61. Ma l'F-35 DCA dovrà sostituire eventualmente anche gli F-16 ed i TORNADO impiegati da alcuni Paesi NATO (Italia, Belgio, Olanda, Germania e Turchia) per lo strike nucleare tattico nell'ambito del sistema della "doppia chiave". L'F-35 DCA sarà equipaggiato con la bomba nucleare B-61 Mod.12. Alcune prove in volo sono già state effettuate per valutare la compatibilità dell'ordigno all'interno della baia armi dell'F-35 in termini di vibrazioni, sensibilità termica ecc. La bomba verrà integrata sul velivolo con la release di software Block 4.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima L’attacco di Kabul e le ambiguità del Pakistan 31-05-2017

L’attentato di oggi nel pieno centro di Kabul – che ha provocato oltre 90 morti ed è stato rivendicato dall'ISIS - riporta in primo piano la questione della sicurezza dell’Afghanistan, affrontata anche nell’ultimo vertice NATO di Bruxelles della scorsa settimana. In quell'occasione, i membri dell'Alleanza hanno deciso di incrementare di qualche migliaio di unità la presenza di truppe NATO nel Paese. Entro la fine di giugno si sapranno dettagli, numeri e, soprattutto, chi parteciperà. Scontato in questo senso un ulteriore impegno del nostro Paese. Certo, il fatto che l’Alleanza abbia deciso di rafforzare il proprio contingente indica che la situazione della sicurezza non è delle migliori. I Talebani nelle ultime 2 settimane hanno lanciato un’offensiva nel distretto di Shaw Wali Kot, nella provincia meridionale di Kandahar, dove hanno conquistato almeno 2 basi delle forze afghane e alcuni postazioni uccidendo decine di elementi governativi e catturandone altri, assieme ad alcuni mezzi e veicoli. Secondo un recente rapporto dello Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR), i Talebani controllano o contestano il 40% dei distretti afghani. In particolare, i Talebani hanno una significativa influenza su una fascia di territorio che dalla provincia di Farah attraversa le provincie di Helmand (dove ai primi di aprile i Talebani controllavano 4 dei 18 distretti provinciali contendendo fortemente il controllo ai governativi in altri 5), Kandahar, Uruzgan, Zabul, fino alla provincia di Ghazni. L’obbiettivo dei Talebani è ottenere una posizione di forza sul terreno, rendendo la loro presenza praticamente endemica, per presentarsi poi ad un futuro tavolo negoziale con un consistente peso specifico. Forti anche di un supporto che il vicino Pakistan, in varie forme, non ha mai smesso di dare sia a loro che ad altri gruppi dell’insurrezione afghana come la famigerata Rete Haqqani. Del resto il Pakistan considera l’attuale Governo afghano – guidato dal “ticket” Ashraf Ghani-Abdullah Abdullah - espressione del mondo tajiko – il mondo di Massud e dell’Alleanza del Nord, tradizionalmente ostile ad Islamabad – e della diaspora pashtun rientrata in patria assieme agli Americani nel 2002, nonché degli interessi dell’”arci” nemico indiano. Insomma, il “grande gioco” di sempre, reso più complicato dal ruolo dell’ex Presidente Karzai che, perso il potere, manovra a tutto campo lavorando neanche troppo nell’ombra contro il Governo legittimo di Kabul ed il suo sforzo di consolidamento.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima F-35: nuovo PEO e block buy nel 2018 31-05-2017

Il Vice Ammiraglio dell'US Navy Mat Winter ha assunto ufficialmente la guida dell'ufficio di programma dell'F-35 rimpiazzando il Generale Christopher Bogdan dell'USAF che lascia l'USAF dopo 34 anni di servizio. Il Presidente Trump aveva nominato Winter come PEO (Program Executive Officer) lo scorso marzo. La nomina di Winter coinciderà con la dichiarazione della capacità operativa iniziale dell'aereo anche da parte dell'US Navy, attesa ufficialmente il prossimo anno, dopo che sia i Marines sia l'USAF hanno dichiarato la IOC (Initial Operational Capability) nel 2015 e nel 2016, rispettivamente. Nel frattempo il programma prosegue ed il velivolo matura sempre di più. Tra aprile e maggio, 8 F-35 del 388th Fighter Wing della Hill Air Force Base, Utah, hanno condotto il loro primo dispiegamento in Europa – Inghilterra (Lekenath), (Estonia (Amari) e Bulgari (Graf Ignatievo) – prendendo parte ad una serie di esercitazioni nell’ambito della ERI (European Reassurance Initiative), lanciata dagli USA nel 2014 per rassicurare gli Alleati europei di fronte alla nuova assertività della Russia, mentre l'F-35A parteciperà pure al Paris Air Show di Bourget che inizierà il 19 giugno. Intanto, sul fronte industriale, Lockheed Martin e il Pentagono stanno negoziando il LRIP (Low Rate Initial Production) 11 che sarà firmato entro l'anno e dovrebbe comprendere oltre 100 aerei di cui 50-60 per le FA americane. Il prossimo anno, invece, è previsto un acquisto tipo "block buy" che metterà assieme i lotti di produzione n.12, 13 e 14 (solo nel Lotto 12 sono previsti 150 aerei). Ad oggi, sono stati consegnati agli USA ed ai clienti internazionali 219 F-35 che saliranno a 347 il prossimo anno, per un totale di 600 entro il 2020.

a cura di Pietro Batacchi
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