Argomento Selezionato: Difesa
anteprima Gen. Graziano riceve Gen. Nicholson 08-09-2017

Il Capo di SMD, Generale Claudio Graziano, ha ricevuto la visita del Generale statunitense John William Nicholson, Comandante della missione NATO in Afghanistan “Resolute Support”(RS)

a cura dello Stato Maggiore Difesa
anteprima Meeting Paesi della Defence Cooperation Initiative 06-09-2017

Il Generale Graziano ha partecipato al Meeting dei Capi di Stato Maggiore della Difesa dei Paesi della Defence Cooperation Initiative (DECI), iniziativa che promuove un progetto di cooperazione tra i Paesi aderenti.


a cura dello Stato Maggiore Difesa
anteprima Herat: Donati farmaci 04-09-2017

400 chilogrammi di farmaci forniti dalla onlus Banco Farmaceutico sono stati distribuiti dalla Cooperazione Civile e Militare (CIMIC) del Train Advise Assist Command West (TAAC-W) su base Brigata alpina Taurinense alle strutture sanitarie di Herat.

a cura dello Stato Maggiore Difesa
anteprima Corea: scenari e opzioni di guerra 04-09-2017

Gli avvenimenti delle ultime ore nella Penisola coreana hanno fatto piombare Corea del Sud, Giappone e le basi USA nell’area in uno stato di massima allerta. Il regime nordcoreano ed il suo arsenale convenzionale e missilistico costituiscono oggi più che mai un nemico mortale per la sopravvivenza di Seul e e per la sicurezza del Giappone: l’incognita nucleare di Kim e soprattutto i continui progressi in campo missilistico sono, infatti, un fattore di cui il Giappone non può non tener conto. Sin dal suo insediamento, l’Amministrazione Trump ha eletto la questione nucleare e missilistica coreana ad una delle sue massime priorità inmpolitica estera. L’approccio adottato è stato quello di una continua pressione sia di tipo politico/diplomatico che di deterrenza militare a salvaguardia dei propri interessi geostrategici e dei propri alleati presenti nell’area. La Corea del Sud è uno dei più importanti partner economici e strategici di Washington presenti in Asia. A partire dal 1° ottobre 1953, appena dopo la fine delle ostilità nella Penisola, è entrato in vigore tra i 2 Paesi un trattato internazionale che impegna gli Stati Uniti a difendere militarmente l’alleato in caso di attacco, stazionando in maniera permanente un contingente militare nella Repubblica. La United States Forces Korea (USFK), circa 28.500 uomini e donne in totale, è incentrata attorno a 2 grandi unità dello U.S. Army e della United States Air Force (USAF): rispettivamente l’8th Army e la 7th Air Force. L’unità di manovra principale dell’l'8ª Armata è la 2nd Infantry Division le cui pedine operative sono la 2nd Combat Aviation Brigade, una brigata a rotazione di fanteria corazzata con carri ABRAMS e veicoli da combattimento BRADLEY, che gravita su Camp Hovey, a soli 24 km dalla  Korean Demilitarized Zone (DMZ), e la 210ª Brigata d’Artiglieria pesante. L’8ª può contare anche sul contributo di una Brigata da difesa antiaerea/antimissile: la 37th Air Defense Artillery Brigade su PATRIOT PAC-3 MSE (Missile Segment Enhancement). Unità di supporto e logistiche completano poi gli organici della Divisione la cui missione primaria è difendere il territorio della Corea del Sud nelle fasi iniziali di un'ipotetica invasione proveniente dalla Corea del Nord, operando agli ordini dell’l'8ª Armata ed in maniera combinata con le Forze Armate Sudcoreane, in attesa dell’arrivo di rinforzi dagli Stati Uniti continentali e dagli altri avamposti presenti nella regione. Il compito di fornire il supporto aereo e di interdizione a favore dei reparti dell’U.S. Army presenti sul campo spetta alla 7th Air Force con sede sulla Osan Air Base. Le unità maggiori che la compongono sono: il 51st Fighter Wing, con sede anch’esso ad Osan e composto dal 25th Fighter Squadron su velivoli per l’attacco al suolo A-10 e dal 36th Fighter Squadron su caccia leggeri multiruolo F-16 C/D Block 40, e l’8th Fighter Wing, di stanza sulla Kunsan Air Base, composto dal 35th e dall’80th Fighter Squadron, entrambi su F-16 C/D Block 40. A seguito del lancio di missili avvenuto nel marzo 2017 poi, gli Stati uniti, al fine di dare un forte segnale al regime nordcoreano, hanno deciso di schierare il sistema antimissile Terminal High Altitude Area Defense (THAAD) con capacità d’ingaggio di missili balistici, sia dentro che fuori dall’atmosfera. Il dispiegamento dovrebbe essere stato però limitato a 2 complessi di lancio, a seguito della richiesta “de-escalatoria” fatta in questo senso dal nuovo Govero di Seul U.S. Navy e Marines mantengono invece una presenza minore, attivabile ed espandibile ovviamente in caso di conflitto. Al pari della presenza militare in Corea, gli Stati Uniti mantengono un cospicuo contingente anche in Giappone: poco più di 40.000 uomini e donne formano le United Stetas Forces Japan (USFJ) con Quartier Generale a Yokota. Anche questo contingente ha, come per il caso coreano, la funzione di deterrente al fine di prevenire possibili attacchi militari. Le USFJ traggono la loro legittimazione dal Trattato di Mutua Sicurezza firmato tra i 2 Paesi nel 1951: potendo avere il Giappone solamente Forze Armate di autodifesa a seguito della sconfitta nel Secondo Conflitto Mondiale, l’arcipelago nipponico sarebbe rimasto privo di una qualche forma di strumento militare con funzione di deterrenza. Gli Stati uniti assunsero da quel momento in poi il ruolo di “garante” mettendo a “disposizione” di Tokyo un proprio contingente. Punta di diamante di questo dispositivo offensivo è tuttora la 7ª Flotta della U.S. Navy acquartierata a Yokosuka. Nella grande base navale situata nell’area metropolitana di Tokyo è basato il Carrier Strike Group Five, incentrato sulla portaerei USS RONALD REAGAN (CVN-76). Il Carrier Strike Group Five può contare su 12 unità di superficie (caccia ARLEIGH BURKE e incrociatori classe TICONDEROGA) e su circa 75 aeromobili (SUPER HORNET ed in futuro F-35C) del gruppo aereo imbarcato del Carrier Air Wing Five (CVW-5) che quando non basato sulla portaerei è di stanza ad Astugi. Recentemente è però in corso di completamento il suo trasferimento sulla base aerea di Iwakuni, sempre sull’Isola di Honshū. La 7ª Flotta può contare complessivamente su un numero variabile tra 50 e 70 unità di superficie e sottomarine e 140 velivoli ad ala fissa e rotante andando così a rappresentare uno strumento operativo estremamente flessibile e temibile in grado di espandere il potere navale statunitense in tutta l’area del Pacifico Occidentale e dell’Oceano Indiano Orientale. La presenza statunitense in Giappone non è limitata alla sola U.S. Navy. A nord dell’Arcipelago, sempre sull’Isola di Honshū, vi è la base aerea di Misawa, sede del 35th Fighter Wing dell’USAF su F-16CJ Block 50 a cui spetta il compito di condurre missioni per la soppressione delle difese aeree nemiche. A Yokota, l’USAF mantiene la sede della 5th Air Force e dispone del 374th Airlift Wing su C-130H1, mentre poco distante, a Zama vi è il Quartier Generale dello U.S. Army Japan che ospita la sede distaccata del 1° Corpo d’Armata statunitense e sovraintende a tutto il personale dell’Esercito di stanza in Giappone. Proseguendo verso Sud, nella parte meridionale dell’Isola di Honshū, si trova la Marine Corps Air Station (MCAS) Iwakuni, base stanziale del Marine Aircraft Group 12. Sulla base di Iwakuni si trovano il VMFA(AW)-242 su F/A-18 HORNET, il Fighter Attack Squadron (VMFA) 121 basato sui nuovi F-35B ed il Marine Aerial Refueler Transport Squadron 152 su KC-130J. A poca distanza da Iwakuni la U.S. Navy mantiene un’importante presenza presso la base di Sasebo. Sull’Isola di Kyūshū ha, infatti, sede l’Amphibious Squadron 11 incentrato sulla USS BONHOMME RICHARD (LHD-6) a cui si aggiungono altre 3 unità anfibie tra LPD e LSD. Compito del gruppo anfibio della BONHOMME RICHARD è quello di fornire gli assetti navali per la 31st Marine Expeditionary Unit (31st MEU) basata a Camp Hansen, ad Okinawa (forte di oltre 2.000 e basata su un battaglione da sbarco rinforzato). Sull’Isola, già teatro di aspre battaglie durante il Secondo Conflitto Mondiale, i Marines mantengono un’importantissima presenza. Oltre alla MEU il Corpo schiera ad Okinawa, il comando della 3rd Marine Expeditionary Force, grande unità attivabile in caso di conflitto maggiore e responsabile del coordinamento e della gestione delle unità dell’USMC nell’area, e, sulla Futenma Air Base, il Marine Aircraft Group 36 su MV-22 OSPREY, AH-1 COBRA, CH-53 SEA STALLION e UH-1 HUEY. Gli assetti aerei statunitensi presenti sull’Isola di Okinawa sono poi completati dall’18th Wing dell’USAF di stanza sulla Kadena Air Base. La grande unità, il 18° è il più grande Wing da combattimento dell’intera Air Force, è formata dal 44th e dal 67th Fighter Squadron, entrambi su caccia pesanti F-15C/D EAGLE, dal 909th Air Refueling Squadron su KC-135R/T STRATOTANKER, il 961st Airborne Air Control Squadron su E-3B/C SENTRY e il 33d Rescue Squadron su elicotteri HH-60 PAVE HAWK. Sempre sulla Kadena, poi, sono costanti i rischieramenti da parte di assetti dell’USAF di importanza strategica quali MC-130H COMBAT TALON II, MC-130J COMMANDO II, RC-135 RIVET JOINT, WC-135 CONSTANT PHOENIX, che verranno sicuramente impiegati in queste ore per raccogliere “prove”, grazie alla loro capacità di raccolta di particelle radioattive presenti del test nucleare avvenuto il 3 settembre, ed anche pattugliatori marittimi P-3 ORION e P-8 POSEIDON della U.S. Navy. Sulla base aerea di Kadena, lo U.S. Army schiera anche il 1st Battalion, 1st Air Defense Artillery Regiment su PATRIOT PAC-3 MSE. L’intero dispositivo militare statunitense presente nel Pacifico Occidentale può contare infine su di un hub strategico di primaria importanza, senza il quale le capacità di power projection di Washington verrebbero seriamente compromesse: l’Isola di Guam. Situata nell’arcipelago delle Marianne, l’isola ospita circa 10.000 militari americani ed è sede di 2 importanti basi rispettivamente appartenenti a Marina ed Aeronautica. La prima è la Naval Base Guam sita nella località di Apra Harbour. La base ospita il Submarine Squadron 15 formato da 4 sottomarini nucleari d’attacco classe LOS ANGELES; a queste unità si aggiungono 2 navi con il compito di fornire il necessario supporto logistico alle unità subacquee della 7ª Flotta ridislocate nell’area. La seconda è la Andersen Air Force Base, sede del 36th Wing, il cui compito consiste nel garantire ricovero e nel fornire il necessario supporto logistico alle formazioni di bombardieri strategici B-52, B-1B e B-2 provenienti dagli Stati Uniti continentali e dislocati regolarmente a rotazione sull’Isola di Guam. Sulla Andersen sono altresì presenti ricognitori strategici a controllo remoto RQ-4 GLOBAL HAWK, i quali vengono spesso schierati anche in Giappone sulle basi di Misawa e di Yokota, rifornitori KC-135R/T STRATOTANKER vitali per le operazioni a lungo raggio dei bombardieri ed anche batterie di THAAD. L’hub di Guam riveste un ruolo di primaria importanza per l’intera strategia statunitense nell’area del Pacifico, infatti, oltre che per la presenza di assetti pregiati quali i bombardieri, è bene sottolineare come la Andersen sia una delle 3 basi al di fuori degli Stati Uniti dotate di shelter adatti al ricovero dei bombardieri stealth B-2. A ciò biosgna aggiungere la capacità di poter stivare grandi quantitativi di munizionamento di precisione e carburante necessari per il sostentamento di un’eventuale campagna aerea. Quali opzioni militari? Le opzioni militari a disposizione dell’Amministrazione Trump “per risolvere” la questione nordcoreana sono limitate e presentano rischi molto elevati. Un attacco aereo contro i siti nucleari e non-convenzionali nordcoreani è scarsamente credibile considerando le ampie a variegate capacità di rappresaglia che Pyongyang potrebbe mettere in campo. I missili basati in siti fissi potrebbero essere anche distrutti, ma risulterebbe praticamente impossibile eliminare la maggior parte degli HAWSONG (corto raggio) e dei NODONG (medio raggio) basati su piattaforme mobili. Con questi missili, la Corea del Nord potrebbe colpire indistintamente in tutta la Corea del Sud ed in Giappone, compresa l'Isola di Okinawa, dove è di stanza come abbiamo visto la III MEF (Marines Expeditionary Force) e la grande base dell'USAF di Kadena. I sistemi antimissile AEGIS basati sulle navi americane e giapponesi nell'area, nonché le batterie di PATRIOT e THAAD in Corea del Sud e di PATRIOT in Giappone, potrebbero essere sicuramente di aiuto riducendo ulteriormente la minaccia contro obbiettivi civili e militari, ma i numeri in questione sono comunque troppo elevati per poter pensare ad un azzeramento della minaccia. Oltretutto, alla componente balistica bisogna aggiungere le centinaia di obici a lungo raggio e lanciarazzi campali che Pyongyang schiera lungo il 38° Parallelo e che tengono sotto tiro postazioni e centri abitati del Sud, compresa la stessa Seul. In sostanza, l'opzione di un'azione limitata, volta all’azzeramento della capacità non convenzionale della Corea del Nord, sperando poi dopo in un crollo del regime o in un complotto di palazzo, non sembra credibile, ed è per questo che Pyongyang ha potuto fino ad oggi tenere in scacco la comunità internazionale agitando la minaccia nucleare e missilistica nell’ambito di una spregiudicata strategia di rischio. Pertanto, l'opzione più realistica sembrerebbe quella di una vera e propria guerra preventiva. Se, infatti, fossero Seul e Washington a muoversi per primi, con un massiccio attacco aeroterrestre coordinato sarebbe possibile distruggere buona parte degli obbiettivi – nucleari, missilistici e di artiglieria - anche se i costi sarebbero comunque estremamente elevati. Costi umani, ma anche geopolitici visto che finora il regime nordcoreano è stato un prezioso cuscinetto tra la Cina e gli USA ed un male necessario per impedire la riunificazione della Penisola coreana che nè i Coreani del Sud nè i Giapponesi, né tanto meno i Cinesi, vogliono. Senza contare il fatto che in caso di preparazione di massiccio attacco preventivo aeroterrestre, la Corea del Nord potrebbe a sua volta essere incentivata a colpire per prima. A tal proposito, oltre alle opzioni non convenzionali e ad eventuali campagne di artiglieria, la Corea del Nord ha a disposzione un’altra importante carat da giocare, ovvero l’inmpiego delle forze speciali, alle quali sono affidati compiti di natura offensiva in territorio sudcoreano. In particolare, di 3 tipi: la creazione di brecce nelle difese avanzate sudcoreane, l’apertura di un secondo fronte nelle retrovie sconvolgendo rifornimenti e treni logistici e la ricognizione strategica/raccolta informativa ad ampio raggio. Oltre a questi 3 compiti "istituzionali” ce n'è un quarto, ovvero l'eliminazione di membri della leadership politica e militare sudcoreana. Questo quarto task è affidato ad un'unità speciale dentro le SOF denominata Unità 525 che opera in maniera completamente indipendente. Il comparto negli ultimi anni è stato notevolmente rafforzato ed oggi gli organici dovrebbero aver quasi raggiunto le 200.000 unità. In pratica stiamo parlando di una forza armata parallela inquadrata come un vero e proprio corpo d'armata e basata su 4 diverse tipologie di forze: fanteria leggera d’assalto, forze aeroportate, da ricognizione e forze anfibie. La fanteria leggera d'assalto opera generalmente di concerto ed in supporto alle unità convenzionali ed il suo compito principale è l'infiltrazione attraverso la DMZ – sfruttando tunnel e cunicoli – per attaccare le posizioni e le linee di comunicazione avanzate sudcoreane. Le forze aeroportate operano, invece, in maniera indipendente ed hanno il compito di infiltrarsi dall'aria in territorio sudcoreano per attaccare o prendere obbiettivi militari ad alto valore e scompaginare le retrovie avversarie ricorrendo anche a tattiche di guerriglia. Per l'infiltrazione, si usano principalmente i vecchi, ma sempre validi, e silenziosi monomotore biplani An-2 COLT, capaci di seguire profili di volo a quote bassissime ed evitare così la rilevazione radar, o gli elicotteri leggeri monoturbina MD-500 (acquisiti illegalmente negli USA attraverso una spericolata triangolazione negli anni ottanta). Le unità da ricognizione – lontanamente paragonabili agli Spetsnatz del GRU (l’intelligence militare russa) – hanno, invece, il compito principale della raccolta informativa in profondità, ma possono condurre anche azioni dirette, come la neutralizzazione di target ad alto valore, sul territorio della Corea del Sud. Infine, le forze speciali anfibie hanno il compito di infiltrarsi in territorio sudcoreano via mare o fiume attraverso un'ampia panoplia di mezzi – di superficie, ma anche subacquei - per attaccare obbiettivi militari, colonne logistiche e, in generale, le retrovie del dispositivo militare della ROK (Republic Of Korea). A queste unità bisogna poi aggiungere 130-150 aliscafi classe KONGBANG – prodotti ed acquisiti di recente – capaci di trasportare fino a 50 effettivi. Poco meno della metà di questi aliscafi sono stati dislocati in una base di recente costruzione a Koampo, a soli 50-60 km dall'Isola sudcoreana di Baeknyeong, nel Mar Giallo.

a cura di Pietro Batacchi e Michele Taufer
anteprima Corea de Nord: sesto test nucleare 03-09-2017

Questa notte la Corea del Nord ha effettuato il suo sesto test nucleare. La crisi coreana raggiunge così il suo picco senza che sia possibile adesso immaginare le conseguenze di quanto accaduto. L'esplosione ha provocato un primo terremoto di magnitudo 6,3, avvertito anche in Cina e Russia, ed un secondo di magnitudo 4,6. Secondo alcune fonti, il secondo terremoto potrebbe essere stato provocato addirittura dal crollo del tunnel del poligono di Punggye-ri dove avvengono i test. Al momento non è possibile confermare un'eventualità del genere, ma se così fosse, il rischio di fuga di radiazioni all'esterno sarebbe molto alto. Nell'annunciare la piena riuscita del test, il regime ha affermato che si tratta dell'esplosione di una bomba all'idrogeno (termonucleare), ovvero di una bomba basata su un doppio stadio fissione-fusione. In pratica, la bomba H viene innescata dall'esplosione di una bomba atomica primaria a fissione contenuta al suo interno. Anche in occasione del quarto test del gennaio 2016, Pyongyang aveva detto che si trattava di bomba all'idrogeno, ma allora la potenza del test – stimato attorno ai 10 kilotoni – non sembrava confermare quanto affermato dal regime. Il test di questa notte, tuttavia, è il più potente della serie e le prime stime lo collocherebbero attorno ai 100 kilotoni, una potenza 5 volte superiore a quella sprigionata dall'ultimo test nordcoreano del settembre 2016. Generalmente, la bomba all'idrogeno rilascia una potenza molto superiore – decine di megatoni come dimostrarono i test condotti da USA e URSS negli della Guerra Fredda – ma un'eventuale potenza di 100 kilotoni sarebbe comunque compatibile con l'ipotesi di sperimentazione di ordigno termonucleare indicando la capacità dei tecnici nordcoreani di controllare la fusione e miniaturizzare l'ordigno. Di sicuro, anche se dovesse trattarsi del test di una "normale" bomba a fissione, oppure del test di un solo stadio di una bomba H, il regime avrebbe compiuto un ulteriore passo avanti dimostrando di aver compiuto in pochissimi anni progressi notevoli nel settore nucleare. Tali progressi, inoltre, si accompagnano a quanto fatto anche in campo balistico, dove la Corea del Nord sembra ormai aver acquisito la capacità di produrre missili a raggio intermedio (IRBM) ed intercontinentali (ICBM) che, con molte probabilità, potrebbero adesso trasportare anche una testata nucleare. Ulteriori aggiornamenti nelle prossime ore.

a cura di Pietro Batacchi
anteprima Corea: escalation senza precedenti 29-08-2017

Non era mai successo, se non per esercitazione: ma l’ultimo test missilistico effettuato dalle forze strategiche della Corea del Nord, ha fatto risuonare le sirene d’allarme nei centri urbani dell’Isola di Hokkaido, nel Giappone settentrionale. Mentre anche via social, il Governo guidato da Shinzo Abe avvisava i propri concittadini del pericolo, attivando il J-ALERT, e invitandoli a restare in casa o, se possibile, a raggiungere i rifugi antisismici. L’allarme è scattato all’alba, poco prima delle 6 del mattino locali, quando è stato rilevato il lancio di un ordigno di tipologia ancora imprecisata, ma con una traiettoria balistica che lo ha portato a 550 km di quota, e a una distanza di 2.700 km, prima di cadere in mare a est dell’arcipelago nipponico. Caratteristiche simili possono essere attribuite alla famiglia dei TAEPODONG, sviluppati a partire dagli anni ’90, e al MUSUDAN, ancora impegnato proprio nei test, solo nel 2016 giunti ai primi successi, dopo diversi fallimenti, anche se altre ipotesi parlano di un missile a raggio intermedio (IRBM) tipo HWASONG-12, capace di trasportare una testata nucleare: lo stesso che il Maresciallo Kim poche settimane fa minacciava di lanciare verso Guam ed il “fratello minore” del missile balistico intercontinentale (ICBM) HWASONG-14 testato lo scorso 4 luglio. Secondo i servizi segreti sudcoreani, questo test sarebbe stato effettuato proprio per valutare la capacità del missile di trasportare testate nucleari e farle resistere agli enormi livelli di calore provocati dal rientro nell’atmosfera. L’ HWASONG-12 è un missile balistico monostadio accreditato di una gittata di 4500, basato su piattaforme mobili ed alimentato da propellente liquido. Il “fratello” più grande HWASONG-14, invece, è bistadio, mantiene l’alimentazione a propellente liquido, ed è accreditato di una portata di 7.000-10.000 km (la portata dipende anche dal peso della testata). La reazione di Tokyo è stata immediata. E mentre veniva presa la decisione di non tentare l’intercettazione dell’ordigno, comunque diretto verso il Pacifico, anche per evitare che in caso di impatto si spezzasse e ricadesse sull’Hokkaido, scattavano gli allarmi. Anche diplomatici, dopo che già il 26 agosto il lancio di 4 missili aveva riacceso la tensione, sopitasi dopo la “crisi di Guam” di Ferragosto. Infatti, solo nel 1998 e nel 2009 missili balistici nordcoreani, impegnati in test per il rilascio in orbita di un satellite, erano passati sopra lo spazio aereo giapponese. Da quando la moratoria istituita nel 1999 era stata infranta da Pyongyang nel 2006, gli altri test missilistici del regime comunista si erano sempre conclusi al massimo nelle acquee della ZEE (Zone Economica Esclusiva) giapponese. Poche settimane fa, la minaccia di Kim Jong-un di lanciare dei missili HWASONG-12 in direzione di Guam, strategico possedimento militare americano nel Pacifico, aveva provocato l’ennesima crisi, poi rientrata grazie alle bacchettate diplomatiche cinesi, che non erano state risparmiate nemmeno al più discolo (e imprevedibile) dei suoi alleati. In effetti, il nuovo, minaccioso test rappresenta anche uno schiaffo in faccia alla Cina, che a questo punto si chiederà quanto può essere pericoloso un instabile Kim dotato di missili e testate nucleari, che possono coprirlo anche da alleati troppo invadenti. Più in generale, il test non fa altro che incrementare ulteriormente il profilo deterrente di Kim a tutto vantaggio della sua capacità di mantenere la continuità del regime nel tempo. Pyongyang giustifica la ripresa dei lanci missilistici con le esercitazioni congiunte in corso tra Stati Uniti e Corea del Sud, ma Kim ha ben chiara la sorte dei vari Gheddafi, Saddam, Milosevic e compagnia, usciti di scena proprio perché non sufficientemente armati e “deterrenti”. Anche a Seul è scattato l’allarme: i reparti in addestramento si sono infatti avvicinati al 38° Parallelo, alcuni F-15 hanno compiuto sganci di bombe addestrative di precisione Mk-84 simulando un attacco a un sito missilistico nemico, e il Governo sta discutendo la possibilità di prendere provvedimenti di emergenza, compresa l’evacuazione dei civili da aeree più esposte ad attacchi di artiglieria nordcoreani. Anche se la stessa capitale sudcoreana è alla portata dei cannoni di Kim. Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone hanno chiesto con urgenza una riunione straordinaria del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

a cura di Pietro Batacchi e Giuliano Da Frè