a cura della Rivista Italiana Difesa
Donbas, una tregua molto fragile data: 16-01-2017 a cura di: Marco Basilio

Nel 2017 l’Ucraina è entrata nel suo terzo anno conflitto, chiamato comunemente guerra civile in Russia, Guerra del Donbas (Donetskiy bassein, bacino di Donetsk) dalla maggioranza della comunità internazionale o Guerra russo-ucraina dal Governo di Kiev. Poco prima dell’ingresso del nuovo anno, precisamente a dicembre 2016, le autorità ucraine hanno ufficializzato il bilancio dei combattimenti nel 2016, pari a circa 225 morti e 300 feriti tra militari e popolazione civile. Simili dati permettono di aggiornare a circa 9.700 vittime il tragico bollettino del conflitto che attanaglia il Paese dal 2014. Sempre secondo Kiev, 3.600 sono sinora i caduti del fronte separatista, inclusi i miliziani delle 2 Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk (rispettivamente RPD e RPL), i civili e i “volontari” russi impegnati nelle regioni orientali ucraine. Dalla ratifica degli accordi di Minsk II (11 Febbraio 2015), il conflitto del Donbas ha assunto le caratteristiche del classico conflitto congelato nello spazio ex-sovietico, riassumibili nella mancanza di significativi progressi sotto il profilo politico-diplomatico, a causa sia della reticenza al negoziato da parte di entrambi i contendenti sia degli oggettivi problemi politico-economici in cui versa Kiev, e nella bassa intensità nel livello degli scontri tra l’Esercito Ucraino e le milizie separatiste filo-russe. A questi elementi endogeni va affiancata una congiuntura internazionale che ha messo il conflitto in secondo piano. Infatti, con l’Europa impegnata sul fronte della lotta al terrorismo e nella gestione dei flussi migratori, con gli Stati Uniti in fase di transizione post-Obama e la Russia concentrata sul dossier siriano, gli eventi ucraini sono stati relegati ad una posizione subalterna nelle agende di politica estera delle principali cancellerie globali. Come se non bastasse, con l’ascesa alla Presidenza statunitense di Donald Trump, personalità ritenuta disposta al dialogo con il Cremlino e decisa ad un disimpegno militare in Europa, Kiev rischia di perdere il suo maggior sostenitore nella guerra contro le Repubbliche Popolari e il loro protettore russo. In virtù di tutti questi elementi, in una Ucraina la cui popolazione continua ad essere sempre più critica e disillusa verso la propria classe dirigente e verso le promesse tradite della Rivoluzione della Dignità (il nome con cui gli ucraini chiamano Euromaidan), cominciano a serpeggiare nuove proposte per una conclusione onorevole del conflitto. In questo senso ha destato particolare scalpore la dichiarazione dell’oligarca ucraino Viktor Pinchuk, nativo di Kiev e ben noto filo-europeista, che ha aperto alla possibilità di negoziare con la Russia la pace in Donbas in cambio della definitiva rinuncia alla Crimea e alla sospensione sine die dei progetti d'integrazione nell’Unione Europea e nella NATO. Ciò che adesso suona come una dichiarazione disfattista potrebbe presto assumere i contorni di una scelta obbligata, soprattutto nel caso in cui le autorità di Kiev dovessero ancora fallire nel programma di risanamento politico ed economico del Paese, la cui deficitaria situazione rende la campagna in Donbas un salasso finanziario e umano difficilmente sostenibile ancora a lungo. Questo scenario consente di definire il conflitto del Donbas come il più complesso e sanguinoso di tutto lo spazio ex-sovietico. Infatti, come spesso accade in quelli che sono stati definiti “conflitti congelati”, la tregua tra i belligeranti resiste soltanto sulla carta, essendo violata decine di volte al giorno, e spesso vacilla in occasione di improvvise ed estemporanee escalation. A tal proposito, l’ultimo significativo innalzamento nel livello di conflittualità tra le parti si è registrato tra il 16 e il 28 dicembre del 2016, quando sia l’Esercito Ucraino che le milizie separatiste sono tornate a scontrarsi in prossimità della linea di contatto facendo un massiccio impiego dell'artiglieria – mortai, lanciarazzi GRAD e SMERCH – e dei carri T-64 e T-72 in dotazione ad entrambi gli schieramenti (una palese violazione degli Accordi di Minsk). Erano oltre 10 mesi che l’Esercito Ucraino e le milizie della RPD e della RPL non utilizzavano una simile potenza di fuoco. Tutta la linea del fronte è stata scossa dagli scontri, in particolare nella regione adiacente Mariupol (villaggi di Shyrokyne, Krasnohorivka, Hnutove e Talakivka), nell’area intorno a Donetsk, precisamente nella città di Mariinka, check point per il passaggio dei civili attraverso la principale città del Donbas, Donetsk, di Avdiivka e di Novhorodske, e infine nel distretto di Stanytsia Luhanska, centro in prossimità di Lugansk, dove i separatisti hanno intimato alle Forze Armate di Kiev di ritirasi, poiché la loro presenza violava gli Accordi di Minsk. Con l’arrivo del nuovo anno, l’intensità dei combattimenti è nuovamente diminuita, anche se l’utilizzo del fuoco di artiglieria lungo la linea del fronte non è cessato del tutto.


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