a cura della Rivista Italiana Difesa
NATO e Mediterraneo, comporre i pezzi del puzzle data: 10-03-2017 a cura di: Alessandro Marrone*

Il proseguire degli scontri in Libia tra Haftar e altre milizie, nonché la debolezza del Governo Serraj, ognuno con i suoi protettori e nemici tra gli Stati nord africani, medio orientali e occidentali. Il contingente dei Marines recentemente dispiegato nelle operazioni in Siria contro lo Stato Islamico. Il flusso di migranti e profughi verso l’Europa che nel 2016 ha segnato, secondo i dati ONU, 181.405 sbarchi in Italia e 173.447 in Grecia, per un totale di oltre 350.000 ingressi. L’avvertimento degli esponenti dell’Amministrazione Trump agli alleati NATO sulla spesa per la Difesa, con la soglia del 2%, e sul fatto che gli Stati Uniti rivedranno i loro impegni nella sicurezza europea di conseguenza. La spinta da parte di diversi stati membri, al di qua e al di là dell’Atlantico, perché l’Alleanza Atlantica si occupi maggiormente di contrasto al terrorismo internazionale di matrice islamica. La decisione di stabilire a Napoli un “hub” della NATO per il “fianco sud”, che si occupi in primo luogo di intelligence a analisi, ma che può costituire l’embrione di qualcosa di più importante per le operazioni ed i partenariati dell’Alleanza nella regione. Cosa hanno in comune questi elementi? L’essere tra i pezzi principali del puzzle della sicurezza euro-mediterranea, che è fondamentale per la sicurezza e gli interessi nazionali italiani. Si tratta di un puzzle di difficile soluzione, ovviamente. Ma, cosa se possibile più allarmante, si tratta di un puzzle cui molti attori importanti, in Europa e altrove, non guardano con una visione di insieme. Ad esempio, istituzioni UE e molti Paesi membri, inclusa la Germania, tendono a vedere l’attuale e perdurante crisi migratoria come qualcosa da gestire solo tramite centri di accoglienza e rimpatrio, e/o riallocazione interna all’Unione, senza impegnarsi fortemente nella soluzione di crisi nel vicinato meridionale che generano il flusso di migranti/profughi o ne permettono il transito. Dal canto suo, l’Amministrazione Trump sembra spingere sempre più per un contrasto al terrorismo islamista in senso stretto, con operazioni mirate ad eliminare lo Stato Islamico e potenziali suoi affiliati in Nord Africa e Medio Oriente, senza lavorare a partenariati strategici, soluzioni multilaterali ed equilibri regionali che sarebbero necessari per stabilizzare la regione e renderla meno favorevole al crescere del terrorismo. La crisi siriana o quella libica sono spesso considerate dagli occidentali come casi a se stanti, e non ricompresi una strategia regionale verso il mondo sunnita, sciita e turco. Il paradosso arriva al punto che 2 Stati membri di NATO e UE come Italia e Francia da un lato lavorano insieme su alcuni dossier e crisi, e dall’altro sostengono, direttamente o indirettamente, fronti opposti nel teatro libico. Infine, le oscillazioni interne e di politica estera di uno Stato mediorientale chiave e membro dell’Alleanza atlantica come la Turchia pongono seri interrogativi sul ruolo di Ankara. E’ quindi necessario un dialogo strategico sulla sicurezza euro-mediterranea, che consideri con meno ipocrisie e più visione di insieme gli sviluppi nel vicinato meridionale e sud-orientale dell’Occidente – e a questo sforzo intende contribuire la conferenza organizzata dallo IAI il 14 marzo a Roma di cui RID è media partner. Un dialogo che da parte italiana andrebbe alimentato a diversi livelli, da quello bilaterale a quello mini-laterale, al quadro UE e a quello, forse finalmente in arrivo, dell’Europa della difesa e della Permanent Structured Cooperation (PESCO) tra un gruppo ristretto di Paesi core dell’Unione. Tra questi livelli, non deve mancare quello più ampio rappresentato dalla NATO, che con la Brexit in prossima fase di attuazione rimane l’unico framework politico militare che tiene insieme Stati Uniti, Gran Bretagna, Turchia, ed il blocco di Paesi dell’Europa continentale che è anche la sostanza geopolitica dell’UE. Stati la cui convergenza è sempre più importante rispetto ad una regione mediterranea dove gli attori regionali giocano sempre più in proprio e spregiudicatamente, e potenze come Russia e Cina aumentano – visibilmente o meno – la loro presenza e influenza.

*Alessandro Marrone è ricercatore presso lo IAI



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