a cura della Rivista Italiana Difesa
L’uso dei droni in Yemen data: 04-07-2014 a cura di: Stefano Lupo

 

I droni, o Unmanned Aerial Vehicles (UAV), vengono considerati, nella contingenza globale attuale, sempre più adatti a fronteggiare minacce asimmetriche (insorti, bersagli non convenzionali, network di terroristi regionali o internazionali), come la risposta più asimmetrica possibile e quindi la più idonea ad indebolire le faglie di criticità. Tra di esse viene valutata come prioritaria la minaccia rappresentata da Al Qaeda nello Yemen, soprattutto dal punto di vista americano.

La strategia di Al Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP) ha il suo cardine nell’esercizio di una costante pressione volta a ridurre al minimo i margini di sicurezza. Tale azione si sviluppa attraverso 4 direttrici principali: rapimento di diplomatici stranieri, attacchi contro militari e forze di sicurezza, assassinio di autorità locali, politiche, tribali e religiose, sostegno a milizie salafite contro gli Houthi, tribù di confessione sciita che gravita nella parte settentrionale del paese.

L’approccio operativo americano e yemenita nelle dinamiche di counterinsurgency  e counterterrorism nei confronti di AQAP poggia su attacchi aerei effettuati tramite droni, provenienti dalla base USA di Camp Lemonnier in Gibuti e da un centro segreto in territorio saudita, soprattutto contro assembramenti e campi d’addestramento, anche se tale pianificazione non ha evidenziato cambiamenti quantificabili e positivi, un fatto che ha portato ad un’attenta valutazione sulla loro efficacia, sia da parte della CIA, che dallo US Special Operation Command (USSOCOM) e dallo Joint Special Operation Command (JSOC).

Obiettivo primario dei droni è l’eliminazione di determinati e selezionati bersagli critici, in linea prioritaria elementi di vertice di AQAP, creando un potente elemento di deterrenza contro ogni insorgenza ed esternazione terroristica, applicando quella stessa “persistent insecurity” tanto cara ad Al Qaeda, andando a impattare con violenza sulle dinamiche associative al movimento. Tuttavia, i semplici attacchi dei droni, non inseriti in un struttura di maggiore respiro, non possono contribuire direttamente alla protezione dei civili né, tantomeno, al rafforzamento dell’autorità governativa, che rappresentano in verità le due colonne della dottrina COIN americana.

La CIA ha iniziato la campagna a mezzo droni in Yemen nel 2002, ma è con l’Amministrazione Obama che tale campagna ha assunto notevoli dimensioni, impennandosi nel 2012 sempre contro il bersaglio principale di riferimento, AQAP. L’anno nero è stato sicuramente il 2013 quando, nel mese di dicembre, un attacco con drone ha accidentalmente ucciso 15 persone radunate per un matrimonio. Il fatto esposto è molto indicativo, dal momento che evidenzia come un errore d’attacco non implichi un gioco a somma zero: per ogni errore americano, infatti, la popolazione yemenita tende sempre più ad equiparare l’ostilità verso gli USA a quella verso Al Qaeda.

Nel mese di aprile di quest’anno, Stati Uniti e Governo yemenita hanno condotto campagne d’attacchi aerei/droni soprattutto nel sud del paese, tra Abyan, Al Baya e Shabwa. Non solo non vi sono stati riscontri apprezzabili dal punto di vista COIN (Counter Insurgency), ma i bersagli mancati e le numerose vittime tra i  civili, hanno prodotto un contraccolpo politico sia a Washington, che a Sana’a a tutto vantaggio di AQAP, che sfrutta abilmente tali avvenimenti riverberandoli su scala mediatica, anche tramite l’efficace utilizzo dei social media.

Il dibattito sull’utilità dei droni è ormai costante, soprattutto al Pentagono. Data per scontata la maggiore efficacia dei droni rispetto ai velivoli tradizionali, sia per la raccolta di dati d’intelligence, che per l’accuratezza nella selezione dei bersagli, sono in molti a sostenere la necessità di orientare la strategia americana verso un maggiore impiego di forze speciali, riducendo l’impatto dei droni e aumentando l’attrito nei confronti degli uomini di AQAP.  L’individuazione di tale possibilità è indice della consapevolezza del generalizzato risentimento sociale provocato dagli errori negli attacchi in oggetto, elemento che si ripercuote non solo sulle operazioni COIN, ma anche sul processo di transizione yemenita e sul dialogo nazionale. Per questo motivo a Washington acquista sempre più vigore la posizione di coloro che vedono gli attacchi tramite droni non come la soluzione al problema, ma solo come una parte di essa.

La riflessione sopra riportata ha il suo peso, perché poggia su 2 determinanti valutazioni, una di carattere tecnico e una di valore politico. In primo luogo, l’avanzamento tecnologico nello sviluppo e nella produzione dei droni ha reso quest’ultimi più accessibili e più ridotti nelle dimensioni, con un effettivo incremento di autonomia. In secondo luogo, operando una considerazione di ampio respiro, gli Stati Uniti non si sono spesi completamente per una mediazione tra le istanze del Nord e del Sud dello Yemen, né tantomeno per una riduzione degli scontri nel Nord del paese (laddove si intersecano gli interessi di sauditi e iraniani). La percezione di una strategia incompleta e di breve periodo è molto concreta nelle sale operative del Pentagono, così come a Langley.

La situazione attuale dello Yemen ricade, senza margine di dubbio, nella terza fase della campagna di attacchi tramite droni, vale a dire quella che prevede l’eliminazione di bersagli mirati in scenari non bellici (cioè in settori in cui le truppe americane non sono direttamente coinvolte in un conflitto), una congiuntura temporale che vede sempre più l’emergere di  una diarchia inconciliabile tra CIA e JSOC, elemento maturato in realtà sin nelle prime 2 fasi: nella prima, a partire dal 2002, quando un PREDATOR uccise Salim Sinan Al Harethi, sospettato di aver coordinato l’attacco alla nave USS COLE, nel 2000 (attacchi mirati su elementi di spicco), e nella seconda, conclusasi nel 2007, che vide un’estensione del numero degli obiettivi. CIA e JSOC gestiscono, ognuna per conto proprio, operazioni con droni di ordine di grandezza diversi: la CIA, oltre alla naturale gestione del settore intelligence e situational awareness, conduce operazioni clandestine di attacchi mirato, laddove la JSOC opera apertamente, generando una grave distonia in termini di trasparenza e rendicontazione imputabile all’Agenzia di intelligence. Nonostante CIA e JSOC operino talvolta insieme alle forze yemenite contro AQAP, non si riesce a trovare la chiave concettuale per una divaricazione tanto netta in ambito di drones strikes.

Il differente approccio di CIA e JSOC rileva in maniera primaria, specie se si riportano alla memoria casi come quello di Anwar Awlaki, cittadino americano ucciso in Yemen nel 2011 poiché sospettato di essere un membro di spicco dell’architrave di indottrinamento e supporto per Al Qaeda (tanto da contribuire a pubblicare la celebra rivista jihadista Inspire). Il dossier Awlaki, il primo americano ucciso intenzionalmente senza processo da forze USA dai tempi della guerra di Secessione, ha portato a un’aspra battaglia politica all’interno del Congresso, con numerosi momenti di ostruzione da parte dei repubblicani. Il Partito Repubblicano ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica l’annosa questione delle missioni segrete della CIA e la possibilità che anche in futuro possano verificarsi uccisioni di cittadini americani, ma questa volta senza che ve ne sia notizia.

Per il futuro si possono individuare due ipotetiche linee di evoluzione per la creazione di un approccio integrato, in cui l’elemento drone venga ad essere inserito in un contesto strategico a coordinamento unico e dotato di maggiore versatilità.  Da un lato, la crescente evoluzione tecnologica nella linea di produzione di droni (in cui gli USA detengono un rilevante vantaggio competitivo, in primis nei confronti della Cina) potrebbe far uscire i droni dalla loro antica nicchia tattica nelle operazioni COIN, per divenire in tempi brevi un aspetto caratteristico del moderno warfare tout-court. Dall’altro, la tensione tra il Dipartimento della Difesa (DoD)e gli altri operatori di droni è arrivata a un punto tale che lo stesso Direttore della CIA, Brennan, ha espresso la possibilità che gli attacchi droni, inquadrati in operazioni dell’Agenzia, abbiano fatto il loro corso, presupponendo una gestione totalmente in capo al DoD. Tale inquadramento permetterebbe l’unificazione della struttura di comando e controllo (C2) basata su regole uniformi; ciò conferirebbe maggiore responsabilità e trasparenza, oltre ad un controllo operativo più efficace sugli obiettivi, sempre più sotto la responsabilità  delle forze armate (titolo 10 US. Code of Law) e sempre meno inserito nel comparto intelligence e covert actions (titolo 50 US. Code of Law).


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