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RID - Rivista Italiana Difesa 21-02-2019 Egitto in fermento data: a cura di:

Il Presidente egiziano Abdelfattah al Sisi sogna di restare al potere a lungo. Magari fino al 2034, grazie ad una modifica costituzionale votata dal Parlamento. Scadenze lontane, con sorprese sempre possibili. Intanto, però, deve misurarsi con sfide quotidiane immediate. I terroristi, dimostrando un legame profondo con il territorio, hanno messo in crisi gli apparati di sicurezza.

Sabato scorso una formazione ha attaccato un avamposto nella regione di El Arish, nella parte settentrionale del Sinai. Una quindicina di soldati hanno perso la vita, pesanti i danni. Gli estremisti – probabilmente affiliati allo Stato Islamico – hanno diffuso le immagini di blindati in fiamme, armi catturate, distruzioni. L’assalto è simile a molti altri avvenuti in questo quadrante difficile. L’esercito, nonostante cambiamenti di ufficiali e mezzi, continua a soffrire. Le postazioni e i check point sono bersagli facili, le truppe – come hanno denunciato molte “voci” – non sono addestrate adeguatamente, il dispositivo risulta sempre troppo statico. Negli ultimi due anni il Cairo ha provato a mutare tattiche, ha messo a segno successi eliminando nuclei di jihadisti, ma i problemi resistono. E i roboanti bollettini delle vittorie non dicono sempre tutto. 

Gli avversari sono meglio preparati, alcuni sono veterani di altri conflitti mediorientali ed è stata segnalata inoltre la presenza di volontari stranieri (europei e dell’ex repubbliche sovietiche). La stampa sottolinea come le strutture operanti nel Sinai siano divise in sei settori, più cluster di cellule e sottogruppi. Hanno campi di training, depositi, rifugi e linee di rifornimento.

Il conflitto nel Sinai è accompagnato da attentati nelle aree urbane. A inizio della settimana un uomo-bomba si è fatto detonare vicino alla moschea al Azhar, morti tre agenti che lo avevano bloccato. Le indagini sostengono che lo schieramento eversivo si richiama al Califfato, ma raccoglie schegge anche di altri movimenti. C’è un enorme bacino di radicalismo che sfrutta, a suo vantaggio, gli errori delle autorità e la situazione socio-economica. Per questo la guerra egiziana non è mai finita.


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