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anteprima logo Stato Maggiore Difesa GUERINI, INCONTRO A WASHINGTON CON IL SEGRETARIO ALLA DIFESA DEGLI STATI UNITI D'AMERICA LLOYD AUSTIN

Guerini: "L'amicizia tra Italia e Stati Uniti è strategica, decisiva e importantissima. In Afghanistan, grazie alla cooperazione tra le nostre Forze Armate siamo stati capaci, insieme, di condurre la più grande evacuazione di civili della storia"

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anteprima logo RID Firmato il terzo Implementation Agreement per lo SCAF (e non solo)

Lunedì 30 agosto, il Ministro della Difesa francese Florence Parly ha ricevuto a Parigi il suo omologo tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer, e il Segretario di Stato spagnolo per la Difesa, Esperanza Casteleiro Llamazares. I 3 ministri hanno firmato l'accordo di attuazione N.3 (Implementation Agreement/Arrangement d’application N.3) sul programma NGWS/FCAS (Next Generation Weapon System within a Future Combat Air System), che fornisce un quadro concreto per le attività del programma nel periodo 2021 e 2027. Dal punto di vista politico, i 3 ministri hanno inoltre sottolineato la loro volontà di aumentare ulteriormente il coordinamento tra i rispettivi Paesi in vista della presidenza francese dell'UE nella prima metà del 2022 e della presidenza spagnola nella seconda metà del 2023, assicurando la piena continuità con il lavoro iniziato durante la presidenza tedesca nella seconda metà del 2020. Lo ricordiamo, il programma NGWS fornirà una serie di capacità per garantire la superiorità operativa in ambienti altamente contestati ed include, oltre al caccia propriamente detto, i remote carriers in fase di studio presso Airbus ed MBDA e un’architettura completa di “air combat cloud”. Questo accordo riguarda proprio l’architettura più ampia del sistema di sistemi e non soltanto il caccia, e comprende la roadmap di massima da rispettare in funzione del primo volo del prototipo del caccia pilotato, previsto per il 2027. Dopo la firma dell'IA3 da parte dei ministri competenti, i 3 CSM dell'Armée de l’Air, Generale Philippe Lavigne, della Luftwaffe, Generale Ingo Gerhartz, e dell'Ejercito del Aire, Generale Javier Salto, hanno firmato la nuova edizione del documento sui requisiti operativi comuni (Common Operational Requirements Document, CORD). Questo documento esprime una visione comune sempre più precisa del requisito operativo, che deriva dall'High Level Common Operational Requirements Document (HLCORD) firmato il 18 marzo 2019. Secondo quanto comunicato ufficialmente dalle 3 Direzioni nazionali degli armamenti (Bundesministerium der Verteidigung, Dirección General de Armamento y Material e Direction Générale de l’Armement), questa firma segna un significativo passo avanti nel lavoro di cooperazione sul progetto NGWS (Next Generation Weapon System) all'interno dello SCAF. A latere dell’incontro trilaterale, Florence Parly e Annegret Kramp-Karrenbauer si sono incontrate in un bilaterale nel quale hanno firmato il secondo accordo intergovernativo di cooperazione franco-tedesco nel settore del trasporto aereo tattico. L’obiettivo è creare uno squadrone binazionale e un centro di addestramento nella base aerea francese di Évreux con una flotta di aerei C-130J. Questa firma ha permesso la creazione ufficiale della squadriglia franco-tedesca, con data 1° settembre 2021, frutto di un lavoro avviato nel 2016. All'interno di questa unità, i militari francesi e tedeschi potranno lavorare in squadre miste, senza distinzione di nazionalità. Pur mantenendo la possibilità di effettuare missioni in un quadro puramente nazionale, uno degli obiettivi è quello di effettuare missioni operative con equipaggi misti su aerei francesi e tedeschi indistintamente, livello di integrazione raramente raggiunto. La capacità operativa iniziale dovrebbe essere raggiunta nell'autunno 2021 con l'istituzione dell'unità a Evreux, e la piena capacità operativa nel 2024.

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anteprima logo RID Il golden power e le “scatole cinesi”: l’inchiesta Alpi Aviation

Nel Pordenonese emissari di Pechino hanno cercato di ottenere sofisticate tecnologie occidentali da applicare in campo militare, in particolare nel settore aeronautico. È emerso dalle indagini della Guardia di Finanza e della Procura della Repubblica della città della Destra Tagliamento, che hanno portato alla luce una ramificata struttura riconducibile agli organi istituzionali della Repubblica Popolare cinese. Sei le persone denunciate per violazione della legge sui materiali d’armamento (la 185/1990), 3 di cittadinanza italiana e 3 di quella cinese. All’esito della complessa indagine sono state inoltre ipotizzate violazioni alla vigente normativa sulla tutela delle aziende di rilievo strategico nazionale, il cosiddetto “golden power”. L’inchiesta condotta dalle Fiamme gialle pordenonesi aveva preso avvio a seguito di una serie di accertamenti effettuati su delega dell’Autorità giudiziaria, aventi a oggetto l’aviosuperficie ricompresa in un’area del demanio militare in località San Quirino, sulla quale era stata riscontrata una sinergica occupazione, in assenza di autorizzazioni, da parte di un aeroclub privato (formalmente una onlus attiva nella protezione civile, attività rivelatasi poi inesistente) e di una società che fabbricava aeromobili e veicoli spaziali, operante inoltre nella progettazione e nella produzione di velivoli a pilotaggio remoto (SAPR, o UAV, unmanned aerial vehicle), macchine impiegate anche a fini militari e, a questo scopo, certificati in sede NATO in quanto agli standard a quest’ultima rispondenti. Si tratta di sistemi forniti anche alle Forze armate italiane, con le quali l’impresa pordenonese, la Alpi Aviation, aveva ottenuto alcune commesse. In particolare stiamo parlando del mini-UAV STRIX, impiegato dalle SOF italiane e dal SAN MARCO. Nel 2018 il 75% del capitale sociale della società era stato acquistato da una “shell company” con sede nella zona amministrativa speciale di Hong Kong, un acquisto che, tuttavia, evidenziava la netta sproporzione tra le quote sociali precedenti e quelle rivalutate nel corso dell’operazione negoziale: 3.995.000 euro rispetto agli originari 45.000, cioè una cifra 90 volte superiore. La società estera acquirente era stata costituita ad hoc immediatamente prima dell’acquisto di quella pordenonese, e risultava inoltre priva di risorse finanziarie commisurate all’operazione, questo nonostante la compravendita in oggetto e i conseguenti aumenti di capitale richiesero investimenti pari a oltre 5 milioni di euro da effettuare in territorio italiano. Le Fiamme gialle, ripercorrendo in senso inverso la filiera di “scatole cinesi” sono risalite anche alla reale identità degli autori dell’operazione conclusa a Hong Kong, portata a termine attraverso il ricorso a una complessa e ramificata rete di società di comodo direttamente legate allo Stato cinese nella figura della SASAC (Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà dello Stato), che a sua volta opera per il tramite del Management Commitee of Wuxi Liyuan Economic Development Zone, cioè dal vertice dal quale originava tutta la catena fittizia di shell company. Secondo gli inquirenti italiani il perfezionamento di tale subentro nella società del Pordenonese sarebbe stata frutto di modalità opache, tese proprio a non fare emergere la riconducibilità all’ingombrante nuovo socio straniero. Questo poiché la doverosa variazione della compagine societaria al Ministero della Difesa (che per legge è tenutario del registro delle imprese di armamento) veniva comunicata soltanto 2 anni dopo l’acquisto e dietro ripetuti solleciti del Dicastero di Via XX Settembre. Un differimento nel tempo che ha consentito alla società pordenonese di continuare a sottoscrive importanti contratti nel suo settore di attività. Inoltre, veniva omesso di comunicare alla Presidenza del Consiglio dei ministri l’acquisto da parte di soggetti esteri del 75% del capitale della società italiana, in aperta violazione delle statuizioni dettate dal Decreto legge nr. 21/2012, recanti norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della Difesa e della Sicurezza nazionali, nonché sulle attività di rilevanza strategica in quelli dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni, il cosiddetto Golden Power. La strana acquisizione da parte cinese non rispondeva a scopi speculativi o di investimento, ma esclusivamente all’acquisizione del know how tecnologico e produttivo, anche di natura militare, posseduto dall’impresa italiana, conoscenze per il quale si era proceduto alla pianificazione della delocalizzazione aziendale presso il polo tecnologico di Wuxi, non lontano da Shanghai. In passato la S.r.l. di San Quirino era stata attenzionata poiché indicata essere fornitrice alla Repubblica Islamica dell’Iran di materiali rientranti tra quelli inclusi nella categoria dual use. Su di essa gravarono i sospetti nutriti dagli Stati Uniti d’America, che la ritennero in affari con la teocrazia sotto embargo. Nel 2009 il Dipartimento di Stato di Washington esortò l’ambasciata statunitense a Roma a chiedere all’Agenzia delle Dogane italiana l’effettuazione di una verifica riguardo alla segnalazione ricevuta dall’intelligence dal Giappone, secondo la quale Alpi Aviation aveva funto da intermediaria (allora si affermò che aveva anche potuto farlo involontariamente) tra la società nipponica Tonegawa-Seiko e l’iraniana Farazeh Equipment Distributor Company, questo per far pervenire a Teheran componenti per velivoli a pilotaggio remoto, in particolare servoattuatori modello PS050 e SSPS105, apparecchiature che comandano il movimento delle superfici mobili dei velivoli.

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anteprima logo Marina Italiana MARINA MILITARE: LA FREGATA MARCEGLIA MOLLA GLI ORMEGGI E DIRIGE VERSO IL GOLFO DI GUINEA

Nave Marceglia prende parte all’operazione “Gabinia” in una zona del mondo a forte rischio per gli attacchi di pirateria, dove insistono rilevanti interessi economici per il Paese

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anteprima logo RID Mar Cinese Meridionale, la Cina aumenta la pressione approfittando della “distrazione” afghana

La Cina, con una mossa del tutto inattesa, a partire dal 1° settembre 2021, pretende che tutta una serie di navi comunichino i propri dati alla propria Guardia Costiera (MSA, Maritime Safety Administration) prima di entrare nel Mar Cinese Meridionale. Si tratta di un’area molto vasta, racchiusa in quella che è nota come la “linea dei nove tratti”: uno spazio marittimo che lambisce le coste di diversi Paesi, e che la Cina considera come proprie acque territoriali, invece che come acque internazionali. Da notare che la Cina parla proprio di acque territoriali, uno spazio che secondo la Convenzione sul Diritto del Mare (UNCLOS) si può estendere fino ad un massimo di 12 miglia dalla costa, non centinaia di miglia. La nuova disposizione, emanata a sorpresa in un momento in cui l’attenzione dei governi di tutto il mondo è concentrata sulla questione afghana e sull’emergenza pandemica, prevede che tutti gli operatori, commerciali o militari, di alcune tipologie di navi (sottomarini, navi a propulsione nucleare, navi che trasportino materiale radioattivo, navi che trasportino petrolio, prodotti chimici, gas liquefatto, o materiali pericolosi), prima di entrare nell’area in questione debbano preventivamente informare la MSA della posizione, della destinazione (anche se non dirette ad un porto cinese, ma solo in transito nel Mar Cinese Meridionale), della natura del loro carico, e che almeno ogni 2 ore aggiornino la loro posizione, o mantenendo attivo l’AIS, oppure con comunicazioni specifiche. Secondo l’UNCLOS queste sono acque internazionali, e come tali soggette al libero transito, senza alcuna limitazione. Nel 2016, a seguito di una contesa giudiziaria tra Cina e Filippine, una corte arbitrale indipendente ha stabilito che la Cina non ha alcun diritto su quelle acque, e che la quasi totalità delle risorse economiche della fascia meridionale di quella zona reclamata dalla Cina appartiene invece alle Zone Economiche Esclusive degli stati costieri (Brunei, Malesia, Indonesia, Vietnam, Filippine). La risposta ufficiale della Cina è stata sprezzante: un comunicato ha definito la sentenza come “nient’altro che un pezzo di carta straccia”. La Cina ha occupato diverse isolette, e atolli, provvedendo a ingrandirli e a trasformarli in presidi permanenti, talvolta dotati di moli di ormeggio, piste di atterraggio, bunker, alloggi, radar, piazzole per missili, ecc. Finora la Cina ha cercato di imporre la propria presunta sovranità solo in alcuni casi di sfruttamento delle risorse economiche. Ad esempio intervenendo in modio massiccio con dozzine di pescherecci della cosiddetta “milizia marittima” per ostacolare le altrui attività di prospezione, o il pattugliamento di navi di guardie costiere straniere. Altrettanto sono state compiute manovre di disturbo o di vibrata protesta diplomatica nel caso di presenza di navi militari impegnate in operazioni FON (Freedom Of Navigation) col transito ai limiti delle 12 miglia dalle isolette cinesi. È quindi ancora tutto da capire se, come e quando la Cina intenderà imporre il rispetto della propria ordinanza, anche se il documento ribadisce che “la MSA dispone dell’autorità e del potere per respingere l’ingresso di una nave nelle acque territoriali cinesi, se si dovesse accertare che questa rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale cinese”. È ovviamente importante capire cosa si vuol esattamente intendere con “rappresenta un rischio”. Già nel 2013 la Cina aveva istituito la Air Defense Identification Zone (ADIZ) sul Mar Cinese Orientale; una zona che si sovrappone ad ampie fasce dello spazio aereo di Taiwan, Corea del Sud e Giappone. Ovviamente tutti I vettori aerei commerciali si sono immediatamente adeguati alla richiesta cinese, per non rischiare pericolose intercettazioni e/o sanzioni. È quindi molto verosimile che gran parte, se non tutti, gli operatori marittimi si adegueranno a tali richieste, a prescindere dalla nazionalità dell’armatore, al fine di evitare problemi. Facendo così, si fornirà un’ulteriore patina di legittimità alle pretese cinesi. Il prossimo annuncio, ormai dato per scontato, è l’istituzione di una ADIZ nel Mar Cinese Meridionale. Ed è presumibile che i Cinesi non si faranno molto impressionare da qualche altra FON o dal transito di una portaerei nei pressi di Taiwan. Questo approccio deve essere visto come una parte di una ben più ampia strategia a lungo termine: la si può chiamare Guerra Ibrida, o Grey Zone, oppure Tattica del Salame (si accetta controvoglia che l’avversario tagli una fettina, perché una risposta armata sarebbe eccessiva, poi ne viene tagliata un’altra, e poi un’altra ancora, fino a che del salame non resta più nulla…). La strategia cinese mira ad acquisire nel lungo periodo un vantaggio strategico, senza il rischio di un conflitto, e quindi operando ben al di sotto della soglia di un confronto armato.

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anteprima logo RID Le fregate tedesche F124 saranno dotate di capacità ABM

Le 3 fregate da difesa aerea F124 classe SACHSEN della Marina tedesca verranno equipaggiate con un nuovo sistema radar ottimizzato per il rilevamento e tracciamento di minacce balistiche. 

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anteprima logo Marina Italiana EDITORIA MARINA MILITARE: “IL PUNTO PIU’ ALTO”, LA STORIA DI UN MARINAIO

La campagna d’istruzione per gli allievi della 1^classe dell’Accademia Navale di Livorno è un compito impegnativo, che li spinge a sfidare i propri limiti per scoprire il più delle volte che i limiti sono fatti proprio per essere superati.

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anteprima logo Aeronautica Italiana ANNUNCIATA LA PRIMA MISSIONE SUBORBITALE SCIENTIFICA AERONAUTICA MILITARE/CNR

Si è tenuta nel primo pomeriggio, presso Palazzo Aeronautica a Roma, la conferenza stampa per annunciare la prima missione suborbitale scientifica con equipaggio misto composto da personale dell'Aeronautica Militare e del Consiglio Nazionale delle Ricerche

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anteprima logo Stato Maggiore Difesa IL MINISTRO GUERINI IN PARTENZA PER GLI STATI UNITI D'AMERICA. DOMANI INCONTRO AL PENTAGONO CON IL SEGRETARIO ALLA DIFESA AUSTIN

Il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini è in partenza per gli Stati Uniti d'America. Nella giornata di domani, a Washington presso il Pentagono, in programma l'incontro con il Segretario alla Difesa americano Lloyd Austin.

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anteprima logo RID Afghanistan, le ragioni di una sconfitta

Abbiamo aspettato un po' prima di parlarne. Le ferie (sacre), certo, ma anche la necessità di scrivere lontani dall’emozione del momento, di usare la testa e non la pancia. L'Occidente ha perso, e lo ha fatto anche malamente, con un ritiro che assomiglia a una ritirata, ed un fuggi fuggi condito da immagini che più di ogni altra cosa rappresentano un danno per la sua reputazione. Lo possiamo dire tranquillamente: l’immagine dell’America e dei suoi alleati oggi è ai minimi termini. Se guardiamo agli ultimi 20 anni Washington viene da 3 disastri: quello iracheno-siriano, quello afghano e quello libico. Tutti più o meno condivisi con l’Europa e tutti, egualmente, che hanno dato fiato e spazi agli avversari: l’Iran, piuttosto che la Russia. Il gran finale è stata poi la conferenza stampa di Biden in cui il Presidente americano ha sostanzialmente addossato la responsabilità della sconfitta in Afghanistan alla NATO, riconducendo in pratica solo a Bruxelles lo sforzo di nation building, mentre loro, gli Americani, erano concentrati sulla caccia ai terroristi. Una menzogna bella e buona. Chi è il Paese più importante della NATO? Chi comandava la missione ISAF? Ma veramente si pensa che la NATO possa imbarcarsi in uno sforzo di ricostruzione come quello afghano senza gli USA, impegnati a fare dell’altro? Fate voi. Ma torniamo alle ragioni della sconfitta. La prima riguarda il tempo. I tempi, anzi, gli attimi, delle liberal-democrazie non si conciliano con i tempi delle guerre di stabilizzazione e con la mentalità “lunga e lenta” tipicamente orientale e mediorientale. I cicli elettorali non tengono conto del campo. Da questo punto di vista, l’errore più grosso è stato quello di Obama che ha iniziato a richiamare i contingenti tra il 2011 e 2012, ovvero nel momento di massima pressione sui Talebani, la cui influenza nel Paese in quel momento era veramente ridotta. Trump ha proseguito su questa rotta, con l’aggravante di sottoscrivere una pace separata con i Talebani, che ha legittimato loro e delegittimato il Governo di Kabul, ridotto ad una sorta di comparsa. Il povero e claudicante Biden, infine, poteva solo gestire meglio il ritiro. La seconda ragione è culturale e riguarda la presunzione che il modello euro-occidentale sia il migliore in senso assoluto e che tutti siano disponibili ad accettarlo senza colpo ferire. Questo comporta la creazione di percezioni errate e cattiva analisi, che, nella fattispecie, ha significato non capire che i Talebani erano e sono espressione di una comunità – quella pashtun, in particolare Ghilzai - profondamente radicata tanto in Afghanistan quanto in Pakistan. Ridurre i Talebani a movimento terroristico è sbagliato. I Talebani sono un realtà, sopratutto oggi, molto complessa in cui convivono 3 anime: quella conservatrice e per così dire di governo, quella radicale, vicina a ciò che resta di Al Qaeda e quella puramente criminale. Tutte, però, sono straordinariamente radicate nel tessuto del cosiddetto Af-Pak, rappresentandone storia, interessi e tradizioni. E’ stata la prima anima a gestire la ripresa del potere tessendo una serie di accordi con potentati e signori della guerra locali che hanno tagliato fuori Ghani e i suoi: fa specie vedere Ismail Khan chiamare i propri miliziani alla resistenza ad Herat e contemporaneamente trattare per conto dei Talebani con Ghani; ma fa specie vedere pure la rapidità con cui il Nord – un tempo roccaforte dei Tagiki - è caduto senza sparare un colpo. Insomma, il sospetto – che siano state le intese locali più che le armi a spianare la strada di Kabul a Baradar – viene. Il tutto, sotto gli occhi delle nostre intelligence, ormai rivolti altrove. E poi eccoci alle ragioni militari ed operative. Una guerriglia con un retroterra logistico santuarizzato è potenzialmente inesauribile. La disponibilità di aree sicure in Pakistan – nelle cosiddette aree tribali, ma sopratutto, nel Belucistan – spiega la resilienza dei Talebani e la loro capacità di alimentare le proprie attività militari in alcune aree del Paese. E ciò rimanda anche al legame tra i Talebani ed il Pakistan. Un legame inscindibile e funzionale per la politica estera di Islamabad e per il suo obbiettivo di mantenere profondità ed influenza in Afghanistan. Il fallimento degli USA si è visto sopratutto qui, ed è qui che sono stati pronti ad infilarsi tanto i Russi quanto i Cinesi. Infine, parliamo anche di soldi, ovvero dei soldi della ricostruzione e degli aiuti che in questi 20 anni la classe dirigente afghana, a tutti i livelli, si è intascata. In particolare, la “nostra” classe dirigente: quella che ha studiato nelle nostre università, che parla un inglese fluente e che ha i conti correnti “gonfi” a Dubai. Un gioco da ragazzi per la sempre più evoluta propaganda degli ex studentelli coranici creare la narrazione della “rapina” commessa dai potentati di Kabul ai danni del popolo afghano: adesso è il momento di Bardar e degli “onesti”. Di questo, e non solo, lo Scrivente parlava, non ultimo, anche nel 2012 in un reportage, che ripubblichiamo oggi, scaturito dall’ennesimo viaggio nella meravigliosa terra afghana.

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anteprima logo RID Inaugurazione corsi NATO Defense College

Si e’ svolta questa mattina la cerimonia di inaugurazione dei corsi di punta del NATO Defense College, che riunira’ per i prossimi mesi 117 alti ufficiali militari e diplomatici provenienti da piu’ di trenta paesi tra alleati e partner. 

Il Comandante del NDC, il Generale di Corpo d’Armata Olivier Rittimann ha accolto la platea riunita al College, istituto presente all’interno della citta’ militare della Cecchignola e che festeggera’ a novembre settant’anni dalla sua fondazione: 

Siete giunti al College in un momento interessante: gli sviluppi regionali ci conducono verso un maggiore senso di urgenza, alla necessita’ di un acceso dibattito e una risposta attiva. Ora più che mai, abbiamo bisogno di voi come futuri leader capaci di "adattarsi" e "pensare fuori dagli schemi".

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anteprima logo Marina Italiana INSEDIATO AD ANCONA IL NUOVO COMANDANTE DELLE SCUOLE DELLA MARINA MILITARE

L’ammiraglio di divisione Antonio Natale è il nuovo Comandante delle Scuole della Marina Militare.

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