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anteprima logo RID Altri 464 T-90 per l'India

Il T-90 è prodotto su licenza in India ed equipaggia già 18 reggimenti. 

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anteprima logo RID EUCISE 2020: l’Europa e la sorveglianza marittima

Leonardo guida un RTI che ha installato il test bed per il programma EUCISE. 

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anteprima logo RID Gli F-35B britannici a Cipro

Non è da escludere il primo impiego in missioni reali. 

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anteprima logo RID Caccia italiani intercettano un velivolo sui cieli del Montenegro
NATO Air Policing: i caccia italiani intercettano un velivolo sui cieli del Montenegro.Primo “scramble” operativo nell’ambito della missione NATO di Air Policing sul Montenegro attivata lo scorso giugno
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anteprima logo RID Un nuovo semovente per il British Army

Il British Army ha pubblicato una Request For Information per esplorare il mercato in vista dell'acquisizione di 98 nuovi obici semoventi da 155 mm. Il progetto, noto come Mobile Protected Firepower, mira a riequipaggiare 4 reggimenti e a sostituire gli attuali obici AS90 (nella foto) oltre a parte dei Light Gun L118 da 105 mm. Le consegne dei nuovi semoventi dovrebbero partire attorno al 2025, con l'ingresso in servizio nel 2026. Le consegne proseguiranno probabilmente fino al 2030, ultima data nota prevista per il ritiro dell'AS90 dal servizio attivo. I reggimenti interessati sono il 4 Royal Artillery, il 3 Royal Horse Artillery, il 19 Royal Artillery e il 1 Royal Horse Artillery. I primi 2 reggimenti sono attualmente operativi con il Light Gun L118, ma sono destinati a supportare le future brigate meccanizzate “STRIKE” che saranno incentrate sui nuovi Mechanized Infantry Vehicles (BOXER 8x8) e sui nuovi corazzati “medium armour” AJAX con cannone CT40 da 40 mm. Queste nuove grandi unità dovrebbero diventare operative fra 2023 e 2025, con la prima, la 1 Brigade, che si convertirà al nuovo ruolo a partire dal 2020. 19 RA e 1 RHA sono invece reggimenti pesanti equipaggiati con l'AS90 e destinati al supporto delle 2 brigate di fanteria corazzata (20 Bde e 12 Bde). Dopo i tagli del 2010, l'Esercito dispone attualmente di una flotta di 89 AS90. Ulteriori dettagli su RID 5/19.

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anteprima logo RID L’Italia non ritira il contingente in Libia

Fonti della Difesa hanno smentito a RID le voci circolate in mattinata sull’avvio del ripiegamento del contingente italiano in Libia, presente nel Paese attraverso la missione bilaterale MIASIT (Missione Bilaterale di Assistenza e Supporto in Libia ). L’Italia pertanto non segue per il momento l’esempio degli USA che hanno avviato un (parziale…) ritiro dei propri assetti d’intelligence e di forze speciali dal Paese. MIASIT, che ha una forza autorizzata di 400 unità, ha l’obbiettivo di sostenere le autorità libiche nell'azione di stabilizzazione del Paese e nel rafforzamento delle attività di controllo e contrasto all'immigrazione illegale, ai traffici illegali ed alle minacce alla sicurezza. Nel dettaglio i compiti sono i seguenti: - fornire assistenza e supporto sanitario, garantendo anche la possibilità di trasferire in Italia i pazienti che dovessero richiedere cure altamente specialistiche;  - condurre attività di sostegno a carattere umanitario e a fini di prevenzione sanitaria attraverso corsi di aggiornamento a favore di team libici impegnati nello sminamento;  - fornire attività di formazione, addestramento, consulenza, assistenza, supporto e mentoring a favore delle forze di sicurezza e delle istituzioni governative libiche, in Italia e in Libia, al fine di incrementarne le capacità complessive;  - assicurare assistenza e supporto addestrativi e di mentoring alle forze di sicurezza libiche per le attività di controllo e contrasto dell'immigrazione illegale, dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza della Libia;  - svolgere attività per il ripristino dell'efficienza dei principali mezzi terrestri, navali e aerei, comprese le relative infrastrutture, funzionali allo sviluppo della capacità libica di controllo del territorio e al supporto per il contrasto dell'immigrazione illegale;  - supportare le iniziative, nell'ambito dei compiti previsti dalla missione, poste in essere da altri Dicasteri (in particolare Esteri e Interni);  - incentivare iniziative di capacity building e collaborare al loro sviluppo;  - effettuare ricognizioni in territorio libico per la determinazione delle attività di supporto da svolgere;  - garantire un'adeguata cornice di sicurezza/force protection al personale impiegato nello svolgimento delle attività/iniziative previste dalla missione.  Il contingente comprende: personale sanitario, unità per assistenza e supporto sanitario, unità con compiti di formazione, addestramento consulenza, assistenza, supporto, e mentoring, Mobile Training Team, unità per il supporto logistico generale, unità per lavori infrastrutturali, unità di tecnici/specialisti, squadra rilevazioni contro minacce CBRN, team per ricognizione e per comando e controllo, personale di collegamento presso dicasteri/stati maggiori libici e unità con compiti di force protection. Per quanto riguarda, invece, la situazione sul campo, il blitz del Generale Haftar contro Tripoli al momento è sostanzialmente fallito grazie all’intervento a difesa della capitale delle milizie di Zintan e Misurata – risultate decisive già a settembre 2018 per arginare l'offensiva delle milizie di Tarhouna dei fratelli Kani – e la situazione sembra avviata verso una sorta di stallo. Uno stallo che servirà al Generale per raggruppare le forze e attendere che il fronte filo-Serraj inizi a smottare, come potrebbero anche indicare le dimissioni di oggi di Ali Faraj Qatrani, uno dei Vice di Serraj passato dalla parte di Haftar, ma anche agli attori esterni per giocare le loro carte.

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anteprima logo RID AW-101 per la Polonia

Il Ministero della Difesa polacco ha annunciato l’acquisto di 4 elicotteri Leonardo AW-101 per la Marina. Il relativo contratto verrà sottoscritto entro la fine del mese, mentre è già stato firmato l’accordo da 90 milioni di euro che regola il trasferimento a favore della Polonia del relativo pacchetto di offset. Le macchina saranno in configurazione antisom e CASA/SAR. Tutti i dettagli su RID 5/19.

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anteprima logo RID Haftar, raid contro aeroporto di Tripoli/Mitiga

Un MiG-21MF delle forze fedeli ad Haftar ha attaccato l’aeroporto di Mitiga, l’unico operativo a Tripoli dopo la distruzione dell’ex scalo internazionale e sede del quartier generale delle milizie che supportano il GNA, nonché hub per il rifornimento di armamenti provenienti da Turchia e Qatar. 

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anteprima logo RID Libia, fallisce per ora il colpaccio del Generale

Quella che inizialmente sembrava solo una grande manovra per condizionare la Conferenza Nazionale Libica di metà aprile, in realtà con il passare delle ore si è dimostrata un vero e proprio “all in” di Haftar per prendere Tripoli e mettere la comunità internazionale di fronte al fatto computo. In questo momento, però, questa strategia ad altissimo rischio, un vero e proprio blitz, sembra essere sul punto del fallimento grazie alla reazione della frastagliata galassia di forze che sostiene Serraj, a cominciare dai Misuratini che del Generale non vogliono sentir parlare. Sono proprio i Misuratini che nel momento più critico hanno reagito, fermando le forze del Generale, riprendendo l’aeroporto a sud della captale e dando tempo anche agli alleati di Zintan di intervenire e gettare nella battaglia tutto il loro peso militare. E lo stesso sembrano stiano facendo in queste ore anche le forze della RADA di Abdul Rauf Kara. Ancora, però, le sorti della battaglia non sono segnate, ma oggi sarà una giornata probabilmente definitiva. Le ragioni che hanno portato l’uomo forte della Cirenaica a ribaltare il tavolo ed a giocare la carta militare sono molteplici. La percezione della debolezza di Serraj, innanzitutto, e della scarsa compattezza del fronte che lo sostiene. In questi mesi Haftar ha assistito alle battaglie tra la 7ª Brigata di Tarhouna dei fratelli Kani e le milizie filo-Serraj nel sud della capitale nelle quali il fronte che sostiene il Governo riconosciuto non ha certo brillato per derminazione. Il Generale ha allora cercato di inserirsi, grazie al supporto finanziario emiratino e saudita, prima allargandosi nel Fezzan e poi cercando di comprare alleanze e favori nella stessa Tripolitania. In parte ci è riuscito, in parte no. Le stesse milizie dei fratelli Kani, come ci confermano nostre fonti di alto livello in Libia, sono rimaste neutrali e sia Kara che i rivoluzionari di Tripoli di Tajouri sembrano sostenere ancora Serraj, mentre dalla parte del Generale sono passati solo alcuni clan dell’ovest ed i vecchi amici di Zintan sembrano per ora mantenere fede al loro patto di alleanza con Misurata. Allo stesso tempo Haftar ha puntato sui contraccolpi della sconfitte nelle elezioni locali di Erdogan in Turchia - Erdogan grande sponsor di Serraj - e sulle incertezze nel quadro politico italiano, condizionato di recente sul fronte della politica estera dal tanto discusso MoU con la Cina che ha irritato non poco Washington che, finora, aveva sempre lasciato sostanzialmente carta bianca all’Italia in Libia. Tuttavia, non appena è stato evidente che quella di Haftar non era solo una manovra politica, ma un “colpaccio”, la comunità internazionale ha reagito manifestando la sua contrarietà rispetto ad un’azione militare lanciata proprio nel pieno dei tentativi di riconciliazione in corso mediati dall’ONU e che rischiava di dare un duro colpo alla stessa credibilità del Segretario Generale Guterres, in Libia quando l’uomo forte della Cirenaica ha dato il via alle danze. Anche la Francia, vero supporter occulto del Generale e che proprio ieri si è vista convocare a Tripoli il proprio Ambasciatore in Libia, non poteva permettersi di dare neanche solo l’impressione di sostenere il blitz e di mettersi contro l’ONU, e pure lo stesso Egitto di Al Sissi non ha gradito che la situazione abbia superato un certo limite. Ecco allora che la blitzkrieg di Haftar rischia di trasformarsi nella bravata di un bullo.

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anteprima logo RID AM: 1° Workshop su Piattaforme Atmosferiche

A Roma il primo workshop nazionale sulle piattaforme stratosferiche. Evento organizzato dall'Ufficio Generale per lo Spazio dell'Aeronautica Militare per mettere a sistema conoscenze e progetti tecnologici insieme a Istituzioni, mondo accademico, della ricerca ed aziende.

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anteprima logo RID India-Pakistan, nuove tensioni

Mentre si avvicina per l’India una difficile tornata elettorale, col premier nazionalista Narendra Modi in difficoltà, si riaccende la tensione nel Kashimir, e al confine col Pakistan. 

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anteprima logo RID L’Italia e i 70 anni della NATO

A 70 anni dal Trattato di Washington, firmato proprio il 4 aprile 1949, la NATO si è adattata ai cambiamenti del contesto internazionale, rimanendo necessaria e importante per l’Italia (e non solo) per diversi motivi. I governi italiani durante e dopo la Guerra Fredda hanno infatti trovato il modo di declinare gli interessi nazionali nel quadro dell’Alleanza Atlantica con una certa continuità, in almeno 4 direzioni. In primo luogo, nel quadro euro-mediterraneo, la NATO ha costituito quel forum multilaterale nel quale l’Italia, avendo di default un posto al tavolo decisionale ai vari livelli, ha potuto portare le proprie istanze per cercare il sostegno dei partner europei e nordamericani. Dall’allargamento dell’Alleanza verso i Balcani all’istituzione del Dialogo Mediterraneo già nel 1994, dalle missioni navali nel Golfo di Aden contro la pirateria e nel Mediterraneo in funzione anti-terrorismo, a quelle terrestri di stabilizzazione in Bosnia, Kosovo e Macedonia, fino alle recenti attività di defence capacity building in Tunisia, la NATO è stata un utile struttura – così come l’UE per altri versi - nel quale sviluppare iniziative politico-militari in linea con gli interessi italiani. Persino nell’ora più buia dei rapporti con gli alleati occidentali, quando nel 2011 Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti decidevano una campagna aerea contro la Libia di Gheddafi, il subentro da parte NATO nella gestione delle operazioni con la missione UNIFIED PROTECTOR è servito all’Italia per limitare i danni ai propri assetti nazionali in territorio libico, e per partecipare alla direzione politico-militare della campagna accreditandosi così con la nuova leadership che stava emergendo a Bengasi. Senza l’affidamento dei bombardamenti al comando militare integrato NATO, chiesto e ottenuto da Roma in cambio della messa a disposizione delle basi sul proprio territorio nazionale, una campagna aerea portata avanti dai comandi nazionali di Parigi, Londra e Washington avrebbe portato a risultati peggiori per gli interessi italiani. In secondo luogo, a livello transatlantico, la NATO è stato un modo per rafforzare il dialogo con gli Stati Uniti, ritenuti un alleato fondamentale per la sicurezza dell’Europa e del Mediterraneo, nonché per il posizionamento strategico dell’Italia rispetto agli altri grandi Paesi europei – Francia e Germania in primis. Tramite l’impegno nelle missioni internazionali, le posizioni di vertice e mediane occupate da militari e civili italiani nelle strutture dell’Alleanza, e infine con l’ospitare in Italia basi e comandi NATO, il sistema-Paese ha stretto legami più forti e ampi con gli interlocutori statunitensi, che si sono rivelati utili per la politica estera e di difesa italiana. Non a caso, sia nell’intervento in Kosovo del 1999 che in quello in Afghanistan dal 2003 in poi, la dimensione americana della NATO è stata importante per l’Italia. In un contesto internazionale segnato da un crescente multipolarismo, da tensioni regionali e alleanze di convenienza e temporanee – come nei casi libico e siriano - l’Alleanza rimane un ancoraggio importante per Roma rispetto a Washington, e funge da elemento stabilizzatore rispetto a spinte bilaterali come quella recente impressa verso la Cina. Se la Brexit dovesse davvero portare ad un’uscita traumatica della Gran Bretagna dall’UE, la NATO sarà ancora più importante per sviluppare il partenariato con Londra e mantenerla coinvolta nella cooperazione europea sulla difesa. In terzo luogo, rispetto alla Russia, la NATO fornisce un ombrello di sicurezza tanto sottovalutato in Italia quanto importante per la sicurezza nazionale. Per una serie di motivi storici, geografici, economici, commerciali, energetici e culturali, una parte significativa dell’Italia non ha considerato Mosca come un nemico durante la Guerra Fredda, e tutti i governi italiani dal 1991 in poi hanno sostenuto una partnership strategica con la Russia. Tuttavia, l’Unione Sovietica ha rappresentato davvero una minaccia per l’Occidente durante la Guerra Fredda, e l’Alleanza Atlantica ha avuto il merito di proteggere dal Patto di Varsavia anche l’Italia nonostante le diverse percezioni di casa nostra al riguardo. Dopo la dissoluzione dell’URSS, con l’Atto fondativo del 1997 e poi l’istituzione nel 2002, non a caso a Pratica di Mare, del Consiglio NATO-Russia, l’Alleanza ha fornito di nuovo quel quadro multilaterale per un dialogo con Mosca che ha garantito fino al 2014 da un lato la sicurezza europea ed italiana, e dall’altro il margine di manovra nazionale per stringere accordi commerciali con la Russia avendo le spalle coperte dalla difesa collettiva NATO. Dopo l’invasione russa della Crimea, nel ritorno delle tensioni tra Occidente e Russia, l’Alleanza rappresenta l’unico framework per assicurare la deterrenza e la difesa dell’Europa, un compito che certo non può svolgere l’UE senza il deterrente convenzionale e nucleare americano – e forse senza neanche quello britannico. Deterrenza e difesa che nell’ottica italiana per quanto necessarie non sono l’obiettivo ultimo, ma un passo intermedio per sedersi di nuovo al tavolo negoziale con Mosca da una posizione di forza, magari proprio attraverso il Consiglio NATO-Russia che ha continuato a riunirsi anche dopo il 2014, per imbastire una nuova architettura di sicurezza pan-europea. Di nuovo, un grand bargain politico strategico che l’UE non ha la forza per ottenere da sola, e che l’Italia potrebbe portare accortamente avanti solo in ambito transatlantico. Infine, a livello operativo la NATO ha rappresentato la stella polare per le Forze Armate italiane in termini di sviluppo dottrinale, di pianificazione capacitiva, di interoperabilità, modernizzazione e avanzamento tecnologico. I grandi passi in avanti compiuti negli ultimi 3 decenni verso uno strumento militare professionale, regional full spectrum, dispiegabile e sostenibile in teatro in operazioni joint e combined, sono avvenuti anche su spinta dell’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, nonché dell’esperienza nelle sue missioni, dai Balcani all’Afghanistan. Anche alla luce di tutto ciò, al più alto livello politico-militare, l’ispirazione NATO era evidente, assieme a quella UE, anche nel Libro Bianco sulla sicurezza internazionale e la difesa del 2015. In altre parole l’Alleanza ha rappresentato, ed è stata sfruttata da parte italiana, come un motore per il miglioramento dello strumento militare. Allo stesso tempo, è servita come un freno alla tendenza domestica a ridurre le spese nella difesa e concentrarle sul personale. Infatti, per quanto l’Italia non raggiungerà l’obiettivo di spendere il 2% nella difesa entro il 2024 - impegno sottoscritto da tutti i capi di stato e di governo alleati nel vertice in Galles del 2014 - la spinta NATO e americana verso questa soglia serve perlomeno a bilanciare quella politica interna verso ulteriori tagli, mantenendo così la spesa italiana nella difesa attorno al 1,15% del PIL. All’interno di quest’ultima, l’obiettivo NATO di spendere almeno il 20% in investimenti in equipaggiamenti e ricerca tecnologica – poi ripreso anche dall’UE nella Permanent Structured adeguato – è servito alla parte più lungimirante dei decision-makers italiani per salvaguardare un livello minimo di capacità militare, industriale e tecnologica nazionale, a fronte di una spesa per il personale saldamente attestata intorno al 70% (e pericolosamente in netta crescita nell’ultimo anno e mezzo) e ben lontana dall’optimum del 50% del bilancio della Difesa. In conclusione, il 70° anniversario della fondazione della NATO dovrebbe rappresentare anche l’occasione per l’Italia per riflettere sui benefici che ha tratto dal suo impegno nell’Alleanza, sugli obiettivi raggiunti e gli interessi perseguiti, al fine di continuare a giocare un ruolo attivo a favore della sicurezza euro-atlantica e degli interessi nazionali.

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