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anteprima logo RID Quali aerei da combattimento per l’USAF?

Solo pochi mesi fa gli analisti cercavano di capire cosa avrebbe comportato l'ambiziosa e costosissima strategia USA patrocinata dal Sottosegretario (USAF) Will Roper, volta non a sviluppare un nuovo caccia di 6a generazione secondo l’approccio tradizionale, bensì ad optare per un approccio “century like” (con riferimento ai velivoli da combattimento serie 100 realizzati a suo tempo negli USA), quindi per una sequenza di programmi meno ambiziosi, ma più rapidi, che avrebbe permesso di realizzare e introdurre in servizio aerei sempre allo stato dell’arte e con una vita operativa di 10-15 anni. Will Roper ha lasciato il suo ufficio con l’Amministrazione Trump, ed ecco che di “century” non si parla più. Il NGAD (Next Generation Air Dominance) rischia quindi di essere sviluppato così come accaduto per F-22 ed F-35: un super aereo da combattimento. Il che dimostra come sia bene prendere con le molle le “mode” d’oltreoceano, che spesso durano il breve spazio di una Presidenza, persino quando uno stesso Presidente ha 2 mandati. Perché i tempi necessari per cambiare davvero strategie e politiche di procurement sono molto lenti, specie in un Paese dove è presente un enorme complesso industriale-militare. Prima che un’amministrazione possa incidere davvero ci vuole tempo e tanta energia e un Congresso che supporta in pieno. Ecco però arrivare una nuova idea: l’USAF ha bisogno di un mix di capacità Hi-Lo, e quindi non può acquistare solo super-aerei come l’F-35 e il futuro NGAD, anche perché questi aerei hanno o avranno un costo operativo alto e non ha senso impiegarli in scenari e contro avversari relativamente poco sofisticati. La nuova pensata, proposta dal Capo di Stato Maggiore dell’USAF, Gen. Charles Brown, riguarda un aereo da combattimento meno avanzato, di 4,5 oppure 5a generazione, da sviluppare ed introdurre in servizio rapidamente, consentendo all’USAF di rinnovare comunque la sua linea da combattimento e magari incrementarla, senza doversi affidare completamente all’F-35 (paragonato ad una Ferrari che non si guida e non si usa tutti i giorni), spendendo meno e riducendo i tempi.

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anteprima logo RID Le armi leggere subacquee russe

L’Unione Sovietica prima e la Federazione Russa poi, hanno studiato e sviluppato con continuità un gran numero di armi leggere subacquee. Benché le dottrine di impiego delle Forze Speciali russe in acqua e, soprattutto, sott'acqua si siano evolute in modo analogo a quanto accaduto in Occidente, Mosca ha posto grande attenzione nello sviluppo di questa categoria di armi, un aspetto quest'ultimo unico e originale e che merita senza dubbio un approfondimento. Per capire come mai le realizzazioni sovietiche/russe nel campo delle armi subacquee siano molto più numerose rispetto a quelle occidentali (sostanzialmente limitate alla pistola H&K P-11) è necessario accennare brevemente a ciò che accadde al termine della Seconda Guerra Mondiale. Innanzi tutto, nel corso del suddetto conflitto, l’Unione Sovietica rimase impressionata dai risultati conseguiti dagli affondatori italiani della Decima Mas: anche i Sovietici utilizzarono sommozzatori da combattimento, ma in maniera molto più limitata (e in contesti tattici più che strategici) rispetto a quanto fatto dall’Italia. Come detto, nel dopoguerra, vi furono numerosi episodi che portarono la Russia ad investire nel campo degli “uomini rana”. Ne vogliamo ricordare alcuni, anche se, quasi certamente, furono molto più numerosi. Innanzi tutto, nel 1954, sulla spiaggia prospiciente un sanatorio frequentato dall’élite politica sovietica, vennero rinvenute impronte riconducibili a quelle di sommozzatori o incursori venuti dal mare: un episodio che provocò allarme tra i militari ed i politici e che accelerò la nascita di unità di “sommozzatori da combattimento”. L’anno dopo si verificò l’oscuro episodio dell’affondamento della corazzata NOVOROSSIJSK: la nave, che era in rada a Sebastopoli, colò a picco il 28 ottobre 1955 a causa di una violenta esplosione sottomarina. Ricordiamo che l'unità era l’ex corazzata italiana GIULIO CESARE, ceduta all’Unione Sovietica nel 1949 in conto danni di guerra. La versione ufficiale accreditò l’ipotesi di una mina tedesca (residuato bellico), esplosa accidentalmente sotto la chiglia. Teorie successive, parlarono invece di un sabotaggio effettuato da elementi della Decima MAS per vendicare l’onore dell’Italia; tale operazione, secondo altri, aveva avuto addirittura l’avvallo della NATO. Di certo, i militari sovietici nutrirono questi sinistri dubbi per molti anni. Nel 1956 vi fu poi il famoso “caso Crabb”, relativo a Lionel Crabb, un famoso sommozzatore della Royal Navy arruolato nell’MI6 al termine della Seconda Guerra Mondiale. La notte del 19 aprile 1956 Crabb scomparve durante un'ispezione subacquea della chiglia dell’incrociatore sovietico ORDZHONIKIDZE, ancorato nel porto britannico di Portsmouth durante una missione diplomatica. Pare che Crabb dovesse studiare le eliche della nave oppure installare un sistema di rilevamento. Quattordici mesi dopo, il suo corpo decapitato e senza mani emerse dal mare, dando inizio ad una infinita serie di speculazioni sulla reale identità di quel cadavere e sulla sua fine: un mistero che perdura ancora oggi. Naturalmente, i Russi negarono qualunque legame con la sua morte. Di certo, l’MI6 non era nuovo a questo tipo di “ispezioni” subacquee: nel 1955 lo stesso Lionel Crabb "ispezionò", insieme al collega Sydney Knowles, la chiglia dell’incrociatore russo SVERDLOV, scoprendo dei bow thruster (eliche di manovra) nello scafo, un sistema fino ad allora sconosciuto (e mai riscontrato in precedenza su altre navi dell'URSS).

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anteprima logo RID Mozambico: la battaglia di Palma e l’insorgenza jihadista

A partire dal 24 marzo scorso, milizie di Ansar al-Sunna, gruppo jihadista mozambicano affiliato alla provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale (SIAC), hanno condotto un massiccio attacco contro la città di Palma (53.000 abitanti), all’estremità nord della regione settentrionale di Cabo Delgado. La battagli è tutt’ora in corso e vede coinvolti, nel tentativo di respingere i terroristi, elementi delle Forze Armate mozambicane e unità della compagnia militare privata sudafricana Dick Advisory Group. Non è la prima volta che il gruppo armato mozambicano assalta uno dei maggiori centri urbani dell’instabile provincia di Cabo Delgado. Infatti, negli scorsi anni, Ansar al-Sunna aveva preso il controllo, per alcune ore o per un paio di giorni, di Mocimboa do Praia (127.000 abitanti) e delle aree peri-urbane del capoluogo regionale Pemba (200.000 abitanti). In quelle occasioni, esattamente come avvenuto a Palma, i servizi di intelligence stranieri avevano avvertito le autorità mozambicane dell’imminenza degli attacchi, venendo però ignorati. Inoltre, a Palma come a Mocimboa e a Pemba, le milizie di Ansar al-Sunna hanno dimostrato un crescente livello capacitivo, reso evidente da una pianificazione e da una conduzione delle operazioni precise e reiterate (interruzione delle forniture elettriche e della rete telefonica prima dell’assalto, controllo dei principali check point di accesso ai centri urbani, assalto coordinato e simultaneo su più obbiettivi civili e militari, tattiche di guerriglia urbana avanzate). Tuttavia, l’attacco a Palma presenta alcuni elementi di novità da non sottovalutare. Innanzitutto, per la prima volta dall’inizio dell’insorgenza jihadista nel 2017, Ansar al-Sunna ha colpito uno dei siti principali della nascente industria energetica nazionale, dove sono presenti importanti interessi stranieri, anche italiani. Per esempio, in Mozambico ENI è titolare di 5 licenze di esplorazione e sviluppo di giacimenti nel bacino di Rovuma e gestisce lo sviluppo del progetto Rovuma LNG per la liquefazione, lo stoccaggio e la commercializzazione del gas naturale. In secondo luogo, le milizie jihadiste hanno preso di mira per la prima volta i lavoratori stranieri e, secondo alcune fonti locali, le infrastrutture gasiere. Si tratta di un cambiamento importante del paradigma operativo, volto ad innalzare il livello di esposizione mediatica del gruppo e, di conseguenza, il suo posizionamento all’interno del panorama insurrezionale regionale e globale. L’attacco ai cittadini stranieri e all’industria energetica rappresenta il tentativo di colpire con vigore gli interessi economici tanto del Governo mozambicano quanto dei partner occidentali e costituisce la manifestazione più estrema e violenta del disagio sociale della popolazione autoctona. Infatti, la militanza jihadista di Cabo Delgado si è innescata sul perdurante malcontento delle comunità locali, che accusano il governo di non averle incluse nei benefici dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie della regione e di averli emarginati dai meccanismi di gestione politica del Paese. Tali accuse trovano una conferma nel fatto che la maggior parte della manodopera impiegata nel settore gasiero e minerario proviene dai Paesi vicini o dalle regioni centrali e meridionali del Mozambico e, in molti casi, viene ingaggiata sulla base di meccanismi clientelari controllati dalla burocrazia del partito di potere FRELIMO (Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico). Come se non bastasse, le attività economiche promosse dal governo hanno avuto impatti ambientali e sociali considerevoli per i cittadini locali, costretti a lasciare le proprie terre o vistisi negare il permesso di coltivare appezzamenti di terreno in prossimità delle infrastrutture o delle aree di pesca nelle acque prospicenti i giacimenti. Inoltre, non è da sottovalutare il collegamento tra militanza terroristica e crimine organizzato, soprattutto nel settore del traffico di avorio ed eroina. Infatti, lo sviluppo industriale nel nord del Mozambico ha incrementato i controlli delle autorità di polizia ed ha privato i trafficanti locali della libertà di accesso e controllo dei porti di cui godevano in precedenza. Secondo alcuni analisti mozambicani, la proliferazione del jihadismo è stata favorita proprio dalla criminalità organizzata, decisa a “ricattare” il governo o a distrarlo per proseguire con i propri lucrosi traffici. Secondo altre teorie, dietro l’improvvisa esplosione del terrorismo mozambicano si celerebbero le Monarchie del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che utilizzerebbero indirettamente le milizie jihadiste come strumento di guerra ibrida contro Maputo e nel contesto della rivalità con il Qatar. Infatti, mentre Doha è uno degli attori stranieri presenti in Mozambico sia nel settore gasiero che in quello finanziario, Riad e Abu Dhabi sinora hanno fallito analoghe attività di penetrazione a causa della freddezza del Governo mozambicano. In questo contesto, non è da escludere che elementi emiratini o sauditi, con connessioni governative da verificare, abbiano inteso utilizzare l’insorgenza jihadista per destabilizzare Cabo Delgado e l’intero settore energetico mozambicano. Le forti radici socio-economiche del terrorismo autoctono del nord del Mozambico rappresentano un elemento di resilienza, perduranza e costante rafforzamento per l’insorgenza locale, a cui si aggiunge l’inadeguatezza e la scarsa preparazione delle Forze Armate locali per contrastare il fenomeno.Se le operazioni dello Stato Islamico in Mozambico dovessero continuare ad evolversi ed a crescere secondo il trend degli ultimi 2 anni, ben presto l’insorgenza potrebbe impattare negativamente i piani di sviluppo del settore gasiero nazionale, manifestandosi come innalzamento dei costi, aumento dell’incertezza degli investimenti e incremento dei rischi per gli operatori sul campo. A questo punto, urge un cambiamento di strategia regionale ed internazionale nel contrasto alla minaccia, ed, eventualmente, anche un intervento militare, magari europeo.

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anteprima logo RID FLRAA, l’Army accelera

L’US Army ha concesso a Sikorsky/Lockheed Martin e a Bell un contratto per proseguire e completare la fase di dimostrazione competitiva e riduzione del rischio – CDRR, Competitive Demontsration and Risk Reduction – del programma per il nuovo elicottero a lungo raggio d’assalto FLRAA (Future Long Range Assault Aircraft). La CDDR era inziata un anno fa con lo studio e la valutazione su requisiti, design concettuale, tecnologie legate alla componente dinamica e sull’integrazione del sistema di missione. Adesso, si andrà ancor più nel dettaglio con l’accelerazione del design digitale di dettaglio fino al livello dei sotto-sistemi. L’US Army conta di selezionare uno dei 2 concorrenti il prossimo anno, a quel punto si partirà con lo sviluppo e con la realizzazione dei prototipi. Nell’ambito della gara, Sikorsky offre l’elicottero compound, con rotore coassiale controrotante ed elica spingente, DEFIANT-X, versione modificata dell’SB-1 DEFIANT che ha volato per la prima volta nel marzo 2019, mentre Bell il convertiplano V-280 VALOR, che ha volato per la prima volta nel dicembre 2017. Il FLRAA dovrà rimpiazzare a partire dal 2028-2030 il BLACK HAWK con l’US Army e con i Marines il multiruolo utility UH-1Y VENOM e le cannoniere AH-1Z VIPER. Data, però, la diversità dei requisiti e la necessità dei Marines di dotarsi più che altro di una macchina per l’assalto punto a punto nave-terra sulle grandi distanze del teatro Asia-Pacifico e per il supporto a terra, il programma potrebbe anche essere diviso in 2 parti, ma al momento non ci sono indicazioni ufficiali in tal senso. Il FLRRA è parte del più ampio programma FVL (Future Vertacal Lift) che comprende anche il requisito FARA - anch’esso messo a gara per lo sviluppo di una macchina leggera monomotore da scout armato con la quale trovare finalmente un sostituto del KIOWA WARRIOR – e che dovrà anche portare allo sviluppo più in avanti nel tempo di un sostituto dell’elicottero d’attacco APACHE/GUARDIAN dell’US Army e di un rimpiazzo per gli MH-60 R/S SEAHAWK e per i RUAV MQ-8 B/C FIRE SCOUT – programma FVL Maritime Strike (MS).

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anteprima logo RID Slitta il ritiro USA dall’Afghanistan

Il nuovo Presidente USA Biden ha annunciato durante una conferenza stampa che, allo stato attuale, non sono previste truppe americane dispiegate in Afghanistan dopo il 2022, ma ha aggiunto che sarà difficile rispettare la scadenza del 1° maggio negoziata dal Presidente Trump negll’ambito dell’accordo di Doha dell’anno scorso. Il nuovo Presidente statunitense ha precisato che tale ritardo è da imputare a “motivazioni tattiche” dovute allo svolgimento di un sicuro e ordinato ripiegamento in Patria. Circa 2500 militari Americani sono ancora presenti nel Paese asiatico nonostante il ridimensionamento voluto dalla precedente Amministrazione ed accelerato dopo il citato accordo di Doha. Il Presidente Biden ha inoltre aggiunto che sono in corso delle ulteriori azioni, svolte in sinergia con le Nazioni Unite, per trovare una soluzione all’impasse dei colloqui tra Governo di Kabul e Talebani. La situazione del Paese continua però a rimanere instabile con l’attività dell’insorgenza che continua ad interessare vaste aree del Paese. Allo tempo stesso, lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR) americano, John F. Sopko, durante una presentazione ufficiale al Congresso USA, ha sottolineato che, nonostante gli enormi fondi destinati alla formazione e addestramento delle forze di sicurezza Afghane, queste ultime sono ancora lontane dal possedere la piena capacità di operare in maniera autonoma. Secondo il rapporto presentato, infatti, i militari afghani non sono ritenuti ancora capaci di svolgere la manutenzione degli equipaggiamenti consegnati, gestire la catena logistica di approviggionamento ed addestrare con successo i membri delle proprie Forze Armate e forze di polizia.

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anteprima logo RID La Cina aumenta la pressione su Taiwan e le Pratas

Negli ultimi mesi la Cina ha aumentato notevolmente la pressione militare attorno all’Isola “ribelle” di Taiwan. L’ultimo episodio risale a 3 giorni fa quando almeno 4 bombardieri H-6K e 10 caccia pesanti multiruolo J-16 sono entrati nella parte sudoccidentale della ADIZ (Air Defence Identification Zone) taiwanese. In totale, nel solo mese di marzo i velivoli cinesi hanno condotto almeno 17 sconfinamenti nella ADIZ di Taiwan. In particolare, in questa fase l’obbiettivo di Pechino sembra essere le isole Pratas, 410 km a sud di Taiwan ed a 320 km da Hong Kong. Le Isole, controllate politicamente ed amministrativamente da Taipei, sono rivendicate però dalla Cina e considerate strategiche in virtù della loro posizione di crocevia tra il Mar Cinese Meridionale ed il Pacifico Occidentale. Negli ultimi mesi questa aerea è stata oggetto di manovre esercitative da parte delle forze cinesi a cui Taiwan ha risposto con analoghe attività. Taipei sta inoltre pesando di rafforzare l’attuale contingente sulle Pratas, basato su circa 500 elementi di fanteria di marina.

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anteprima logo Aeronautica Italiana 98° Anniversario dell'AM

E' stata la suggestiva sede storica di Palazzo Aeronautica a far da cornice alle celebrazioni per il 98° Anniversario della costituzione dell'Aeronautica Militare, nata ufficialmente come Forza Armata autonoma e indipendente il 28 marzo 1923, con il Decreto Regio n° 645.

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anteprima logo RID FVL, parte lo studio Leonardo Lockheed Martin

Come preannunciato dal Ministro Lorenzo Guerini nelle scorse settimane, è partito lo studio, commissionato dalla Difesa a Leonardo, con Lockheed Martin come partner, per valutare una cooperazione congiunta in materia di Future Verticali Lift. In particolare, lo studio, che si concluderà entro l’anno, dovrà valutare requisiti, capacità e mercati di un potenziale elicottero medio multiruolo e multimissione basato sull’utilizzo della tecnologia compound. Al termine dello studio la Difesa italiana valuterà i risultati e prenderà una decisione circa l’avvio di una cooperazione e di uno sviluppo congiunto a tutti gli effetti relativo ad una nuova macchina per le FA italiane e per l’export, e pure per il mercato civile. Approfondimenti e ulteriori dettagli su RID 5/21.

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anteprima logo RID La Royal Navy punta a droni da portaerei

La Royal Navy sta intensificando gli sforzi per assicurare alle sue nuove portaerei capacità che vadano oltre l’F-35B ed ha lanciato un nuovo studio, il Project VIXEN (probabilmente un riferimento al caccia imbarcato SEA VIXEN degli anni 60’), per velivoli unmanned da impiegare in missioni di strike e rifornimento in volo. Un’altra missione d’interesse è la sorveglianza, magari anche l’allarme radar precoce per un futuro post-CROWSNEST (il sistema radar AEW integrato sugli elicotteri MERLIN HM2). Ovviamente si tratta ancora di un progetto nelle sue fasi embrionali, ma i Comandanti in capo di Royal Navy e RAF hanno congiuntamente dichiarato nel recente passato che imbarcare droni di grandi dimensioni sulle portaerei è qualcosa che vorrebbero realizzare nel giro di 5 anni. Il VIXEN si accompagna al progetto MOSQUITO della RAF, che vedrà un primo dimostratore di loyal wingman volare nel 2023 grazie ad un recente contratto da 30 milioni con Spirit Aero. Il MOSQUITO sarà un velivolo unmanned dotato di sensori ed armamenti e capace di affiancare caccia pilotati, e servirà come prototipo del LANCA (Lightweight Affordable Novel Combat Aircraft), il gregario che la RAF vuole acquisire per affiancare TYPHOON, F-35B e, in futuro, TEMPEST. Non è mai stato definitivamente ed univocamente chiarito se il LANCA sarà effettivamente imbarcabile sulle portaerei classe QUEEN ELIZABETH, nonostante si parli di affiancarlo all’F-35B nell’Air Wing. Essendo le portaerei configurate per velivoli a decollo corto e atterraggio verticale, per imbarcarsi su di esse il LANCA dovrebbe essere, come il VALKYRIE dell’Americana KRATOS, “indipendente dalle piste”, quindi lanciato con l’ausilio di razzi e recuperato con paracadute. Le anticipazioni in CGI del LANCA viste finora suggeriscono in effetti un velivolo privo di carrello, ma le informazioni concrete sono ancora scarse. Alternativamente, sulle navi andranno installati sistemi di supporto per lancio e atterraggio. Il project VIXEN suggerisce forse lo sviluppo di una variante imbarcata parallela, o addirittura di un velivolo separato e di più grandi dimensioni (il ruolo tanker per rifornimento in volo lo imporrebbe). Il 24 febbraio scorso la Royal Navy ha pubblicato una Request for Information relativa ad un sistema di lancio assistito capace di far decollare velivoli pesanti fino ad un massimo di circa 25 t e ad un sistema d’arresto per l’atterraggio per velivoli con una massa minima di 5 t e massima di oltre 21. L’installazione a bordo nave è desiderata già nel 2023, se possibile. Si tratta di requisiti molto ambiziosi, che si avvicinano a quelli tipici di catapulte e cavi d’arresto per portaerei convenzionali. Se si riuscisse a maturare un sistema con simili caratteristiche ma un’invasività a bordo nave ridotta, il risultato sarebbe rivoluzionario. Risultati promettenti erano stati raggiunti negli anni scorsi con i prototipi EMKIT ed EMCAT, catapulte elettromagnetiche sviluppate nel Regno Unito da Converteam, poi acquisita da General Electric per diventare GE Power Conversion.

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anteprima logo RID CAVOUR, certificato l’impiego degli F-35B

La portaerei CAVOUR ha completato oggi le prove in mare per l’impiego operativo dell’F-35B. Iniziati con la partenza da Norfolk il 28 febbraio scorso e con il primo appontaggio dell’F-35B avvenuto il 1° marzo, i test di compatibilità sono durati 4 settimane,. Si tratta di una pietra miliare nel percorso di acquisizione della strategica capacità di impiego dei nuovi velivoli, cui farà seguito, entro la fine del 2024, la “Initial Operational Capability” e successivamente la “Final Operationl Capability” che coinciderà con la consegna dell’ultimo F-35B alla Marina previsto dal programma. "Abbiamo portato a termine tutte le prove previste e al momento siamo in grado di rilasciare un permesso di volo provvisorio (IFC – Interim Flight Clearance), che permetterà a nave CAVOUR e al suo equipaggio di proseguire l’addestramento. Al nostro rientro alla base di Patuxent River analizzeremo attentamente i dati raccolti e al termine saremo in grado di rilasciare la certificazione finale -ha detto Ron Hess, ingegnere responsabile del team per la verifica di compatibilità dell’F-35 Patuxent River Integrated Test Force (ITF), gruppo composto da 180 persone tra ingegneri, ricercatori, piloti collaudatori, tecnici e operatori di ponte a bordo del CAVOUR - Grazie alla cooperazione e stretta collaborazione con i team della portaerei siamo riusciti a svolgere le sea trials in modo sicuro, efficace e senza intoppi”. Nel corso delle prove in mare i 2 F-35B del Pax River ITF imbarcati hanno effettuato oltre 50 missioni di volo, in diverse condizioni meteo e stato del mare, una sessione notturna, circa 120 appontaggi verticali e altrettanti decolli corti con l’ausilio dello ski jump, e singole prove di decollo verticale.

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anteprima logo RID Sugli ZUMWALT missili ipersonici “triple-packed”

L’US Navy ha chiesto all’industria di ricevere delle proposte di opzione per equipaggiare i nuovi cacciatorpediniere DDG-1000 ZUMWALT con missili ipersonici. In particolare, l’obbiettivo è adottare sulle navi degli Advanced Payload Module (APM) in configurazione “triple-packed” per il lancio del missile attualmente in fase di sviluppo Intermediate-Range Conventional Prompt Strike (IRCPS). Quest’ultimo è basato su un grosso booster che accelera secondo una traiettoria balistica un veicolo planante destinato poi a colpire il bersaglio a velocità ipersonica con un profilo di rientro altamente manovrante e imprevedibile. Il glider dell’IRPCS, denominato  Common Hypersonic Glide Body (C-HGB), è sviluppato nell’ambito di una cooperazione con l’US Army che lo impiegherà dal suo  Long-Range Hypersonic Weapon (LRHW). Bisognerà capire a questo punto dove potranno essere installati sugli ZUMWALT gli APM. Forse al posto di uno o di entrambi  Advanced Gun Systems (AGS)  da 155 mm, ancora senza una munizione?

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anteprima logo RID IRON DOME per Arabia Saudita ed EAU?

Il 15 marzo l’Arabia Saudita ha subito 3 nuovi attacchi di droni QASEF K2 lanciati dai ribelli Houthi, che hanno colpito l’aeroporto internazionale di Abha e la base aerea King Khalid. Esattamente una settimana prima era stata invece colpita la raffineria di Ras Tanura. Nonostante l’aiuto ricevuto dalla Francia con il dispiegamento di un radar Saab GIRAFFE (Task Force JAGUAR), e la massiccia presenza di batteria PATRIOT di fornitura statunitense, i sauditi sembrano incapaci di frenare l’offensiva aerea degli Houthi. Secondo fonti saudite nel corso degli ultimi 4 anni sono stati abbattuti 311 missili e 343 droni. La difesa aerea saudita comprende 6 battaglioni con missili MIM-104 PATRIOT PAC-3 e ben 60 batterie di artiglieria contraerea con cannoni da 35mm Rheinmetall. È quindi in questo scenario che sta accadendo quello che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato impossibile. Secondo indiscrezioni pubblicate dal Jerusalem Post, i Sauditi avrebbero chiesto di proteggere le proprie infrastrutture critiche con il sistema di difesa aerea multi-missione IRON DOME della Rafael. Non è ancora chiaro se si tratterebbe di un ordine diretto tra Arabia Saudita e Israele, oppure se verrebbe rischierata una delle 2 batterie dello US Army recentemente equipaggiate con l’IRON DOME. Alcuni giorni fa, infatti, era già circolata voce del rischieramento di una batteria statunitense nel Golfo Persico. Anche gli Emirati Arabi Uniti, alleati dei Sauditi nella guerra dello Yemen, sarebbero interessati allo stesso sistema. Il sistema IRON DOME comprende 3 componenti: il radar di scoperta e tracking EL/M-2084 (portata da 5 a 70 km, capacità di tracciare fino a 120 bersagli contemporaneamente e di ingaggiarne 20), una batteria di missili TAMIR con 20 armi (90 kg, 3 m, gittata 2-40 km), e un posto di comando. Mentre IRON DOME ha già dimostrato eccellenti capacità C-RAM e VSHORAD, non ci sono ancora conferme delle sue prestazioni contro le minacce emergenti (droni, loitering munition), tanto che si parla insistentemente dello sviluppo di una nuova variante.

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