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Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima logo RID Etiopia, il punto sulla guerra civile

Per quanto il governo di Addis Abeba e la maggior parte della Comunità Internazionale continui a definirlo “il conflitto del Tigrè”, probabilmente con l’intento di ridurne l’eco mediatica e la portata politica, lo scontro tra il governo centrale etiope ed i movimenti ribelli tigrini del nord ha già assunto i tratti di una vera e propria guerra civile i cui esiti e le cui evoluzioni interne ed internazionali sono tutt’altro che scontati. Innanzitutto, l’escalation militare iniziata lo scorso 4 novembre con l’assalto delle milizie tigrine del Fronte Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT) alle caserme del Comando Militare del Nord nel capoluogo tigrino Makelle ha rappresentato il punto più critico di una serie crescente di scontri inter-etnici cominciati oltre un anno fa e che, oltre ai tigrini, ha coinvolto altri gruppi del Paese, come i somali, gli amhara, gli afar, gli oromo ed i nuer. L’assalto ha segnato la definitiva degenerazione di una situazione resa esplosiva dalla decisione delle autorità tigrine di indire le elezioni ammnistrative e generali lo scorso settembre, nonostante il divieto di Addis Abeba che le aveva rinviate nel contesto delle misure di contenimento dell’emergenza pandemica. La sfida lanciata da Makelle e dal FLPT al governo centrale si è presto concretizzata nel reciproco ritiro del riconoscimento e della legittimità politica, nell’interruzione di ogni rapporto istituzionale ed economico tra centro e periferia e, in ultima istanza, nel rafforzamento dell’agenda radicale da parte dei movimenti tigrini, decisi a rovesciare il governo del Premier Abyi Ahmed o, in alternativa, a perseguire l’indipendenza dall’Etiopia. Nello specifico, le milizie etniche si sono mobilitate a sostegno o in opposizione al progetto politico centralista di Ahmed, deciso a superare il modello etno-federalista che ha retto l’Etiopia dalla caduta del regime socialista del Derg (1987-1991) sino ad oggi. L’accantonamento di quel sistema, in cui l’etnia tigrina svolgeva un ruolo cardine assieme ai potentati tribali regionali e locali, è stato possibile grazie ad un repulisti delle istituzioni civili e militari ma ha inevitabilmente causato una crisi di rigetto da parte di quegli attori politici egemoni che non volevano perdere il proprio potere ed i propri privilegi. Dunque, all’interno del contesto etiope, alcuni gruppi etnici si sono schierati al fianco di Ahmed a supporto del programma di centralizzazione (come gli amhara ed i somali), mentre hanno preferito sostenere il FLPT e difendere l’etno-federalismo (come i tigrini e parte degli afar). Lo stesso fronte oromo è risultato diviso tra le giovani generazioni, di inclinazione filo-governativa, e la vecchia guardia dell’Oromo Liberation Front (OLF), il vecchio movimento indipendentista, alleatosi momentaneamente ai tigrini in funzione anti-Ahmed. In secondo luogo, alla polarizzazione etnica corrisponde la diffusione territoriale del conflitto. Infatti, sebbene la regione settentrionale del Tigrè sia attualmente l’epicentro della guerra civile etiope, un numero non trascurabile di incidenti e scontri armati tra esercito e milizie o tra milizie filo-governative ed anti-governative si sono verificati nell’Afar, in Oromia e nel Benishangul-Gumuz. In terzo luogo, l’entità ed il numero delle forze messe in campo da entrambi gli schieramenti contribuiscono a definire un conflitto che, per quanto asimmetrico, ha mostrato sinora elevati livelli di intensità ed un incrementale coinvolgimento della popolazione civile. Nonostante la carenza di dati a disposizione a causa della bolla di isolamento mediatico imposta dal governo al teatro delle operazioni, si stima che l’Esercito Federale Etiope (EFE) abbia inviato circa 50.000 uomini, coadiuvati da almeno 4.000 unità appartenenti alla polizia e alle “Forze Speciali” della regione dell’Amhara e da un numero imprecisato di milizie reclutate in tutto il Paese. Da par loro, le forze governative possono contare su una maggiore potenza di fuoco, garantita dall’impiego dei mezzi acquistati a partire dagli anni 70 da Unione Sovietica, Ucraina e Cina, come gli MBT T-72, gli APC YW-534, gli IFV WZ-523, gli obici semoventi WA-021 ed i lanciarazzi multipli BM-21 Grad e Type-63. Inoltre, Addis Abeba dispone della superiorità aerea grazie alla flotta d MIG-23 e SU-27 il cui impiego nel conflitto, però, è apparso sinora limitato. Parallelamente, Addis Abeba può contare sul supporto dell’Esercito eritreo che, lungo il confine settentrionale, è impegnato nel tagliare eventuali vie di fuga ai ribelli. L’impegno di Asmara è dettato dalla necessità di consolidare i buoni rapporti con Ahmed dopo la ratifica degli Accordi di Algeri e la risoluzione della disputa confinaria riguardante Badmè e, al contempo, ridimensionare il potere politico e le capacità militari dei tigrini, i maggiori oppositori del trattato in questione. Di contro, il fronte ribelle tigrino può contare su circa 40.000 uomini, quasi totalmente appartenenti ai reparti ammutinati del Comando Militare del Nord, alla polizia locale e alle “Forze Speciali” del Tigrè. Dunque, si tratta di personale addestrato, in grado di usare con sufficiente perizia mezzi ed equipaggiamenti ed abbastanza disciplinato, capace di reggere l’urto dell’EFE e di affrontare un conflitto di lunga durata. Oltre ad esso, il FLPT può contare sul supporto di circa 5000 miliziani del Movimento per l’Indipendenza del Tigrè (MIT), una milizia creata ad hoc da Makelle poco prima dell’inizio dell’escalation militare a novembre. Per quanto riguarda i mezzi a disposizione delle forze ribelli tigrine, molti provengono dalle razzie effettuate nei depositi militari della regione nei giorni precedenti all’inizio dell’offensiva governativa. Tra essi, sicuramente ci sono sistemi lanciarazzi multipli e, molto probabilmente, missili superficie-aria SA-2 e SA-3 utilizzati per colpire obbiettivi sensibili al suolo (areoporti e basi operative) nella regione dell’Amhara (Bahir Dar) e in Eritrea (Asmara). Nonostante l’aggressiva retorica del governo di Addis Abeba che, il 23 novembre, ha intimato alle autorità tigrine di arrendersi entro le successive 72 ore prima delle presunta offensiva finale su Makelle, il conflitto del Tigrè potrebbe protrarsi ancora nei prossimi mesi e trasformarsi in una lunga guerra di logoramento per le Forze Armate nazionali. Infatti, sebbene l’EFE prosegua la sua avanzata nella regione settentrionale, le sue truppe si guardano bene dall’entrare nei principali centri urbani (Axum, Makelle, Gondar), sia per paura di restare intrappolati nella selva dei combattimenti urbani che per l’ostilità della maggioranza della popolazione locale, che percepisce i militari come una autentica forza di occupazione. Tale percezione è anche alimentata dall’impiego di soldati di etnie diverse da quella tigrina e dalla presenza delle milizie amhara che vedono nel conflitto la possibilità di risolvere l’annosa questione delle dispute confinarie con il Tigrè. Sono proprio esse ad occuparsi del tentativo di pacificazione delle aree urbane, con risultati sinora poco soddisfacenti. Come se non bastasse, il FLPT si è dimostrato abile a manipolare il sentimento di rabbia popolare evocando la stagione del “Terrore Rosso” (1977) durante la dittatura di Menghistu e paragonando il governo di Ahmed a quello del Derg. Inoltre, i movimenti ribelli tigrini costituiscono una forza politica e militare compatta e da non sottovalutare. Oltre al vasto supporto popolare, il FLPT può contare sulla leadership di Debretsion Gebremichael, eroe della guerra di liberazione contro il Derg e politico di lungo corso con alle spalle numerosi incarichi istituzionali di rilievo. Sotto il profilo operativo, le milizie tigrine non solo si sono dimostrate in grado di contrattaccare alle offensive governative, ma appaiono possedere una chiara strategia su come gestire il conflitto nel prossimo futuro. Presumibilmente, il loro obbiettivo è evitare il confronto diretto con i meglio equipaggiati reparti dell’EFE, rallentarne l’avanzata distruggendo infrastrutture stradali e ponti (come nel caso della direttrice Shire-Axum e dell’arteria viaria ad est di Mekelle) e costringere le forze governative ad una perdurante guerra di attrito attraverso l’utilizzo delle tecniche della guerriglia. In questo senso, le milizie del FLPT sono avvantaggiati dall’orografia del Tigrè, aspra e montagnosa, e da una migliore conoscenza del territorio. In sintesi, le forze ribelli puntano a replicare quanto avvenuto durante la guerra contro il Derg, vale a dire alzare il costo economico ed umano delle operazioni militari di Addis Abeba nella regione con la speranza che altri gruppi etnici intensifichino le attività anti-governative in altre aree del Paese. Se questo accadesse, il governo etiope si troverebbe costretto a gestire un fronte di instabilità talmente esteso da compromettere seriamente la sua tenuta. Sulla base di questi assunti, dunque, un eventuale scenario da vittoria risolutiva del governo sugli insorti risulta poco probabile, indipendentemente dalla ipotetica conquista di Mekelle. Infatti, come nella maggior parte delle guerre civili in Africa, e l’Etiopia potrebbe non fare eccezione, l’acquisizione effettiva del controllo del territorio e la stabilizzazione delle aree di crisi da parte delle autorità governative sono un processo lungo, dispendioso e difficile da realizzare a causa della resilienza delle comunità etniche locali e delle milizie ad esse legate. Consapevole di questi rischi, il Premier Ahmed intende neutralizzare la ribellione tigrina nel minor tempo possibile, anche a costo di rivedere i termini dell’impegno nazionale all’estero. Ad esempio, Addis Abeba ha già richiamato oltre 3000 uomini di stanza in Somalia nel contesto delle operazioni di contrasto ad al-Shabab e di stabilizzazione del Paese per dislocarli nel Tigrè e presto potrebbe essere costretta a fare altrettanto con gli oltre 4000 militari parte di AMISOM. Così facendo, però, il governo etiope priva la Somalia di un assetto indispensabile per il contrasto ai movimenti jihadisti e per il controllo del poroso confine con la regione dell’Ogaden, popolata prevalentemente da Somali e costantemente a rischio di infiltrazione di gruppi terroristici. In conclusione, l’esito del conflitto del Tigrè e lo sviluppo della guerra civile etiope risultano incerti ed orientati ad una lunga fase di logoramento e guerriglia. Con il protrarsi delle operazioni militari e con l’ulteriore crescita delle tensioni etniche interne all’Etiopia, il governo di Ahmed rischia di perdere consensi, stabilità e capacità di controllare efficacemente la regione del Tigrè. Parallelamente, il proseguo del conflitto potrebbe rafforzare la compattezza del fronte tigrino ed aumentare il raggio dei suoi strumenti politici. In questo senso, molto dipenderà dalla capacità del FLPT di internazionalizzare il conflitto e portare il governo di Ahmed ad un tavolo negoziale mediato da attori esterni. In questo modo, il partito tigrino, oggi bollato da Addis Abeba come organizzazione terroristica, accrescerebbe la propria legittimità. Il primo tentativo di coinvolgere l’Unione Africa, la cui mediazione è stata invocata da Debretsion Gebremichael, è fallito ma, se il conflitto dovesse proseguire, il governo etiope potrebbe trovarsi costretto ad accettare i buoni uffici di Paesi terzi anche per una questione di coerenza ed immagine internazionale (l’Etiopia è tra i maggiori promotori regionali dei forum negoziali per la risoluzione dei conflitti interni, ultimo dei quali quello riguardante il Sudan). Se questo avvenisse, i tigrini accrescerebbero il proprio potere negoziale nei confronti delle autorità nazionali e, a quel punto, potrebbero lanciare una OPA sul governo, tentando di ripristinare l’antico sistema di potere etno-federalista, oppure percorrere con maggiore convinzione la strada dell’indipendenza.

anteprima logo RID Etiopia, si va verso la guerra civile?

Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha imposto lo stato d’emergenza e disposto l’invio delle Forze Armate nella turbolenta regione del Tigrè in risposta ad un attacco contro un’istallazione dell’Esercito federale nella regione. Al momento, nessuna organizzazione ha rivendicato l’attacco, anche se sono forti i sospetti di un’azione perpetrata dalle frange più estremiste del Movimento per l’Indipendenza del Tigrè (MIT), gruppo nato nel marzo 2020 con l’obbiettivo di perseguire l’autodeterminazione dell’etnia tigrina e costituire un’entità statuale autonoma da Addis Abeba. Molto probabilmente, il MIT è stato creato dallo stesso Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), partito che rappresenta gli interessi dell’omonimo gruppo etnico e che da circa un anno è in aperto contrasto con Addis Abeba e con il Governo di Ahmed, per non esporsi direttamente. L’invio dei militari federali e l’attacco all’infrastruttura dell’Esercito è soltanto l’ultimo episodio all’interno della travagliata relazione tra il FLPT e il Governo federale, aggravatasi ulteriormente a partire dallo scorso settembre, quando le autorità locali del Tigrè avevano organizzato le elezioni amministrative e parlamentari nonostante il divieto di Ahmed, che le aveva rinviate sine die a causa dell’emergenza pandemica. La conseguenza di questa violazione alle disposizioni governative era sta la sospensione immediata del pagamento degli stipendi per la pubblica amministrazione, l’interruzione nell’erogazione dei sussidi federali e il blocco di qualsiasi relazione ufficiale tra le istituzioni locali e le autorità centrali. Le ragioni delle posizioni radicali della comunità tigrina (7% della popolazione totale etiope) e del FLPT attengono ai profondi cambiamenti introdotti dal Premier Ahmed nel sistema politico nazionale, riassumibili nel superamento del sistema etno-federalista e nella ridefinizione degli equilibri etnici di potere nel Paese. Quest’ultimo fattore si è tradotto nel ridimensionamento sostanziale dell’influenza tigrina, un tempo dominante nelle istituzioni civili, militari ed economiche, a favore di quella degli Oromo (34% della popolazione), gruppo a cui appartiene lo stesso Abyi Ahmed. Privati del loro potere, i tigrini hanno reagito in maniera assertiva, dipingendo come dispotica ed autoritaria la gestione di Ahmed, provando ripetutamente ad assassinarlo e, ora, sfidando frontalmente le istituzioni federali. In questo senso, l’invio delle truppe nel Tigrè potrebbe acuire ulteriormente le tensioni e trasferire il confronto dal piano politico a quello apertamente militare. Il rischio dello scoppio di un conflitto interno su base etnica diventa, così, ogni settimana più probabile e, con esso, la possibilità che altre etnie insoddisfatte dell’amministrazione Ahmed o semplicemente desiderose di rinegoziare i contenuti della loro relazione con il governo centrale imbraccino le armi ed imitino quanto sinora fatto dai tigrini.

anteprima logo RID Gli UAV HAROP provocano il ritiro dell'Ambasciatore armeno in Israele

L’Armenia ha annunciato di aver ritirato per consultazioni il proprio Ambasciatore da Israele per protesta contro la vendita di armi da parte del Paese all’Azerbaijan.

anteprima logo RID Accordo strategico tra Iran e Cina?

L’Iran sarebbe in procinto di siglare un accordo di partnership strategica venticinquennale con la Cina. Sebbene non esistano ancora conferme sui contenuti di tale partnership che, secondo il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, verranno resi noti una volta che sarà ufficializzato l’accordo, varie fonti all’interno del Paese parlano della cessione di risorse naturali (gas e petrolio) alla Cina e della concessione d’uso alle Forze Armate di Pechino di basi aeree e navali situate a cavallo dello Stretto di Hormuz. Come detto, i dettagli non sono stati ancora resi noti, ma parrebbe che in cambio l’Iran dovrebbe ottenere tra un minimo di 120 ed un massimo di 400 miliardi di dollari. Nell’accordo rientrerebbero pure interventi strutturali di aggiornamento/allargamento delle basi aeree e navali Va detto, peraltro, che la voce di una possibile intesa strategica tra Iran e Cina risale al gennaio 2016, durante una visita ufficiale del Presidente cinese Xi Jingping a Teheran. Da allora, tuttavia, il discorso è stato congelato, anche alla luce del “semi-annullamento” dei negoziati tra i 5+1 e l’Iran riguardo al programma nucleare iraniano, dopo il ritiro unilaterale degli USA nel 2018. Da parte iraniana, oltre agli evidenti aspetti finanziari, l’accordo con la Cina potrebbe garantire un maggior sostegno in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, in particolare alla luce dell’aspirazione iraniana alla rimozione dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU a causa del programma nucleare di Teheran. Peraltro, un eventuale fine del regime di embargo gioverebbe non poco all’industria militare di Pechino. Da parte cinese l’Iran rappresenta un punto d’appoggio di grande valore strategico, tanto economicamente, quanto militarmente. Dal punto di vista economico, infatti, la suddetta ricchezza di idrocarburi, nonché la posizione geografica, rendono l’Iran fondamentale per la strategia commerciale della Belt Road Initiative e per l'approvvigionamento energetico cinese. Per quanto riguarda l’ambito militare, l’utilizzo di basi aeree e navali (come Jask e Konarak/Chabahar, quest’ultima non lontana da Gwadar in Pakistan, un altro porto con forte presenza cinese) consentirebbero di mantenere una presenza significativa in un’area dall’enorme interesse strategico, recentemente tornata anche ad essere piuttosto movimentata.

anteprima logo RID Libia, la Turchia schiera sistemi antiaerei a Mitiga

Alcune immagini e video apparsi in rete nelle ultime ore sembrano confermare l'invio di sistemi d'arma turchi rischierati presso l'aeroporto di Tripoli/Mitiga.

anteprima logo RID Il Generale bullo e il futuro della Libia

La mediazione del Presidente Putin e le pressioni incrociate che hanno portato aduna bozza per un cessate il fuoco permanente in Libia, bozza sottoscritta ieri da Serraj, non sono riuscite al momento a riportare a più miti consigli Haftar. Il Generale ha lasciato Mosca senza firmare non accettando di ritirare le sue truppe sulle linee di cessate il fuoco individuate, dimostrandosi ancora una volta ciò che è sempre stato: un inaffidabile bullo. Del resto la sua biografia parla chiaro. Tuttavia, un documento su cui dialogare adesso c’è e se alla fine Haftar si convincesse a firmare si aprirebbe una nuova stagione per il Paese del Nordafrica e con essa la strada per una missione di interposizione sotto mandato ONU per garantire il monitoraggio ed il rispetto di un cessate il fuoco permanente. Si parla già di un contingente dell’UE con soldati italiani, spagnoli, francesi e tedeschi. L’auspicio forte è che l’Italia possa guidare tale contingente attraverso il quale garantire in ultima analisi i suoi forti interessi in Tripolitania. Le 2 parti dovrebbero poi trovare un più ampio accordo politico sul futuro del Paese. Un accordo che potrebbe pure limitarsi a sancire la situazione di fatto sul terreno, ovvero la divisione del Paese in 2. Un esito che tutti gli attori in questi mesi volevano evitare (a parole) ma che poi alla fine potrebbe costituire uno sbocco fisiologico, dovuto al sostanziale equilibrio sul campo sancito dalle armi. La Libia tornerebbe così alle origini – prima cioè che l’Italia la inventasse come tale: con una Tripolitania e una Cirenaica separate ed un Fezzan sostanzialmente autonomo ed anarchico. A prescindere da quello che accadrà, le ultime settimane di conflitto hanno dimostrato soprattutto una cosa. A differenza di quanto ripetuto come un mantra dall’Italia, la forza militare è stata decisiva. In Libia si è creata infatti una gigantesca situazione di fatto segnata dallo stallo e dall’incapacità delle 2 parti di superarsi e “riunificare” il Paese, mentre 2 attori esterni – Russia e Turchia – hanno incrementato il loro peso nella crisi grazie al supporto militare offerto ai 2 contendenti. I 700-800 consiglieri russi – spediti da Putin in Libia per inquadrare le sgangherate “armate” di Haftar ed assicurasi una posizione di influenza in Cirenaica assieme all’alleato egiziano - ed i droni con qualche centinaia di miliziano jihadista siriano - inviati da Erdogna a dar manforte al maldanto Serraj per espandere la propria influenza in Cireniaca oltre l’”ottomana” Misurata – sono la dimostrazione che la politica del fatto compiuto, a fronte di uno scenario incerto e reso volatile dal “ripiegamento” americano, è un’opzione sempre più proficua. Chi non se ne rende conto, è perduto. Per inciso stiamo parlando dell’Italia che in questi mesi ha dormito il sonno dei giusti e dei pacifici non rendendosi conto che la sua “posizione di scuola” era stata superata dagli eventi. Il risultato è che nel suo cortile di casa ci sono oggi 2 ingombranti vicini che prima non c’erano.

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