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Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima logo RID Etiopia, si va verso la guerra civile?

Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha imposto lo stato d’emergenza e disposto l’invio delle Forze Armate nella turbolenta regione del Tigrè in risposta ad un attacco contro un’istallazione dell’Esercito federale nella regione. Al momento, nessuna organizzazione ha rivendicato l’attacco, anche se sono forti i sospetti di un’azione perpetrata dalle frange più estremiste del Movimento per l’Indipendenza del Tigrè (MIT), gruppo nato nel marzo 2020 con l’obbiettivo di perseguire l’autodeterminazione dell’etnia tigrina e costituire un’entità statuale autonoma da Addis Abeba. Molto probabilmente, il MIT è stato creato dallo stesso Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), partito che rappresenta gli interessi dell’omonimo gruppo etnico e che da circa un anno è in aperto contrasto con Addis Abeba e con il Governo di Ahmed, per non esporsi direttamente. L’invio dei militari federali e l’attacco all’infrastruttura dell’Esercito è soltanto l’ultimo episodio all’interno della travagliata relazione tra il FLPT e il Governo federale, aggravatasi ulteriormente a partire dallo scorso settembre, quando le autorità locali del Tigrè avevano organizzato le elezioni amministrative e parlamentari nonostante il divieto di Ahmed, che le aveva rinviate sine die a causa dell’emergenza pandemica. La conseguenza di questa violazione alle disposizioni governative era sta la sospensione immediata del pagamento degli stipendi per la pubblica amministrazione, l’interruzione nell’erogazione dei sussidi federali e il blocco di qualsiasi relazione ufficiale tra le istituzioni locali e le autorità centrali. Le ragioni delle posizioni radicali della comunità tigrina (7% della popolazione totale etiope) e del FLPT attengono ai profondi cambiamenti introdotti dal Premier Ahmed nel sistema politico nazionale, riassumibili nel superamento del sistema etno-federalista e nella ridefinizione degli equilibri etnici di potere nel Paese. Quest’ultimo fattore si è tradotto nel ridimensionamento sostanziale dell’influenza tigrina, un tempo dominante nelle istituzioni civili, militari ed economiche, a favore di quella degli Oromo (34% della popolazione), gruppo a cui appartiene lo stesso Abyi Ahmed. Privati del loro potere, i tigrini hanno reagito in maniera assertiva, dipingendo come dispotica ed autoritaria la gestione di Ahmed, provando ripetutamente ad assassinarlo e, ora, sfidando frontalmente le istituzioni federali. In questo senso, l’invio delle truppe nel Tigrè potrebbe acuire ulteriormente le tensioni e trasferire il confronto dal piano politico a quello apertamente militare. Il rischio dello scoppio di un conflitto interno su base etnica diventa, così, ogni settimana più probabile e, con esso, la possibilità che altre etnie insoddisfatte dell’amministrazione Ahmed o semplicemente desiderose di rinegoziare i contenuti della loro relazione con il governo centrale imbraccino le armi ed imitino quanto sinora fatto dai tigrini.

anteprima logo RID Gli UAV HAROP provocano il ritiro dell'Ambasciatore armeno in Israele

L’Armenia ha annunciato di aver ritirato per consultazioni il proprio Ambasciatore da Israele per protesta contro la vendita di armi da parte del Paese all’Azerbaijan.

anteprima logo RID Accordo strategico tra Iran e Cina?

L’Iran sarebbe in procinto di siglare un accordo di partnership strategica venticinquennale con la Cina. Sebbene non esistano ancora conferme sui contenuti di tale partnership che, secondo il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, verranno resi noti una volta che sarà ufficializzato l’accordo, varie fonti all’interno del Paese parlano della cessione di risorse naturali (gas e petrolio) alla Cina e della concessione d’uso alle Forze Armate di Pechino di basi aeree e navali situate a cavallo dello Stretto di Hormuz. Come detto, i dettagli non sono stati ancora resi noti, ma parrebbe che in cambio l’Iran dovrebbe ottenere tra un minimo di 120 ed un massimo di 400 miliardi di dollari. Nell’accordo rientrerebbero pure interventi strutturali di aggiornamento/allargamento delle basi aeree e navali Va detto, peraltro, che la voce di una possibile intesa strategica tra Iran e Cina risale al gennaio 2016, durante una visita ufficiale del Presidente cinese Xi Jingping a Teheran. Da allora, tuttavia, il discorso è stato congelato, anche alla luce del “semi-annullamento” dei negoziati tra i 5+1 e l’Iran riguardo al programma nucleare iraniano, dopo il ritiro unilaterale degli USA nel 2018. Da parte iraniana, oltre agli evidenti aspetti finanziari, l’accordo con la Cina potrebbe garantire un maggior sostegno in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, in particolare alla luce dell’aspirazione iraniana alla rimozione dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU a causa del programma nucleare di Teheran. Peraltro, un eventuale fine del regime di embargo gioverebbe non poco all’industria militare di Pechino. Da parte cinese l’Iran rappresenta un punto d’appoggio di grande valore strategico, tanto economicamente, quanto militarmente. Dal punto di vista economico, infatti, la suddetta ricchezza di idrocarburi, nonché la posizione geografica, rendono l’Iran fondamentale per la strategia commerciale della Belt Road Initiative e per l'approvvigionamento energetico cinese. Per quanto riguarda l’ambito militare, l’utilizzo di basi aeree e navali (come Jask e Konarak/Chabahar, quest’ultima non lontana da Gwadar in Pakistan, un altro porto con forte presenza cinese) consentirebbero di mantenere una presenza significativa in un’area dall’enorme interesse strategico, recentemente tornata anche ad essere piuttosto movimentata.

anteprima logo RID Libia, la Turchia schiera sistemi antiaerei a Mitiga

Alcune immagini e video apparsi in rete nelle ultime ore sembrano confermare l'invio di sistemi d'arma turchi rischierati presso l'aeroporto di Tripoli/Mitiga.

anteprima logo RID Il Generale bullo e il futuro della Libia

La mediazione del Presidente Putin e le pressioni incrociate che hanno portato aduna bozza per un cessate il fuoco permanente in Libia, bozza sottoscritta ieri da Serraj, non sono riuscite al momento a riportare a più miti consigli Haftar. Il Generale ha lasciato Mosca senza firmare non accettando di ritirare le sue truppe sulle linee di cessate il fuoco individuate, dimostrandosi ancora una volta ciò che è sempre stato: un inaffidabile bullo. Del resto la sua biografia parla chiaro. Tuttavia, un documento su cui dialogare adesso c’è e se alla fine Haftar si convincesse a firmare si aprirebbe una nuova stagione per il Paese del Nordafrica e con essa la strada per una missione di interposizione sotto mandato ONU per garantire il monitoraggio ed il rispetto di un cessate il fuoco permanente. Si parla già di un contingente dell’UE con soldati italiani, spagnoli, francesi e tedeschi. L’auspicio forte è che l’Italia possa guidare tale contingente attraverso il quale garantire in ultima analisi i suoi forti interessi in Tripolitania. Le 2 parti dovrebbero poi trovare un più ampio accordo politico sul futuro del Paese. Un accordo che potrebbe pure limitarsi a sancire la situazione di fatto sul terreno, ovvero la divisione del Paese in 2. Un esito che tutti gli attori in questi mesi volevano evitare (a parole) ma che poi alla fine potrebbe costituire uno sbocco fisiologico, dovuto al sostanziale equilibrio sul campo sancito dalle armi. La Libia tornerebbe così alle origini – prima cioè che l’Italia la inventasse come tale: con una Tripolitania e una Cirenaica separate ed un Fezzan sostanzialmente autonomo ed anarchico. A prescindere da quello che accadrà, le ultime settimane di conflitto hanno dimostrato soprattutto una cosa. A differenza di quanto ripetuto come un mantra dall’Italia, la forza militare è stata decisiva. In Libia si è creata infatti una gigantesca situazione di fatto segnata dallo stallo e dall’incapacità delle 2 parti di superarsi e “riunificare” il Paese, mentre 2 attori esterni – Russia e Turchia – hanno incrementato il loro peso nella crisi grazie al supporto militare offerto ai 2 contendenti. I 700-800 consiglieri russi – spediti da Putin in Libia per inquadrare le sgangherate “armate” di Haftar ed assicurasi una posizione di influenza in Cirenaica assieme all’alleato egiziano - ed i droni con qualche centinaia di miliziano jihadista siriano - inviati da Erdogna a dar manforte al maldanto Serraj per espandere la propria influenza in Cireniaca oltre l’”ottomana” Misurata – sono la dimostrazione che la politica del fatto compiuto, a fronte di uno scenario incerto e reso volatile dal “ripiegamento” americano, è un’opzione sempre più proficua. Chi non se ne rende conto, è perduto. Per inciso stiamo parlando dell’Italia che in questi mesi ha dormito il sonno dei giusti e dei pacifici non rendendosi conto che la sua “posizione di scuola” era stata superata dagli eventi. Il risultato è che nel suo cortile di casa ci sono oggi 2 ingombranti vicini che prima non c’erano.

anteprima logo RID Libia: partita la nuova offensiva di Haftar

Dopo la riorganizzazione delle proprie forze, in seguito alle ingenti perdite in termini di uomini, mezzi e soprattutto terreno subite la scorsa estate, con l’arrivo di rinforzi dalla Cirenaica - circa un migliaio di unità, principalmente appartenenti alla 106ª Brigata Forze Speciali) - e dal Fezzan - circa 200 uomini della Brigata Tariq Ibn Ziyad ed altrettanti del 302° Battaglione, provenienti  dall’area di Ueddan/Al-Jufra, rimpiazzati da 300 miliziani sudanesi del SLA posti a protezione delle postazioni meridionali - e di rifornimenti di materiale da Egitto ed EAU, lo scorso 11 dicembre è partita la nuova offensiva dell’LNA contro Tripoli.

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