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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID AUKUS, l’Australia firma il primo accordo per i nuovi sommergibili nucleari

Il 22 novembre, il Ministro della Difesa australiano Peter Dutton ha firmato il primo accordo relativo al nuovo programma per l’acquisizione di almeno 8 sottomarini a propulsione nucleare, accordo che si inserisce nella più ampia partnership nel settore difesa siglata lo scorso settembre tra Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti, comunemente conosciuta come AUKUS. Il documento – denominato ENNPIA (Exchange of Naval Nuclear Propulsion Information Agreement) - formalizza e disciplina la condivisione di informazioni sensibili riguardanti il sistema propulsivo di tipo nucleare da parte della Royal Navy e della US Navy in favore della Marina Australiana. Nello specifico, l’ENNPIA limita la condivisione e lo scambio unicamente alle informazioni – anche classificate – considerate fondamentali per la fase di ricerca, sviluppo, progettazione e produzione del sistema di propulsione nucleare dei futuri battelli australiani, fornendo anche i dettagli sui meccanismi di accesso del personale della RAN a tali informazioni. Al contrario, il documento non include né prevede trasferimenti di dispositivi, materiali e tecnologie che verranno regolamentati da un accordo successivo. Secondo quanto dichiarato dal Ministro Dutton, l’ENNPIA dovrebbe agevolare il processo di studio e di esame dei requisiti dei nuovi sommergibili destinati alla Royal Australian Navy che, secondo i tempi dichiarati, dovrebbe concludersi in 18 mesi. Dutton ha anche evidenziato che l’Australia è interessata unicamente alla propulsione nucleare dei propri battelli e non ad eventuali armamenti, che resteranno di tipo convenzionale. Ha ribadito, inoltre, la volontà del Governo di costruire i sommergibili in Australia, presumibilmente ad Adelaide.

anteprima logo RID Firmato il Trattato del Quirinale. Italia e Francia rafforzano la loro relazione strategica

Il Presidente del Consiglio, Mario Draghi, e il Presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, hanno firmato oggi al Quirinale il “Trattato per una cooperazione bilaterale rafforzata”, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e delle delegazioni italiana e francese. Al termine della cerimonia il Presidente Draghi e il Presidente Macron hanno rilasciato dichiarazioni congiunte alla stampa a Villa Madama. Il Trattato è molto importante ed è il primo di questa natura e portata sottoscritto dall’Italia con un altro “grande”. Finora, infatti, tolta la storica partnership bilaterale con gli USA in campo difesa e sicurezza, l’Italia non aveva nulla del genere, se non accordi di minore entità con UK e Germania. La Francia, invece, ha trattati simili sia con la Germania sia con il Regno Unito. Con Londra, nonostante la Brexit, Parigi ha una cooperazione strategica che riguarda, tra le altre cose, il pattugliamento deterrente con i sottomarini nucleari, ma pure la CJEF, Combined Joint Expeditionary Force, che è diventata pienamente operativa a fine novembre 2020. Insomma, l’Italia fa un deciso passo in avanti e formalizza un Trattato che consentirà di “gestire” la partnership con la Francia entro un quadro chiaro e strategicamente definito permettendo anche di regolare quelle differenze che in passato hanno portato i 2 Paesi a competere. Il Trattato abbraccia molti campi, dall’economia, all’agricoltura, passando, ovviamente, per la difesa e la sicurezza. Roma e Parigi del resto negli ultimi tempi si sono riavvicinate molto, soprattutto in Africa e nel Sahel, ma pure in Libia le differenze sono meno accentuate che nel passato. La Francia è reduce poi dalla batosta dell’AUKUS ed ha tutto da guadagnare da una convergenza con Roma, da spendere poi sul fronte della “special relationship” con la Germania, alle prese con la laboriosa formazione del nuovo governo orfano di Angela Merkel. Dal canto suo l’Italia ha bisogno di avere un partner forte anche nel continente bilanciando così la sua tradizionale vicinanza al Regno Unito. Sullo sfondo ricordiamo poi il via alla fase finale del percorso di approvazione della Bussola Strategica con la nuova forza di intervento rapido europea da 5.000 uomini – la cui approvazione definitiva è prevista a marzo nell’ambito del semestre francese di presidenza dell’Unione. I terreni di incontro, dunque, ci sono e sono molti. In campo industriale, le joint spaziali tra Leonardo e Thales sono un esempio virtuoso, così come l’esperienza ATR e la cooperazione dentro il colosso MBDA, mentre la joint venture tra Fincantieri e Naval Group, NAVIRIS, sta muovendo i primi passi sulla spinta di grandi programmi come quello dell'ammodernamento dei cacciatorpediniere antiaerei ORIZZONTE e delle nuove fregate EPC (European Patrol Corvette). Ma in agenda c’è adesso pure la questione OTO Melara/WASS, con tutti i risvolti che questa potrebbe avere sul piano di un’ulteriore aggregazione in chiave europea e sull’onda dei grandi investimenti che si annunciano nel settore terrestre: dal nuovo carro armato, al veicolo da combattimento per la fanteria, passando per lo sviluppo di un vero e proprio sistema dei sistemi terrestre europeo. Ulteriori dettagli su RID 12/21.

anteprima logo RID Etiopia, le milizie tigrine minacciano Addis Abeba

Tra il 28 ed il 30 ottobre scorsi, le milizie del Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino (FLPT), appoggiate dalle unità dell’Esercito di Liberazione Oromo (ELO), hanno conquistato le città di Dessiè (150.000 abitanti) e Combolcià (60.000 abitanti), nello Stato Federale di Amhara, a circa 350 chilometri da Addis Abeba. La conquista di questi 2 centri urbani consente al fronte ribelle di assicurarsi il controllo della principale arteria viaria che collega la capitale etiope ai porti eritrei e a Djibouti, mettendo così a rischio i canali di approvvigionamento per la città e l’area più ricca e popolosa del Paese. Inoltre, con l’entrata a Dessiè e Combolcià, le milizie tigrine ed oromo hanno spostato la linea del fronte nel punto più a sud dall’inizio delle ostilità (novembre 2020), ampliando notevolmente le porzioni di territorio sotto il proprio controllo. Parallelamente, altri focolai di conflitto sono attivi nello Stato federale dell’Oromia, a sud di Addis Abeba, e nella regione a maggioranza somala dell’Ogaden, al confine con la Somalia. Di conseguenza, le Forze Armate etiopi si trovano nella complicata situazione di dover gestire il fronte principale a nord della capitale ed altri fronti minori nel resto del Paese. In risposta alla conquista di Dessiè e Combolcià, il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha decretato lo stato d’emergenza e, con un gesto disperato, ha invitato il popolo ad imbracciare le armi e mobilitarsi a difesa della capitale e contro le milizie tigrine ed oromo. Nonostante le Forze Armate etiopi siano supportate da battaglioni dell’Esercito Eritreo, ad oggi l’avanzata dei ribelli appare lontana da perdere slancio. Il rischio che, nelle prossime settimane, il FLPT e l’ELO giungano alle periferie di Addis Abeba è concreto e, con esso, la possibilità che la stagione politica di Abiy Ahmed si avvicini al capolinea. Infatti, il Fronte di Liberazione del Popolo Tigrino, composto sia da miliziani che da ex militari che hanno disertato, dispone di una potenza di fuoco e di un numero di effettivi (circa 200.000) in grado di affrontare l’Esercito Etiope alternando tattiche simmetriche e asimmetriche. Inoltre, il Fronte può ancora contare su un’eccellente capacità politica che gli permette di consolidare le alleanze con tutte le realtà etnico-tribali che si oppongono al progetto centralista di Ahmed e che vorrebbero il ripristino del modello etno-federalista. Allo stesso modo, l’ELO, seppur non possa vantare gli stessi livelli capacitivi della controparte tigrina, è una milizia che conta circa 5.000 uomini ed un’ampia esperienza sui campi di battaglia maturata attraverso decadi di guerriglia contro il governo centrale. Come se non bastasse, tanto i tigrini quanto gli oromo usufruiscono del supporto internazionale (non ufficiale) del Sudan e dell’Egitto - e pure di alcuni consiglieri di quella galassia “non ufficiale” che gravita attorno all’intelligence francese… - entrambi desiderosi di destabilizzare l’Etiopia e di vedere destituito Ahmed allo scopo di strappare futuri accordi migliori in merito alla questione del riempimento della Grande Diga del Rinascimento. Infatti, il mega-progetto idroelettrico rischia di avere enormi impatti sulla disponibilità idrica per i Paesi a valle del corso del Nilo (Sudan ed Egitto su tutti), compromettendone così la sicurezza nazionale. In caso di vittoria del fronte ribelle, Il Cairo e Khartoum sperano di veder ripagati i loro sforzi con la stipula di nuovi trattati circa i tempi ed i regimi di riempimento della diga.

anteprima logo RID Marocco e Algeria ai ferri corti sul Sahara Occidentale

Il 3 novembre, la presidenza algerina ha accusato il Marocco di aver ucciso 3 suoi cittadini in un bombardamento condotto con non meglio precisati “armamenti sofisticati” mentre viaggiavano su 2 camion tra la capitale della Mauritania Nuoakchott e la città algerina di Ouargla. L’Algeria non ha specificato il luogo esatto dell’attacco ma si tratta probabilmente della parte di Sahara Occidentale controllata dal Fronte Polisario, il gruppo indipendentista saharawi appoggiato fin dal 1975 dagli algerini contro l’occupazione del Marocco. Secondo un sito vicino all’intelligence di Algeri, Mena Defense, il bombardamento sarebbe avvenuto a Bir Lahlou, la città che Polisario considera la propria capitale nel Sahara Occidentale a 200 km da Tindouf, Quartier Generale del gruppo in terra algerina. Nonostante Rabat abbia subito smentito, Algeri ha promesso una qualche forma di rappresaglia. Con i fatti di Bir Lahlou, le relazioni tra Algeria e Marocco toccano il minimo storico. I 2 paesi maghrebini hanno sempre avuto un rapporto complicato, alimentato proprio dal dossier del Sahara Occidentale oltre che dalle differenze dei 2 sistemi politici, dalla competizione per la proiezione nel continente africano e dalla rivalità dei rispettivi alleati internazionali. Ma gli eventi dell’ultimo anno hanno accelerato e reso di nuovo calda questa crisi pluridecennale. L’innesco è stato il cambio di guardia ad Algeri: caduto Bouteflika (aprile 2019), e chiusa rapidamente e senza troppi scossoni evidenti la fase di protagonismo della piazza con il referendum sulla Costituzione del 1° novembre 2020, la nuova leadership algerina ha portato con sé un nuovo approccio alle dinamiche regionali. Dalle Primavere Arabe a oggi, ragiona adesso Algeri, il Paese ha sprecato un decennio chiudendosi al suo interno, in un riflesso di ostinata conservazione dello status quo e del regime clientelare di Bouteflika. In questo periodo Algeri ha smesso di presidiare i più importanti dossier di politica estera offrendo al Marocco lo spazio per rilanciare la sua azione esterna. Gli eventi dell’ultimo anno disegnano un’inversione di marcia, accelerata e resa forse più ruvida dall’avvicinarsi del Marocco alla principale linea rossa in politica estera per Algeri: l’annessione de jure del Sahara Occidentale, ventilata dal riconoscimento della sovranità marocchina sull’area da parte degli USA di Trump in cambio della normalizzazione dei rapporti tra Rabat e Tel Aviv nel quadro degli accordi di Abramo (dicembre 2020). Su questo sfondo si colloca il nuovo attivismo algerino contro il Marocco, espresso spesso attraverso azioni del Polisario concentrate nella zona del valico di Guerguerat (tra cui si segnala il lancio di razzi verso la città sotto controllo marocchino). Rabat non è rimasta inerte e ha anzi risposto anche in modo estremamente muscolare. Su tutti si ricordi lo strike mirato, compiuto probabilmente con un drone lo scorso aprile, contro il leader militare del Polisario, Dah al-Bendir (ucciso), e il capo politico Brahim Ghali (sopravvissuto). Negli ultimi mesi, le tensioni sono tracimate in modo inequivocabile anche sui rapporti bilaterali tra i 2 paesi: a luglio il Marocco ha espresso supporto per il Mouvement pour l’autodétermination de la Kabylie (MAK), un gruppo indipendentista radicato nella provincia algerina con la più lunga tradizione ribellista, l’Algeria ha rotto i rapporti diplomatici con Rabat a fine agosto, e poche settimane fa ha annunciato la chiusura del gasdotto Gaz-Maghreb-Europe (GME) che arriva in Spagna attraverso il territorio marocchino. L’attacco di Bir Lahlou segna una nuova tappa in questa escalation e può accelerare alcuni processi in corso, sia sul piano diplomatico sia su quello politico-militare.

anteprima logo RID Su-35 russi al confine con la Turchia? Le grandi manovre di Mosca

La scorsa settimana almeno un caccia da superiorità aerea Su-35S FLANKER russo era presente presso l’aeroporto di Qamishli, nella Siria nordorientale. Si tratta del primo rischieramento conosciuto di velivoli russi su tale aeroporto, situato in un’area strategica nei pressi del confine con la Turchia e non lontano dalle forze americane ancora presenti in Siria. È possibile che la presenza del Su-35 – anche se alcune fonti segnalano un numero maggiore di FLANKER, tra 2 e 5, più cacciabombardieri Su-34, elicotteri Mi-8 e Ka-52 e Mig-29 siriani - indichi la volontà di Mosca di consolidare la propria presenza sul territorio siriano anche in tale zona, con un rischieramento semi-permanente di velivoli per l’esecuzione di operazioni di ricognizione ed attacco in un momento in cui si assiste ad un aumento dei raid aerei russi contro le milizie filo turche e le milizie qaediste situate nella parte settentrionale del Paese (a nord di Idlib e nelle aree a ridosso del confine tra Siria e Turchia). Peraltro, dal 2016, la Russia ha più volte utilizzato Qamishli, in modo più o meno regolare, per effettuare operazioni con elicotteri in supporto alle forze terrestri, nonché come base avanzata per i frequenti voli di rifornimenti dei velivoli da trasporto Il-76 che, da ottobre 2019, in seguito al ritiro delle forze americane e dei loro partner curdo-siriani dall’area – forze ridisclocate in altre basi della Siria nordorientale, tra Malikiyah e l’autostrada M4, 70/80 km ad est dell’aeroporto - supportano i regolari pattugliamenti delle forze russe intorno a Qamishli. Tuttavia, tenuto conto che il numero di Su-35 è ancora dubbio, così come la presenza stessa degli altri velivoli menzionati, è maggiormente verosimile ritenere che la presenza degli aerei, magari di un unico FLANKER, sia dovuta ad una situazione puramente contingente, come una breve sosta dopo una missione di scorta (le foto mostrano un Su-35 armato con missili aria-aria R-73, R-77 e pod ECM L175M KHIBINY-M), oppure a causa di un guasto o, ancora, effettuata per rifornirsi. Discorso diverso in caso di conferma della presenza di un numero maggiore di FLANKER e delle diverse tipologie dei suddetti aerei ed elicotteri, elementi che lascerebbero pensare ad un’esercitazione. Va evidenziato, inoltre, che la presenza permanente di aerei da combattimento russi nel quadrante nordorientale siriano, rappresenterebbe una novità potenzialmente rischiosa, tenuto conto degli accordi di “deconfliction” tra Russia e Stati Uniti che prevedevano una sorta di “divieto” di rischieramento per i velivoli russi in tale zona. Ciò detto, lo spostamento di tali aerei potrebbe rappresentare anche un messaggio di Putin ad Erdogan che ha dichiarato l’imminente avvio di una nuova offensiva turca contro le SDF curde, presenti in larga parte intorno a Kobane, ma anche nei governatorati nordorientali di Raqqa e Hasakah; in quest’ultimo ricade proprio Qamishli.

anteprima logo RID L'Iran in cerca di armi russe

La scorsa settimana il Capo di Stato Maggiore della Difesa iraniano, Gen. Mohammad Bagheri, ha incontrato il Ministro della Difesa russo Sergej Shoygu a Mosca. Uno degli argomenti di discussione sarebbe stato il possibile acquisto di diversi sistemi d’arma russi da parte di Teheran. In particolare, si parlerebbe di caccia multiruolo Su-30SM e Su-35S FLANKER, di addestratori avanzati/caccia leggeri Yak-130 e di elicotteri d’attacco Mi-28NE e KA-52. In passato, inoltre, l’Iran ha mostrato forte interesse verso i sistemi missilistici antiaerei S-400 e TOR-M2 e costieri BASTION, nonché per carri armati T-90 e non è escluso che si sia parlato anche di questi. Va ricordato, infatti, che ad ottobre 2020 è cessato l’embargo ONU riguardante la vendita di armamenti all’Iran, embargo imposto nel 2007 come sanzione contro il controverso programma nucleare iraniano. Da oltre un anno lo Stato Maggiore della Repubblica Islamica è concentrato sulle trattative con Cina e Russia per la fornitura di nuovi sistemi d’arma che gli consentano di svecchiare il proprio arsenale e di garantire maggiore efficacia, rispetto ai sistemi autoctoni, nel contrasto di minacce nemiche avanzate in caso di uno scontro convenzionale. In realtà, l’interesse iraniano per i caccia russi risale al 2015, quando fu inviata una richiesta ufficiale di acquisto di un numero compreso tra 18 e 24 FLANKER (di cui 12/16 Su-30SM e 6/8 Su-35S) e 18 Yak-130, richiesta che, tuttavia, Mosca rifiutò. Una scelta dettata sia dall’opportunità politica – si era nel bel mezzo degli interventi militari in Ucraina e Siria e Putin voleva comprensibilmente evitare di aprire un nuovo fronte di scontro, violando l’embargo ONU sulla vendita di armamenti all’Iran allora vigente - sia per le perplessità riguardanti le modalità di pagamento di tali velivoli proposte Teheran (una piccola parte in denaro ed il restante pagato con forniture di petrolio/combustibili/prodotti petrolchimici). L’unica richiesta accolta fu quella relativa alla vendita di 4 sistemi missilistici di difesa aerea S-300PMU-2 (che non violavano l’embargo in quanto “difensivi”). Va da sé che, in 6 anni, l’acquisto di nuovi velivoli da combattimento si è fatto maggiormente impellente per l’Iran, a causa della progressiva diminuzione del tasso di operatività - dovuta alla mancanza di aggiornamenti ed al conseguente generale incremento dell’obsolescenza - della flotta da combattimento della Repubblica Islamica che, ad oggi, è basata su una novantina di velivoli “combat ready” (tra F-4, F-5, F-7, F-14, MiG-29, Mirage F1, Su-22 e Su-24, il più recente dei quali risale al 1995) dei nominali 300 di cui dispone. La stragrande maggioranza dei suddetti 90 velivoli, peraltro, non dispone di radar ed è dotata di missili aria-aria obsoleti e, verosimilmente, inefficaci contro aerei di generazioni più recenti, annoverati nelle flotte dei nemici dell’Iran (Arabia Saudita, Israele e USA). Ovviamente, le suddette discussioni hanno allertato Israele. Tant’è che, durante l’incontro con il Presidente Putin avvenuto lo scorso 22 ottobre, il Primo Ministro Bennett avrebbe chiesto garanzie contro eventuali vendite di avanzati sistemi d’arma russi all’Iran.

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