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Argomento Selezionato: Intelligence
anteprima logo RID La loitering munition israeliana HERO-30 per le SOF italiane

E’ arrivato in Parlamento lo schema di decreto ministeriale per l’approvazione del programma di acquisizione della loitering munition HERO-30 dell’azienda israeliana Uvision da parte delle Forze Speciali italiane. L’HERO-30 è una piccola munizione circuitante del peso di 3 kg, con una carica bellica di 500 g, un range di una quarantina di chilometri ed un’autonomia di 30 minuti. E’ propulsa da un motore elettrico, che aziona un’elica nella sezione di coda, e può colpire il bersaglio ad una velocità di 100 nodi dopo averlo acquisito con un piccolo sensore ottico frontale. Per il lancio viene sfruttato un canister portatile. La munizione verrà utilizzata dai distaccamenti operativi delle forze speciali per compiti di force protection e di eliminazioni mirate. Il vantaggio delle loitering munition è che queste possono essere guidate contro il bersaglio dal sensore, mentre l’operatore può fino all’ultimo istante far abortire la missione grazie alla modalità “main in the loop”. Anche la Marina Militare ha già formalizzato un’esigenza per equipaggiare le future unità anfibie LXD con loitering munitions e l'auspicio è che anche certi reparti dell’EI - a cominciare da paracadutisti e dalle altre forze leggere – se ne dotino quanto prima. L’azienda israeliana Uvision è stata messa di recente sotto contratto anche dai Marines americani per la fornitura della più prestante HERO120 nell’ambito del programma  Organic Precision Fire Mounted (OPF-M)

anteprima logo RID L’incidente al sottomarino USS CONNECTICUT nel Mar Cinese Meridionale: le ipotesi

Il 2 ottobre il sottomarino nucleare statunitense USS CONNECTICUT (SSN 22) è stato coinvolto in una collisione subacquea, mentre operava nel Mar Cinese Meridionale. Un portavoce della VII Flotta ha detto che a bordo vi sono 11 feriti lievi e che l’unità sta rientrando a Guam navigando in superficie con i propri mezzi, per evidenti ragioni di sicurezza, mentre ha assicurato che il reattore nucleare non ha subito alcun danno. Non sono ancora note le cause dell’incidente, e su questo si stanno diffondendo diverse teorie. La prima considerazione da farsi è che, con ogni probabilità, più di una collisione frontale, si sia trattato di una sorta di “strisciata” contro qualcosa. Infatti, bisognerebbe confrontarsi con quel che accadde allo USS SAN FRANCISCO (SSN 711) della Classe LOS ANGELES, l’8 gennaio 2005. Il battello si schiantò improvvisamente contro un rilievo sommerso a 350 miglia a sud di Guam, mentre navigava in velocità. L’impatto distrusse la prua, e causò la morte di un marinaio ed il ferimento di 97 membri dell’equipaggio su un totale di 137. Il Comandante venne punito per non aver rispettato le procedure standard di sicurezza in navigazione. Visto il tipo di danni descritti, relativamente limitati, si possono quindi ipotizzare diverse ipotesi alternative: 1) Il CONNECTICUT ha strisciato contro il fianco di un rilievo sommerso, e per sua fortuna non si è schiantato, contrariamente a quanto accaduto con il SAN FRANCISCO. 2) Visto che il battello è uno delle 3 sole unità della classe SEAWOLF, estremamente costoso e capace, viene solitamente impiegato per missioni speciali di sorveglianza e raccolta informazioni. Si potrebbe quindi ipotizzare un urto, o uno striscio, a velocità moderata contro un rilievo sommerso in prossimità di una delle isole artificiali costruite dai Cinesi nel Mar Cinese Meridionale, dove gli scavi e gli scarichi hanno certamente alterato la configurazione del fondale e dei rilievi. 3) Ci potrebbe essere stata una collisione con una balena o capodoglio. Quest’ultimo avrebbe certamente avuto la peggio, ma l’urto potrebbe aver causato danni leggeri allo scafo. 4) Il battello potrebbe essere entrato in collisione contro una struttura artificiale posata dai Cinesi, in una posizione sconosciuta: ad esempio un traliccio equipaggiato con sistemi di sorveglianza acustica per proteggere l’area dalle incursioni delle unità statunitensi. Qualcosa di simile al SOSUS (Sound Surveillance System) posato in Nord-Atlantico dagli statunitensi durante la Guerra Fredda. 5) Se in zona ci fosse stato un sommergibile diesel-elettrico cinese, posato sul fondo, avrebbe avuto una traccia acustica estremamente limitata, e non si potrebbe quindi escludere una collisione/striscio accidentale. In tal caso, però, anche il battello cinese avrebbe riportato danni. Però, pur senza doversi certo aspettare trasparenza da parte cinese, questa sarebbe stata una ghiotta occasione per accusare gli Americani di avventurismo e di condotta pericolosa nel cortile di casa, quindi il silenzio degli organi cinesi tenderebbe a far escludere questa ipotesi. 6) Quel che, invece, si tende ad escludere è l'impatto/striscio contro un battello cinese in navigazione, specie se a propulsione nucleare. In tal caso i sensori acustici passivi del CONNECTICUT avrebbero dovuto rilevarlo tempestivamente. In caso contrario sarebbe un vero disastro, perché questi battelli dovrebbero essere sofisticatissimi, e molto più avanzati delle controparti russe e cinesi. Dall’esame dei danni riportati si potrà capire presumibilmente qualcosa di più, anche se le certezze in questi casi sono comunque piuttosto labili.

anteprima logo RID Lotta al terrorismo: al via il 20th Annual World Summit on Counter-terrorism

Lo scorso 10 settembre sono iniziati i lavori del 20° vertice mondiale sul contrasto del fenomeno terroristico (20th Annual World Summit on Counter-terrorism), evento  organizzato dell'International Institute for Counter-Terrorism (ICT) presso l’Interdisciplinary Center (IDC) di Herzliya, Israele. 

anteprima logo RID Il golden power e le “scatole cinesi”: l’inchiesta Alpi Aviation

Nel Pordenonese emissari di Pechino hanno cercato di ottenere sofisticate tecnologie occidentali da applicare in campo militare, in particolare nel settore aeronautico. È emerso dalle indagini della Guardia di Finanza e della Procura della Repubblica della città della Destra Tagliamento, che hanno portato alla luce una ramificata struttura riconducibile agli organi istituzionali della Repubblica Popolare cinese. Sei le persone denunciate per violazione della legge sui materiali d’armamento (la 185/1990), 3 di cittadinanza italiana e 3 di quella cinese. All’esito della complessa indagine sono state inoltre ipotizzate violazioni alla vigente normativa sulla tutela delle aziende di rilievo strategico nazionale, il cosiddetto “golden power”. L’inchiesta condotta dalle Fiamme gialle pordenonesi aveva preso avvio a seguito di una serie di accertamenti effettuati su delega dell’Autorità giudiziaria, aventi a oggetto l’aviosuperficie ricompresa in un’area del demanio militare in località San Quirino, sulla quale era stata riscontrata una sinergica occupazione, in assenza di autorizzazioni, da parte di un aeroclub privato (formalmente una onlus attiva nella protezione civile, attività rivelatasi poi inesistente) e di una società che fabbricava aeromobili e veicoli spaziali, operante inoltre nella progettazione e nella produzione di velivoli a pilotaggio remoto (SAPR, o UAV, unmanned aerial vehicle), macchine impiegate anche a fini militari e, a questo scopo, certificati in sede NATO in quanto agli standard a quest’ultima rispondenti. Si tratta di sistemi forniti anche alle Forze armate italiane, con le quali l’impresa pordenonese, la Alpi Aviation, aveva ottenuto alcune commesse. In particolare stiamo parlando del mini-UAV STRIX, impiegato dalle SOF italiane e dal SAN MARCO. Nel 2018 il 75% del capitale sociale della società era stato acquistato da una “shell company” con sede nella zona amministrativa speciale di Hong Kong, un acquisto che, tuttavia, evidenziava la netta sproporzione tra le quote sociali precedenti e quelle rivalutate nel corso dell’operazione negoziale: 3.995.000 euro rispetto agli originari 45.000, cioè una cifra 90 volte superiore. La società estera acquirente era stata costituita ad hoc immediatamente prima dell’acquisto di quella pordenonese, e risultava inoltre priva di risorse finanziarie commisurate all’operazione, questo nonostante la compravendita in oggetto e i conseguenti aumenti di capitale richiesero investimenti pari a oltre 5 milioni di euro da effettuare in territorio italiano. Le Fiamme gialle, ripercorrendo in senso inverso la filiera di “scatole cinesi” sono risalite anche alla reale identità degli autori dell’operazione conclusa a Hong Kong, portata a termine attraverso il ricorso a una complessa e ramificata rete di società di comodo direttamente legate allo Stato cinese nella figura della SASAC (Commissione per la supervisione e l’amministrazione dei beni di proprietà dello Stato), che a sua volta opera per il tramite del Management Commitee of Wuxi Liyuan Economic Development Zone, cioè dal vertice dal quale originava tutta la catena fittizia di shell company. Secondo gli inquirenti italiani il perfezionamento di tale subentro nella società del Pordenonese sarebbe stata frutto di modalità opache, tese proprio a non fare emergere la riconducibilità all’ingombrante nuovo socio straniero. Questo poiché la doverosa variazione della compagine societaria al Ministero della Difesa (che per legge è tenutario del registro delle imprese di armamento) veniva comunicata soltanto 2 anni dopo l’acquisto e dietro ripetuti solleciti del Dicastero di Via XX Settembre. Un differimento nel tempo che ha consentito alla società pordenonese di continuare a sottoscrive importanti contratti nel suo settore di attività. Inoltre, veniva omesso di comunicare alla Presidenza del Consiglio dei ministri l’acquisto da parte di soggetti esteri del 75% del capitale della società italiana, in aperta violazione delle statuizioni dettate dal Decreto legge nr. 21/2012, recanti norme in materia di poteri speciali sugli assetti societari nei settori della Difesa e della Sicurezza nazionali, nonché sulle attività di rilevanza strategica in quelli dell’energia, dei trasporti e delle telecomunicazioni, il cosiddetto Golden Power. La strana acquisizione da parte cinese non rispondeva a scopi speculativi o di investimento, ma esclusivamente all’acquisizione del know how tecnologico e produttivo, anche di natura militare, posseduto dall’impresa italiana, conoscenze per il quale si era proceduto alla pianificazione della delocalizzazione aziendale presso il polo tecnologico di Wuxi, non lontano da Shanghai. In passato la S.r.l. di San Quirino era stata attenzionata poiché indicata essere fornitrice alla Repubblica Islamica dell’Iran di materiali rientranti tra quelli inclusi nella categoria dual use. Su di essa gravarono i sospetti nutriti dagli Stati Uniti d’America, che la ritennero in affari con la teocrazia sotto embargo. Nel 2009 il Dipartimento di Stato di Washington esortò l’ambasciata statunitense a Roma a chiedere all’Agenzia delle Dogane italiana l’effettuazione di una verifica riguardo alla segnalazione ricevuta dall’intelligence dal Giappone, secondo la quale Alpi Aviation aveva funto da intermediaria (allora si affermò che aveva anche potuto farlo involontariamente) tra la società nipponica Tonegawa-Seiko e l’iraniana Farazeh Equipment Distributor Company, questo per far pervenire a Teheran componenti per velivoli a pilotaggio remoto, in particolare servoattuatori modello PS050 e SSPS105, apparecchiature che comandano il movimento delle superfici mobili dei velivoli.

anteprima logo RID I Cinesi rubano i segreti dei sottomarini russi?

Hacker russi sono stati spesso indicati come responsabili di attacchi cyber contro l’Occidente, sia in Europa che negli Stati Uniti. Questi attacchi hanno avuto effetti molto vari, dalla raccolta di informazioni alla diffusione di notizie false, dal blocco di attività al furto. Come di consueto, nel caso di Cyber Warfare, la possibilità di risalire all’identità degli hacker non è né istantanea, né tantomeno certa. È di questi giorni la notizia del blocco della catena di distribuzione di benzina e gas sulla costa orientale degli Stati Uniti a causa di un ransomware, attraverso il quale hacker russi hanno bloccato il software che gestisce gli impianti richiedendo un ingente riscatto per rimuoverlo. Tuttavia, applicando un evangelico “chi di cyber ferisce, di cyber perisce”, o qualcosa come “chi la fa l’aspetti”, bisogna anche citare che l’ufficio di progettazione Rubin, ovvero il princiaple ente per la progettazione dei sottomarini russi, ha subito un grave attacco cyber, presumibilmente di origine cinese. L’attacco è stato reso noto il 30 aprile 2021, anche se non si sa con esattezza quando sia accaduto, né quali informazioni siano state sottratte. Gli hacker hanno trasmesso una mail, simulando che l’origine fosse Gidrobribor di San Pietroburgo, ovvero il centro di progettazione di molte delle armi subacquee russe. La mail aveva un allegato, apparentemente un documento RTF con immagini vettoriali di un AUV attualmente in fase di progettazione (Cephalopod). In realtà l’allegato conteneva un virus, un programma chiamato RoyalRoad nascosto nell’immagine, che una volta aperto l’allegato ha caricato sul computer vittima un malware chiamato Portdoor. Quest’ultimo è un software estremamente avanzato che apre una backdoor e carica programmi in grado di scavalcare l’anti-virus, fornendo false certificazioni, identificare informazioni importanti e imitare i processi per criptare e decriptare dati riservati. I casi in cui in precedenza è stato documentato l’impiego di RoyalRoad, erano stati collegati a gruppi di hacker cinesi (Goblin Panda, Rancor Group, Tick, Tonto Team, ecc), anche se la sofisticazione dell’attacco non ha precedenti noti. Oltre alla notevolissima capacità degli hacker coinvolti in questo attacco, che hanno usato strumenti molto avanzati, bisogna anche osservare come questi avessero anche una significativa conoscenza delle persone chiave dell’industria russa e dei progetti in corso, tanto da simulare in modo a prima vista attendibile dati e disegni. Il Governo cinese ha stretti legami con l’industria della difesa russa, e ne è uno dei clienti più importanti. Tuttavia nel passato si erano già verificati casi di reverse engineering, attraverso cui i cinesi avevano copiato il Sukoy Su-33 e il Su-30MKK dando così luogo rispettivamente al J-15 e J-16, anche grazie a spionaggio industriale. Visto quanto è accaduto, non è da escludere che in alcuni campi della progettazione dei sottomarini i Cinesi siano ancora indietro. Resta da vedere se questo episodio possa avere un impatto sulle future collaborazioni.

anteprima logo RID Israele vs Iran, continua la guerra sui mari

La guerra marittima tra Iran e Israele non si ferma e si sviluppa in parallelo ai sabotaggi degli impianti del programma nucleare di Teheran. L’ultimo episodio – nebuloso – è avvenuto davanti a Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti. Il cargo israeliano HYPERION RAY Sarebbe stato danneggiato. Non è chiaro da cosa: si parla di mina, drone, missile. Nulla però che abbia compromesso la navigazione. Il caso segue quello della SAVIZ, nave-madre dei Pasdaran colpita a nord di Gibuti, gesto attribuito a incursori di Gerusalemme. Esperti ipotizzano che potrebbe essere rimpiazzata da un’unità più moderna, appena messa a punto dalla Repubblica islamica.  Ci si chiede fin dove i 2 contendenti vorranno spingersi. Prendere di mira il traffico civile in modo esteso ha conseguenze economiche ed è complicato tutelare il proprio naviglio.  E’ evidente pertanto che i gesti sono misurati e proporzionati, tuttavia le operazioni lontane dalle basi presentano comunque delle incognite. C’è sempre il rischio di un errore, di un passo falso. Finchè la storia resta “sommersa” – in tutti sensi – è gestibile, al punto persino da essere negata. Tutto cambia se vi sono conseguenze gravi – volute o meno -, se un marinaio o un uomo-rana perde la vita. 

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