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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID L'Iran rafforza i propri confini con l'Azerbaijan

L'Iran prosegue il rafforzamento dei propri confini con Azerbaijan e Nagorno Karabakh. 

anteprima logo RID Nagorno Karabakh, ultimi aggiornamenti

Durante gli ultimi 5 giorni sono proseguiti gli scontri tra Armenia e Azerbaijan per il controllo della regione contesa del Nagorno-Karabakh/Artsakh. Di fatto, l’intensità degli scontri è aumentata sebbene ciò non abbia causato particolari cambiamenti sul campo in termini di conquiste territoriali sulla linea nordorientale del fronte (area di Martakert/Mataghis/Tartar), anche a causa di un rallentamento delle operazioni aeree azere per il maltempo. Su quella sudorientale, invece, (fronte di Jabrayil/Fuzuli) va segnalata la seppur lenta avanzata degli azeri, le cui forze hanno preso il controllo di 3 villaggi (Shikhali Agali, Sarijali, Mazra) e di diverse alture strategiche situate tra Jabrayil ed il confine con l’Iran. Gli elementi da segnalare riguardano, in primis, l’allargamento del conflitto in diverse aree urbane dell’area e le conseguenti vittime tra i civili (circa 50). Le città maggiormente colpite sono Ganja, seconda città dell’Azerbaijan in termini di popolazione, Agjabedi, Barda, Beylagan e Goranboy dal lato azero, e Aygestan e Stepanakert “capitale” dell’auto proclamata Repubblica dell’Artsakh (internazionalmente non riconosciuta) dal lato armeno. Quest’ultima è stata pesantemente bombardata dagli azeri che hanno utilizzato almeno un paio di missili semi-balistici di teatro LORA di fabbricazione israeliana con testata a frammentazione per interrompere le vie di comunicazione della città con l’Armenia (tra cui un ponte), razzi guidati EXTRA (sempre israeliani) con munizionamento a grappolo e lanciarazzi BM-30 SMERCH da 280 mm. Ganja, Beylagan e Barda, invece, sono state ripetutamente bersagliate da artiglieria e razzi SMERCH lanciati dagli armeni. Contro le prime 2 – sedi, rispettivamente, di una base aerea utilizzata anche dagli F-16 turchi durante recenti esercitazioni e dalla quale attualmente operano gli UAV BAYRAKTAR, e di una base operativa avanzata che ospita una mezza dozzina di elicotteri d’attacco Mi-24G/P e Mi-35M - sono stati impiegati un paio di missili balistici TOCHKA che, purtroppo, hanno colpito i centri abitati. Anche la capitale armena Yerevan è stata sorvolata da 4 velivoli a pilotaggio remoto di tipo sconosciuto, abbattuti da una delle 2 batterie di S-300PS armene (da non confondere con quella russa presente nella base aerea di Erebuni/Yerevan). Inoltre, vanno segnalati anche alcuni casi di impatto di mortai o razzi nei pressi del confine iraniano (regione di Khoda Afrin), elemento che ha causato una mobilitazione di alcuni blindati, pezzi d’artiglieria e sistemi antiaerei TOR-M1 di Teheran, rischierati a ridosso del confine con l’Azerbaijan e, da molti, erroneamente scambiata per un invio di mezzi in supporto alle forze armene. Dal punto di vista dell’impiego di sistemi d’arma, oltre al suddetto utilizzo di missili balistici LORA e TOCHKA e razzi guidati EXTRA, va segnalato, da parte azera, l’ormai diffuso utilizzo di biplani da trasporto An-2T d’epoca sovietica, convertiti in velivoli a pilotaggio remoto spendibili e impiegati come esche contro le postazioni di sistemi missilistici antiaerei SA-8/OSA-AK/AKM armeni che, abbattendoli, rivelano la propria posizione e consentono il loro bersagliamento da parte dei TB2 BAYRAKTAR azeri. Una tattica, peraltro, resasi necessaria a causa della presenza di diversi simulacri di sistemi OSA-AK/AKM utilizzati dagli armeni per ingannare il nemico, molti dei quali sono stati scambiati per bersagli reali dagli azeri con conseguente spreco di ordigni MAM-C e di droni circuitanti HAROP/HARPY. Secondo alcune fonti, inoltre, gli AN-2T sarebbero impiegabili anche come droni “kamikaze” armati con esplosivi alloggiati nel vano cargo degli stessi e diretti materialmente contro i bersagli. Dei 62 velivoli messi in disuso dagli azeri, ma presenti nella base di Yevlakh fino alla fine dello scorso agosto, oggi ne resterebbero 27 (secondo immagini satellitari datate 3/10) Per quanto riguarda i TB2 BAYRAKTAR, gli azeri continuano ad impiegarli diffusamente nel conflitto (al pari degli HARPY/HAROP dei quali hanno ricevuto recentemente un nuovo lotto proveniente da Eliat, come scritto precedentemente sul Portale Difesa). Tuttavia, il loro futuro utilizzo nel breve-medio termine potrebbe essere molto incerto. Nelle ultime ore, infatti, il Governo canadese ha ufficialmente interrotto la fornitura dei sensori elettro-ottici/infrarossi presenti sugli UAV turchi e prodotti dalla canadese Wescam. Ciononostante, poco prima della comunicazione canadese, sarebbe giunto dalla Turchia – via Georgia – un grosso convoglio di camion con armi ed equipaggiamenti destinati all’Azerbaijan. Non è escluso che trasportassero un nuovo lotto di TB2. Passando, infine, ai numeri, l’Armenia ha riportato l’eliminazione di 2-3 di veicoli corazzati BMP-2/BMP-3 e BTR-82A, di 2 posti d’osservazione, di un paio di camion, di 3 carri armati (1 T-90S e 2 T-72) e l’abbattimento di un UCAV ORBITER 1K. Decisamente più incisivi i numeri riportati dall’Azerbaijan che segnala la distruzione di 6 camion, un posto di comando, una trincea, 6 sistemi lanciarazzi BM-21, 4 obici D-30 e 2 AKATSIYA, 14 carri armati T-72, un sistema missilistico antiaereo SA-8/OSA-AKM, 3 veicoli corazzati BMP-1, un cingolato multiruolo MT-LB ed un deposito munizioni.

anteprima logo RID Nagorno Karabakh, avanzano gli azeri

Il conflitto nel Nagorno-Karabakh entra oggi nel suo 4° giorno. Le principali zone di scontro restano quelle nordorientali (fronte Mantakert/Talish/Tartar) e sudorientali (fronte Fuzuli). 

anteprima logo RID La Cina schiera i J-20 contro Taiwan

Secondo diverse fonti cinesi e taiwanesi, Pechino avrebbe rischierato un numero imprecisato ma ristretto (probabilmente non più di un paio), di caccia stealth J-20 dalla base aerea di Wuhu (provincia orientale di Anhui) verso Quzhou, (nello Zhejiang) situata a sudest della prima e maggiormente vicina alla costa orientale cinese e a circa 500 km da Taiwan. La difesa cinese non ha confermato tale rischieramento, parlando genericamente di un continuo e regolare spostamento di velivoli e unità navali partecipanti ad un’esercitazione aeronavale a larga scala in corso dallo scorso 18 settembre nello stretto che separa la Cina da Taiwan. L’attività in questione coinvolge diversi assetti aerei di fascia alta delle FA cinesi, tra cui apparecchi antisom Y-8Q, aerei AEW&C KJ-500 e velivoli da guerra elettronica Y-9. Posto che i J-20 possano essere effettivamente coinvolti in tali attività addestrative, non è da escludere che il loro rischieramento, effettuato in pieno giorno nei pressi di un’area densamente popolata, possa rappresentare anche un messaggio d’avvertimento alla “provincia ribelle” ed al suo alleato statunitense dopo i recenti attriti. Va ricordato che la Cina dispone di oltre 40 J-20 operativi, la maggior parte dei quali assegnati alla 9ª Brigata di stanza a Wuhu.

anteprima logo RID Nagorno Karabakh, le forze in campo

Nel 2021 Azerbaijan e Armenia festeggeranno i 30 anni dall’indipendenza da Mosca; ma, al pari della milizia dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno-Karabakh (sostenuta da Yerevan, e di fatto collegata all’apparato statale militare armeno) i loro arsenali sono ancora largamente formati da sistemi d’arma “made in URSS”, e per lo più risalenti agli anni ’70 e ’80, sebbene ammodernati e supportati dall’industria russa. Chi si è più smarcato da Mosca, pur non rompendo i legami con i fornitori ex sovietici, è il governo azero: entrambi i paesi hanno inoltre accelerato i programmi di upgrade o di nuove acquisizioni dopo la breve “guerra dei 4 giorni” dell’aprile 2016, il più grave confronto armato dal “cessate il fuoco” del 1994, e prima della nuova fiammata dell’estate 2020. Nei programmi militari, l’Azerbaijan è decisamente avvantaggiato dai proventi del petrolio, e dal supporto turco (assicurato con un accordo quadro del 2009, e che vuol dire accesso anche ai sistemi d’arma e alle dottrine di area NATO) e israeliano, e già prima del conflitto del 2016 aveva costantemente incrementato la spesa militare, con una crescita stimata di quasi il 500% a partire dal 2012. Baku, pur continuando ad acquistare sistemi d’arma da Mosca, ha così differenziato le fonti di approvvigionamento, che includono anche Stati Uniti, Pakistan e Sudafrica, mentre col Canada è stata formata una joint venture, AZCAN Defence Solutions. Le Forze Armate Azere contano su circa 70.000 effettivi, tra coscritti e volontari, cui si aggiungerebbero 300.000 riservisti in caso di mobilitazione, sebbene di discutibile efficienza. Con 57.000 effettivi, che alimentano 31 brigate – di cui 4 meccanizzate e 1 SOF – inquadrate in 5 comando di corpo d’armata, l’Esercito è il nucleo principale dell’apparato militare azero. La componente pesante (mezzi corazzati, artiglieria) è di derivazione largamente russo-sovietica, ma con un crescente numero di materiali moderni. Come i 100 carri T-90S consegnati nel 2013-2015 (con una opzione per altri 100 non ancora esercitata), che si aggiungono a circa 500 T-72 acquisiti da varie fonti, sottoposti al programma ASLAN dell’israeliana Elbit Systems, comprendente nuovi sensori e corazze aggiuntive. Programmi simili sono in corso per la modernizzazione di APC e IFV. Tra 2007 e 2015 i nuovi acquisti comprendevano 100 BMP-3M e altrettanti BTR-80A, mentre venivano avviati gli upgrade per circa 400 BMP-2 e BTR-70; mezzi che secondo alcune fonti potrebbero essere in parte sostituiti da 8x8 PIRANHA-V, mentre nei depositi della riserva, o presso i centri addestrativi, restano i più datati T-55, BMP-1 e APC tipo MT-LB e BTR-60. Nel 2017-2018 sono invece stati acquistati anche altri 24 BMP-3 in versione cacciacarri Khrizantema-S, e 76 BTR-82A. Per i mezzi blindati medio-leggeri, invece, il materiale russo-sovietico è stato quasi completamente sostituito con mezzi turchi (Otokar COBRA e ZPT), israeliani (ABIR, STORM), cui si aggiungono mezzi MRAP realizzati su licenza (140 tra MARAUDER e MATADOR sudafricani in produzione dal 2009 al 2014), mentre dal 2017 sono in consegna APC 4x4 SENTRY e HURON della AZCAN, anche per il ministero degli Interni. Simile l’ammodernamento dell’artiglieria, che ai datati sistemi ex URSS (per lo più obici a traino da 122, 130 e 152 mm) sta affiancando una moderna e robusta componente di semoventi e lanciarazzi campali, comprendente anche 15 tra autocannoni e mortai semoventi ATMOS-2000 e CARDOM israeliani, e oltre 100 lanciarazzi russi TOS-1 e turchi T-107/122/300, tutti entrati in servizio dopo il 2010. Dopo il conflitto del 2016, che aveva posto in evidenza alcune criticità (e provocato qualche perdita) sono stati acquistati altri sistemi d’arma, per lo più semoventi, sia nuovi che ricondizionati: 10 lanciarazzi ruotati pesanti da 300 mm B-200BM POLONEZ venduti dalla Bielorussia nel 2017 (assieme a 26 obici trainati da 152 di seconda mano), mentre dagli arsenali ex cecoslovacchi sono arrivati, sempre nel 2017-2018, 30 lanciarazzi semoventi RM-70 da 122 mm e alcune decine di semoventi ruotati da 152 mm DANA. Israele ha fornito altro materiale sofisticato, compresi nel 2018 4 lanciatori LORA per 50 missili “quasi-balistici” (Short-Range Ballistic Missile-SRBM) con gittata sino a 300 km e guida INS/GPS. L’armamento individuale e di squadra è pure in fase di aggiornamento con missili SPIKE anticarro e SA-24 sup/aria, e con la fanteria dal 2018 riequipaggiata con il nuovo fucile d’assalto prodotto su licenza AZTEX AR-15, mentre UAV e radar di tiro israeliani e russi supportano l’ammodernamento dell’artiglieria azera. UAV (HEMERS-450 e dal 2017 HERMES-900, HERON, SEARCHER) in carico anche all’Aeronautica, la cui punta di diamante è rappresentata da una squadriglia di MiG-29 ex ucraini acquistati e ammodernati nel 2006-2011, una di Su-25 venduti dalla Bielorussia nel 2009 e 24 elicotteri d’attacco HIND, ricostruiti allo standard Mi-35M nel 2011-2014. A questi mezzi si aggiungono L-39 da attacco e addestramento avanzato, affiancati dal 2018 da 10 MFI-17 da addestramento basico di produzione pakistana. Quest’ultimo è il primo passo di un ambizioso programma di ammodernamento dell’Aeronautica azera, proseguito 6 mesi fa con l’annuncio relativo al potenziale acquisto di un primo lotto di 12 M-346T da addestramento avanzato, con opzioni per un secondo lotto in versione FA, mentre sono in valutazione moderni caccia multiruolo MiG-35, Su-35 e cino-pakistani JF-17, in risposta ai nuovi programmi armeni, che tentano di ovviare a una inferiorità numerica pari a 1 a 3, con mezzi sofisticati. Anche la flotta di elicotteri tattici in fase di implementazione, col contratto siglato nel 2010 per 66 Mi-17, mentre anche i sistemi SAM sono in fase di ammodernamento con BARAK-8 israeliani e S-300PMU2 russi ordinati nel 2010-2011, e un radar spagnoli LANZA-LTR, operativo dal 2019. Prosegue anche l’ammodernamento della piccola Marina azera, componente chiave per la protezione delle strategiche piattaforme petrolifere offshore nel Caspio, ma che esula dal conflitto con l’Armenia. Pur disponendo di minori risorse, l’apparato militare armeno ha del pari proseguito il suo potenziamento, avvantaggiato da una mentalità “israeliana”, rafforzato dalle milizie del Nagorno-Karabakh e da un contesto strettamente difensivo; e dal supporto di Mosca, presente in Armenia con basi e uomini. Dato lo svantaggio demografico ed economico nei confronti di Baku, Yerevan mantiene una forza attiva di quasi 56.000 effettivi tra militari e paramilitari, cui vanno aggiunti i 21.000 uomini delle forze di autodifesa del Nagorno Karabakh, e oltre 200.000 riservisti. L’equipaggiamento è decisamente più datato. L’Esercito, su 5 piccoli corpi, impiega quasi esclusivamente mezzi ex sovietici e russi ceduti negli anni ’90 e 2000, compresi quelli delle milizie armene, con 200 carri T-72 di varie versioni e 20 più recenti T-80, mentre la componente per il trasporto truppe dispone di alcune centinaia di BMP-1/2, BTR e BRDM di vari modelli, con programmi di ammodernamento che, per ora, avrebbero riguardato solamente i BTR-70, con nuovi motori e torretta da 30 mm. Dopo la guerra del 2016, per ovviare alle criticità emerse, sono stati avviati programmi di ammodernamento per i carri, portati allo standard T-72B3, e acquisito un piccolo lotto (forse 20-30 esemplari) di T-90S. Lo stesso discorso vale per l’artiglieria, un campionario del vecchio arsenale dell’URSS, con pochi “pezzi” più recenti, come i missili a corto raggio ISKANDER, che però sono gestiti dai militari russi presenti in Armenia. Maggiore attenzione è stata data al materiale individuale e di squadra destinato alla fanteria armena, che può contare su un morale più alto, grazie alle vittorie ottenute negli anni ’90, e a posizioni difensive fortificate con cura, e su più moderni mortai israeliani e missili anticarro russi, oltre a MILAN e MANPADS tipo IGLA; un riequipaggiamento implementato dopo il 2016, anche per ripianare perdite e consumi. Dopo quel conflitto, inoltre, Yerevan ha cercato di ovviare alla sua debolezza in materia di difesa aerea (in parte compensata dalla presenza di basi russe), cui il programma di ammodernamento lanciato nel 2003 non ha posto rimedio. La difesa aerea è, di fatto, assicurata da caccia MiG-29, elicotteri Mi-24P e da sistemi SAM S-300V dispiegati da Mosca nelle basi armene, che curano anche l’addestramento dei piloti di Yerevan. Questi ultimi possono contare su meno di 20 tra Su-25 da attacco e L-39 da addestramento e appoggio tattico acquistati di seconda mano da Ucraina e Slovacchia tra 2004 e 2010. La flotta ad ala rotante impiega invece una trentina tra elicotteri d’attacco Mi-24/35 e da trasporto Mi-8/17, mentre è attiva una discreta linea produttiva di rustici droni nazionali, circa 40 in servizio. Dopo la guerra del 2016 non solo sono stati presi in considerazione gli Yak-130, per sostituire Su-25 e L-39; soprattutto, nel 2019 è stato siglato un primo contratto per la consegna immediata di 4 fiammanti caccia Su-30SM, operativi da fine 2019 – forse con piloti a contratto russi, in attesa di formare quelli nazionali –, e altri 8-12 velivoli in opzione. Aerei decisamente più sofisticati di quelli azeri, e schierati assieme a 2 nuovi sistemi SAM Tor-M2KM.

anteprima logo RID Guerra Armenia-Azerbaijan, nuovo atto

Il Caucaso torna ad infiammarsi. Da 2 giorni, infatti, sono ripresi, e su vasta scala, i combattimenti tra armeni e azeri attorno all’enclave del Nagorno-Karabakh, la regione a maggioranza armena ma inclusa nel territorio dell’Azerbaijan, di fatto controllata dall’Armenia dopo la guerra conclusasi nel 1994. In 48 ore si parla già, sebbene con toni di propaganda, di centinaia di caduti, cittadine bombardate, gravi perdite di materiali, ecc. Il primo conflitto era costato 30.000 morti, e iniziato in forma di scontri etnici già nel 1988, durante la fase di declino dell’URSS, che nella regione aveva gestito il potere più all’insegna del vecchio “divide et impera”, che delle teorie di Marx. Quando nel 1991 il gigante sovietico era collassato, Armenia e Azerbaijan erano divenute repubbliche indipendenti, ereditando assieme agli arsenali ex sovietici anche il conflitto per il controllo del Nagorno-Karabakh, spentosi nel 1994 con un cessate il fuoco e con la vittoria armena. La Repubblica del Nagorno-Karabakh, non riconosciuta dall’ONU, è di fatto integrata – apparato militare compreso – nello stato armeno, che gode del supporto di Mosca, che nella regione schiera basi militari e aeree, con 4.000 uomini. Baku, forte del suo status di potenza petrolifera, ha invece stretti legami con Occidente, soprattutto con l’Italia, prima destinataria dell’export petrolifero azero, Israele e Turchia: e in queste ore a gettare benzina sul fuoco c’è proprio il “sultano” turco Erdogan, mentre la Russia ha una posizione più moderata, ma schierata con l’Armenia. Dopo il 1994 in realtà tensioni e incidenti armati non sono mai cessati, e già nell’aprile 2016 sfociarono nella cosiddetta “guerra dei 4 giorni”, costata alcune centinaia di morti e feriti, con la perdita di qualche postazione difensiva e di mezzi corazzati e aerei da ambo le parti. Un sanguinoso stallo che in questi anni ha innescato una mini-corsa al riarmo (per Baku favorita dai proventi petroliferi, per Yerevan supportata da Mosca), mentre riprendevano gli incidenti quasi quotidiani. Il più grave ha innescato un primo conflitto a partire dallo scorso 12 luglio, quando si sono registrati scontri anche con armi pesanti, che danno “il tono” al livello della contesa, rispetto alle frequenti scaramucce tra pattuglie con raffiche di mitragliatrice e qualche colpo di mortaio. Ma oltre ad essere ben presto stati caratterizzati da una violenza non più registrata dal 2016, i nuovi scontri si sono svolti, in maniera del tutto inedita e decisamente allarmante, nel settore frontaliero di Tavush; ossia nelle regioni di confine del nord, a centinaia di km dal Nagorno-Karabakh tradizionalmente conteso. Scontri durati per 5 giorni, nella fase più violenta, con l’impiego di artiglieria, blindati e UAV, e 15-20 morti e decine di feriti, sebbene sui numeri pesi – anche oggi – una guerra di opposte e virulente propagande, che non consentono valutazioni precise. Più sporadici incidenti sono proseguiti sino a fine luglio, mentre tra agosto e settembre si intensificavano le esercitazioni militari: in collaborazione con Mosca quelle sul lato armeno; col supporto turco, e la presenza di miliziani siriani filo-turchi (sorta di “legione straniera” messa in piedi da Erdogan per intervenire nelle zone di interesse strategico, dalla Siria alla Libia), quelle azere. Poi, domenica 27 settembre, la ripresa dei combattimenti su vasta scala nel Nagorno-Karabakh. Anche questa volta, la propaganda ha gettato la sua pesante cortina fumogena sugli eventi. I 2 paesi ormai quasi in guerra aperta – entrambi hanno dichiarato legge marziale e mobilitato i riservisti – si accusano reciprocamente di aver sparato il primo colpo. Il governo armeno (tra i 2 il più improntato a modelli democratici, ma comunque fortemente nazionalista e legato a Mosca) accusa Baku di aver bombardato anche con missili a lunga gittata Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh. Il governo azero, dal 1993 controllato dalla “dinastia” degli Alyev – già potente sotto l’URSS, ma dal profilo moderato e attenta ai rapporti con le democrazie occidentali -, controbatte accusando le milizie armene di aver aperto il fuoco sui villaggi confinari. Anche circa i primi scontri, le notizie sono contraddittorie. Baku usa toni trionfalistici, rivendicando di aver conquistato in 48 ore 7 villaggi, ucciso o ferito 550 soldati nemici, distruggendo 40 tra carri e VCC, UAV, semoventi, e bombardato 12-15 batterie antiaerei. Yerevan parla di 200 soldati azeri caduti, 45 tra carri e IFV distrutti, assieme a 4 elicotteri e 27 droni abbattuti, negando perdite territoriali. Fonti indipendenti valutano sinora in 40 morti e 100 feriti circa le perdite, civili compresi (qualche granata sarebbe caduta anche nel vicino territorio iraniano), mentre i video diffusi mostrano almeno 3 o 4 mezzi corazzati azeri colpiti, i rottami di alcuni velivoli abbattuti, e postazioni SAM e radar armene colpite. Oltre a case danneggiate dai bombardamenti, e civili come al solito finiti tra incudine e martello.

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