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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Cresce la pressione militare israeliana su Gaza

Israele sta aumentando notevolmente l’intensità della campagna aerea contro obbiettivi di Hmas e della Jihad Islamica Palestinese a Gaza. Secondo i Comandi israeliani sarebbero ormai quasi 1.000 i bersagli attaccati nella Striscia e diversi i Comandanti di Hamas e Jihad uccisi. Nelle operazioni sono coinvolti caccia F-16, cacciabombardieri F-15I e pure gli F-35A, questi ultimi impiegati oltre che per attaccare obbiettivi al suolo anche per svolgere la funzione di nodo sensoristico avanzato e di “battle manager”. In pratica, gli F-35A trovano i target e li smistano anche ad altre piatatforme.Tra l’altro nelle ultime ore sono state neutralizzate pure delle squadre anticarro palestinesi in movimento lungo le aree di confine. Segno che la copertura in termini d’intelligence, passata la sorpresa iniziale, è tornata ad essere buona e “actionable”. Ma Israele sta anche impiegando pure l’artiglieria e dispiegando unità meccanizzate e corazzate lungo il confine con Gaza. Un’azione di terra, seppur limitata (tradizionalmente gli Israeliani non si avventurano dentro Gaza per una battaglia casa per casa), potrebbe scattare da un momento all’altro. Sul fronte palestinese, invece, Hamas e Jihad Islamica sembrano aver rallentato il rateo di lanci di razzi contro il territorio dello Stato Ebraico, un’indicazione che la campagna aerea israeliana potrebbe aver già ottenuto i primi risultati, anche se sono da segnalare gli attacchi portati contro alcune aree nel Negev e nei pressi di Eilat, sul Mar Rosso. In particolare, secondo quanto dichiarato da un portavoce di Hamas, sarebbe stato impiegato per la prima volta un razzo da 250 km di portata, denominata AYASH, che sarebbe ricaduto in un’area nei pressi dell’aeroporto di Ramon (Eilat). A ciò bisogna aggiungere l’utilizzo di droni suicidi; protagonisti dei più recenti conflitti, dal Nagorno Karabah allo Yemen, i “droni bomba” potrebbero rappresentare una minaccia difficile da contrastare per un sistema come l’IRON DOME, che nasce per neutralizzare bersagli balistici e non bersagli che mantengono un profilo da crociera e circuitante. Da valutare, però, l’effettiva capacità di Hamas e Jihad Islamica in questo settore. Le IDF (Israel Defence Force) hanno tuttavia comunicato di averne abbattuti almeno un paio con la contraerea “convenzionale”.

anteprima logo RID Hamas vs Israele, guerra

Nelle ultime 24 ore sono proseguiti i lanci di razzi provenienti dalla Striscia di Gaza e diretti sulla parte centrale e meridionale di Israele e i successivi raid aerei di cacciabombardieri israeliani in risposta a tali lanci. 

anteprima logo RID Escalation Israele Palestina, gli aggiornamenti

Proseguono gli scontri tra Forze Armate israeliane e gruppi armati palestinesi a Gaza. Secondo il bilancio ufficiale delle IDF diramato stamattina, nelle ultime 24 ore Hamas ha lanciato più di 1.050 razzi verso il territorio israeliano (di cui 200 caduti nella Striscia). Una frequenza tale da superare anche quella del conflitto del 2014 (al massimo ci furono 200 lanci al giorno) che ha permesso in alcune occasioni di saturare e “bucare” l’IRON DOME, il sistema anti-razzo israeliano posto a difesa di città ed obbiettivi strategici e militari. Nella notte dell’11 maggio i razzi hanno colpito anche Tel Aviv oltre ai centri urbani più a ridosso della Striscia di Gaza. Centrato anche un deposito di carburante di pertinenza dell’oleodotto Eilat-Ashkelon, ancora non è chiaro se si sia trattato di un evento fortuito o se la militanza palestinese disponga di munizionamento o sistemi (droni?) più precisi. Nel frattempo, durante la notte si sono verificati scontri ripetuti tra le Forze di sicurezza israeliane e aabo-israleliani in molte città di Israele. Altro elemento capace di alimentare l’escalation è la notizia dei primi caduti tra le Forze Armate israeliane. Uno o 2 soldati delle IDF sarebbero morti dopo che la loro jeep è stata colpita vicino a Netiv Ha’Asara da un missile controcarro KORNET sparato da Gaza. Ieri Israele ha richiamato i primi 5.000 riservisti, oggi ha iniziato a schierare a ridosso della Striscia alcuni carri MERKAVA e alcuni reparti della 7ª Brigata corazzata SAAR MI-GOLANI e la 1ª Brigata di fanteria GOLANI. Le IDF hanno continuato gli strike aerei su Gaza colpendo in particolare la leadership militare di Hamas (i vertici dell’intelligence militare, Hassan Kaogi e Wail Issa) e della Jihad Islamica Palestinese. Nelle prime ore della mattina le IDF hanno riferito di aver abbattuto un UAV lanciato dalla parte settentrionale della Striscia verso Israele. Verso le 12 ora italiana, uno strike avrebbe colpito un’unità di Hamas che si apprestava a lanciare un secondo drone da Gaza. Il bilancio delle vittime aggiornato alla mattina del 12 maggio è di 48 palestinesi uccisi e 290 feriti, mentre da parte israeliana le vittime sarebbero 5 e alcune decine i feriti, più i militari citati poc’anzi.

anteprima logo RID Israele-Palestina, si riaccende la guerra

Nella notte tra il 10 e l’11 maggio, Israele ha lanciato decine di strike aerei contro almeno 150 obiettivi nella Striscia di Gaza. L’operazione, battezzata “Guardiano delle mura”, si è concentrata su postazioni di lancio di razzi, 2 tunnel usati dalla militanza palestinese, una struttura dell’intelligence militare di Hamas e diversi depositi di armi. L’attacco delle Israeli Defence Forces (IDF) avrebbe causato almeno 24 morti e un centinaio di feriti tra i civili. Gli strike arrivano in seguito al lancio di oltre 230 razzi da parte dei gruppi armati di Gaza, iniziati nel tardo pomeriggio del 10 maggio e diretti sia verso obiettivi “tradizionali” come Sderot e Ashkelon, nei pressi della Striscia, sia verso Gerusalemme. Dopo una pausa di poche ore, nel pomeriggio dell’11 maggio sono ripresi sia i lanci di razzi da Gaza che gli strike israeliani, che avrebbero ucciso 2 comandanti militari di alto livello della Jihad Islamica Palestinese, tra cui il capo dell’unità responsabile per il lancio di razzi Samah Abd al-Mamlouk. Il sistema di difesa antiaerea israeliano IRON DOME ha intercettato una percentuale molto alta di razzi, superiore al 90%. Ma a tratti la militanza palestinese è riuscita a saturarne la capacità di risposta colpendo edifici civili in alcune città israeliane. Nel pomeriggio dell’11, ad esempio, su Ashkelon sono stati lanciati 137 razzi in un lasso di tempo di appena 5 minuti. Il braccio militare di Hamas, le Brigate Ezzedin Al Qassam, hanno dichiarato di aver usato per la prima volta il razzo A-120, con gittata ipotizzata in 120 km e modellato sull’R-160, impiegato dal movimento islamista nella guerra del 2014 e presentato dal gruppo come il razzo a più lunga gittata tra quelli di produzione domestica (effettivamente in grado di raggiungere Haifa, ad almeno 140 km). La recente escalation scaturisce da un intreccio di fattori. La causa più prossima sono gli scontri iniziati venerdì 7 maggio alla moschea di al-Aqsa, sulla Spianata delle Moschee nel cuore di Gerusalemme. Le forze di sicurezza israeliane hanno represso con la forza, causando alcune centinaia di feriti, i manifestanti palestinesi che si erano riuniti nel luogo santo per protestare contro gli sfratti forzati di 6 famiglie da un quartiere storico della città, Sheikh Jarrah, al cui posto si sarebbero insediati dei coloni israeliani. Sheikh Jarrah si trova a Gerusalemme Est, nella parte della città sotto occupazione israeliana, ragione per cui gli sfratti vengono letti dai Palestinesi e da gran parte della Comunità Internazionale come la prosecuzione della politica degli insediamenti portata avanti da Israele da decenni. Queste tensioni sono acuite dalla concomitante fine del Ramadan e dalla ricorrenza del Giorno di Gerusalemme (9-10 maggio), in cui gli Israeliani celebrano la conquista della città con la guerra del 1967. Sulla ripresa del conflitto influiscono anche le rispettive congiunture politiche. Hamas non ha esitato a capitalizzare le tensioni lanciando un ultimatum a Israele ed ergendosi a unico vero difensore della causa palestinese, vista l’inazione di Fatah. In questo modo, la dirigenza del movimento islamista aggiunge pressione sul partito del Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, all’indomani della cancellazione delle elezioni generali previste per fine maggio. Abbas aveva annullato il voto per timore di subire un netto ridimensionamento a favore di Hamas, ma aveva mascherato la mossa con la protesta contro Israele, che non ha permesso che al voto partecipassero i residenti di Gerusalemme Est. Parallelamente, il Premier israeliano Benjamin Netanyahu è in difficoltà con la formazione del governo dopo le quarte elezioni inconclusive in 2 anni, per di più con il delicato passaggio dell’elezione del Capo dello Stato tra un mese. Tanto Hamas quanto Netanyahu potrebbero trarre qualche vantaggio a brevissimo termine da un proseguimento limitato degli scontri. In più, va considerato che solitamente le IDF utilizzano questi ricorrenti momenti di tensione per effettuare operazioni sulla Striscia pianificate da tempo contro Hamas e gli altri gruppi armati gazawi. Queste operazioni tipicamente possono durare alcuni giorni, con l’obiettivo di degradare le capacità offensive della militanza palestinese.

anteprima logo RID Trenta RAFALE per l’Egitto. Parigi non fa “prigionieri”

Il Ministero della Difesa egiziano ha annunciato l’acquisto di 30 nuovi caccia Dassault RAFALE che si aggiungono ai 24 già in servizio. La commessa dovrebbe avere un valore attorno ai 5 miliardi di euro. Parigi si conferma così un partner strategico di riferimento per Il Cairo e chiude un'operazione le cui negoziazioni andavano avanti da anni. A quanto risulta a RID, la commessa non pregiudicherebbe, tuttavia, le chance dell’Eurofighter TYPHOON – per il quale è in corso da tempo una campagna a guida Leonardo – anche se come è facile intuire le polemiche relative alla questione Regeni, e le loro conseguenze sui rapporti tra Roma e Il Cairo, non aiutano certo la definizione di commesse militari così complesse e rilevanti. Vedremo, dunque, cosa succederà nei prossimi mesi. Di sicuro, a Parigi non si hanno fisime di sorta a vendere a stati non propriamente democratici e rispettosi dei diritti umani, mentre l’Italia è attanagliata regolarmente da indecisioni e ritardi. Allora si decida chiaramente se si può o no vendere anche a chi non ha le “stigmate” della liberal democrazia di massa, ma se la risposta dovesse essere negativa, ci si prepari a riconvertire una bella parte dell’industria militare. Elementare, considerato che tradizionalmente il nostro export militare per un 60-70% è destinato a Paesi non NATO/UE.

anteprima logo RID Gibuti pronta per le portaerei cinesi

Il Comando Americano in Africa, USAFRICOM, per voce del suo Comandante, il Generale Stephen Townsend, ha annunciato che le banchine della base navale cinese di Gibuti sono ormai pronte e capaci di ospitare tutte le unità della Marina Cinese, comprese le portaerei, che transiteranno nel Mar Rosso. Lo stesso alto ufficiale aveva già lanciato l’allarme ad ottobre, durante una riunione con il Commissione Forze Armate del Congresso, riguardo ai lavori avviati dalle autorità di Pechino nella zona commerciale del porto africano. La base, formalmente inaugurata nel 2017, è stata sviluppata per supportare la missione antipirateria cinese nel Golfo di Aden e nella zona dell’Oceano Indiano in prossimità delle coste somale, ma con il tempo ha subito una veloce espansione fino a rappresentare un importante hub logistico a supporto della Marina commerciale, e Militare, cinese (PLA-N). Secondo quanto ufficialmente confermato dalle autorità gibutine, il progetto finale comprende la realizzazione di 9 posti d’ormeggio di cui 4 proprio dedicati alla PLA-N. Nei pressi della base cinese ci sono anche installazioni militari americane e francesi, senza contare quella giapponese e italiana, il cui personale ha più volte denunciato eventi di “harassment” provocati dalle truppe cinesi di passaggio, come l’illuminazione di aerei militari in decollo o atterraggio. Il Generale Townsend, oltre a confermare la massiccia e spregiudicata espansione commerciale nella sua area di responsabilità, ha anche sottolineato il fatto che sono in corso altri tentativi da parte della diplomazia cinese di aggiudicarsi ulteriori concessioni per costruire nuove installazioni navali e aeroportuali “dual-use” in altre zone del continente africano, senza però fornire ulteriori informazioni specifiche.

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