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Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima logo RID La Turchia contro l’ENI

Si intensificano i timori per la stabilità del bacino del Mediterraneo Orientale. Nel corso di un’intervista il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavu?o?lu ha ribadito l’opposizione di Ankara alle future campagne di esplorazione e trivellazione di ENI nella ZEE cipriota. Ricordando gli eventi dello scorso febbraio che coinvolsero la nave SAIPEM12000, Cavu?o?lu ha affermato che Ankara non permetterà alcuna attività futura sino a quando non saranno riconosciuti i diritti dei turchi di Cipro Nord. Diritti peraltro supportati dalla sola Ankara e non riconosciuti nè dall’ Unione Europea, nè dagli USA. Un potenziale focolaio di gravissime crisi regionali che coinvolgerebbero i sempre più consistenti interessi strategici italiani. Ad aggravare i timori ci sono anche alcuni riferimenti all’Egitto, provenienti da più fonti. Sempre il Ministro degli Esteri Cavu?o?lu ha dichiarato che la Turchia supporterà la Fratellanza Musulmana egiziana (ma questa non è una novità essendo l’AKP, il Partito di Erdogan, una sorta di derivazione turca dei Fratelli), criticando aspramente il Governo del Presidente Sisi, che viene nel frattempo definito “Sionista” da organi di stampa turchi, al pari del Principe saudita Mohammed bin Salman e del Principe emiratino Mohammed bin Zayed. La possibile estensione della strategia della tensione turca al Paese africano viene seguita con molta attenzione sia dal Cairo che da Atene e Nicosia. I tre Paesi hanno creato una collaborazione trilaterale che si è manifestata nella sigla di diversi accordi di cooperazione ed in ingenti esercitazioni militari interforze (MEDUSA). Alla recente MEDUSA 2018 conclusasi a fine giugno nella ZEE del Cairo, hanno preso parte per l’Egitto la LHD GAMAL ABDEL NASSER (L1010, classe MISTRAL), 2 fregate, un sottomarino, 6 F-16, 2 RAFALE ed un E-2C. Da parte greca si è avuta la partecipazione di 2 fregate, un sottomarino, 8 F-16 (4 dei quali rischierati in Egitto), un EMB-145H EREYE, un C-130H, oltre ad elicotteri AH-64D e CH-47, rischierati per l’occasione sulla Gamal Adbel Nasser. Per Cipro hanno partecipato l’ OPV P61 “Commodoro Andreas Ioannides” (classe SAAR 62), nave di punta della piccola Marina isolana. Nuclei di forze speciali dei tre Paesi hanno completato l’esercitazione. Secondo fonti di stampa egiziane, anche le Forze Armate italiane sono state invitate a partecipare in futuro alle esercitazioni MEDUSA.

anteprima logo RID NATO: nuove minacce globali e futuro

Venerdì 15 giugno si è svolto alla Camera dei Deputati il seminario “NATO versus the new global threats”, organizzato dalla NATO Foundation in collaborazione con il Balkan Trust for Democracy, e con il supporto della Delegazione italiana all’Assemblea Parlamentare della NATO.

anteprima logo RID Diplomazia della violenza e stile Trump

Il tanto atteso incontro c'è stato. Stanotte, ore 03:00 italiane, il Presidente americano Trump e quello nordcoreano Kim Jong Un si sono incontrati sull'isoletta di Sentosa, classica meta turistica per tutti coloro che decidono di visitare la straordinaria città stato di Singapore. Il vertice sembra essere stato un successo e le 2 parti sono state unanimi nel rimarcarne il carattere storico e di svolta. E' stato firmato anche un documento, i cui contenuti non sono però del tutti chiari, nel quale si dovrebbero gettare le basi per il disarmo nucleare della Corea del Nord e per un Trattato di Pace tra Pyongyang e Seul che ponga anche tecnicamente e legalmente fine alla Guerra di Corea. Al di là delle intese, e di come e se queste verranno implementate, il vertice è storico perchè ha portato assieme attorno allo stesso tavolo 2 storici nemici creando i presupposti per un ulteriore allentamento delle tensioni regionali. Di chi il merito? Sicuramente, le pressioni cinesi su Kim, con il taglio dell'assistenza alimentare ed energetica ai minimi dopo l'ultimo test nucleare, hanno avuto un peso determinante nell'ammorbidire la posizione della leadership del "regno eremita". In altri termini per Pechino si era arrivati ad un punto di rottura e c'era il rischio di un intervento americano nel "guardino di casa”: un rischio inaccettabile per la Cina. Ma nel conto va messo anche il cosiddetto "stile Trump", ovvero quell'approccio che nella negoziazione di un dossier si basa tutto sull’abboccamento bilaterale accompagnato, quando necessario, dalla minaccia dell'uso della forza militare. Siamo sul terreno della diplomazia della violenza, o diplomazia coercitiva se si preferisce, dove la minaccia dell'impiego della forza – resa credibile dalla volontà di usarla e dall'efficacia delle soluzioni eventualmente da intraprendere per darvi corso – si accompagna alla negoziazione ed alla comunicazione con l'avversario al quale viene lasciata la possibilità di scegliere tra scontro, con danni per lui sproporzionati, o accordo, con benefici comunque superiori. Un terreno scivoloso e pericoloso, certo, ma un terreno su cui il Presidente Trump sembra sapersi muovere con sicurezza e la necessaria spregiudicatezza. E una lezione, anche; soprattutto per chi come il nostro Paese deve trattare dossier altrettanto difficili come la Libia (o le piattaforme in Egeo e nel Mediterraneo) negandosi per principio la possibilità di far ricorso anche alle Forze Armate ed alla flessibilità propria della diplomazia della violenza.

anteprima logo RID Libia: nulla di fatto a Parigi

Si è risolta in un sostanziale nulla di fatto, o quasi, la conferenza sulla Libia di Parigi voluta dal Presidente francese Macron nel bel mezzo della grave crisi politico-istituzionale italiana. L'appuntamento, infatti, si è concluso con una dichiarazione, nella quale si chiedono elezioni il 10 dicembre e la riunificazione a Tripoli delle istituzioni libiche, che però non è stata sottoscritta formalmente. Si tratta, dunque, di un impegno vago, così come molto vaghe sono anche le conseguenze minacciate verso chi dovesse ostacolare il processo elettorale. In realtà, la conferenza è stata minata già in apertura dall'aperto boicottaggio sottoscritto da 13 milizie libiche, tra cui quelle molto potenti dei "consigli" di Misurata e Sabratha. Peggio, tra i firmatari del comunicato (dietro il quale non è da escludere la "manina" dell'intelligence italiana...ma trattasi di mera congettura...) di boicottaggio c'era anche il "consiglio" di Zintan, città berbera dell'ovest tradizionalmente alleata di Haftar, ma che negli ultimi mesi si è distanziata dal Generale per riavvicinarsi agli storici nemici di Misurata. Un handicap che ha segnato non poco la conferenza, annacquandone di molto i risultati, e che più di ogni altra cosa ha dimostrato ancora una volta chi è il vero padrone della Libia: la milizia ed il potere locale – a base tribal-criminale – di cui è espressione.

anteprima logo RID La mossa di Macron sulla Libia

Domani si terrà a Parigi una nuova conferenza internazionale sulla Libia fortemente voluta dal Presidente Macron. In molti ritengono la mossa dell'Eliseo come una sorta di scacco matto inferto all'Italia proprio nel bel mezzo di una delle più gravi crisi politico-istituzionali della sua storia. A pensar male si fa peccato...ma ci si azzecca, ed i tempi dell'iniziativa francese sono quanto meno sospetti, alla luce di precedenti che hanno visto Parigi porsi in concorrenza diretta con Roma sui dossier libici. Il Presidente francese ha invitato alla Conferenza praticamente tutti gli attori più importanti dell'arena libica, il Rappresentante Speciale dell'ONU Salamè, ambasciatori di diversi Paesi, ecc. L'obbiettivo è forzare i Libici ad andare alle elezioni entro l'anno, come vorrebbe anche l'ONU, riunificare le istituzioni finanziarie del Paese e favorire il processo di accorpamento delle milizie. Nella Libia di oggi, un libro dei sogni che, però, sembra contenere, come emerso da alcune bozze circolate in questi giorni, un trappolone bello e buono per Roma laddove tra le istituzioni libiche si indica pure l'LNA (Libyan National Army) del Generale Haftar. L'LNA, difatti, non è riconosciuto come tale dall'ONU ed altro non è se non un grande collettore di milizie e potere locali, soprattutto della Cirenaica, ed espressione nè più nè meno degli interessi del Cairo in Libia. Se questo passaggio dovesse essere confermato domani, l’Esercito Nazionale Libico riceverebbe una legittimazione, obbiettivo al quale puntano i Francesi da tempo, che avrebbe significative ripercussioni sul Governo di Accordo Nazionale del Premier riconosciuto Serraj. In pratica, domani si potrebbe suggellare in via definitiva l'alleanza tra Parigi ed il Cairo sulla Libia, in un momento di grande difficoltà per l'Italia, da sempre al fianco di Tripoli e e Serraj e grande sponsor degli Accordi di Skirat del 2015. Non è un caso che negli ultimi giorni nella capitale libica si siano registrate tensioni, voci di golpe e movimenti di milizie sul terreno, con il “patto di sindacato cittadino” dal quale dipende Serraj – formato dalle milizie di Haithem Al Tajouri, Abdul Rauf Kara,  Abdul Ghani Al-Kikli e Hashm Bishr del “mandamento” di Abu Salim – che sembra voler lanciare segnali verso Roma. Segnali ai quali nessuno oggi può rispondere in maniera convincente.

anteprima logo RID Gli USA contro l'Iran: una scelta di campo

Mancava solo l'ufficialità, che è giunta ieri alle 20:00 ora italiana. Il Presidente Trump ha deciso di far uscire l'America dal Trattato con l'Iran sul programma nucleare e di reintrodurre, vedremo poi in che modo, il regime delle sanzioni. Una decisione importante, che fa seguito a quanto promesso in campagna elettorale, che fa contenti i falchi dell'Amministrazione, e, soprattutto, Israeliani e Sauditi, che da mesi premevano su Trump per farlo recedere dall'accordo, ma che scontenta gli alleati europei, a cominciare dall'Italia. Una decisione, poi, che pone la grande questione della credibilità dell’America rispetto al mantenimento di impegni sottoscritti e che potrebbe avere significative ripercussioni pure in futuro ed in altri scacchieri geopolitici. Ma andiamo per gradi. Questa Amministrazione ha fatto una scelta di campo precisa. Si è schierata con Sauditi ed Israeliani – ormai praticamente alleati – per arrestare la crescita dell'influenza iraniana in Medio Oriente avvenuta attraverso la guerra civile siriana, ma, prima ancora, non dimentichiamolo, per effetto della rimozione di Saddam e della disgregazione dell’Iraq sunnita volute dagli stessi Americani nel 2003. L'uscita dall'accordo, pertanto, potrebbe segnalare l'intenzione americana di passare dalla fase di contenimento passivo dell'Iran alla fase di contenimento attivo e, forse, di “roll back”, ovvero di recupero di "porzioni" di influenza entro il perimetro sciita progressivamente allargato da Teheran negli ultimi anni con una pragmatica strategia indiretta. Di sicuro, la decisione di Trump rafforza la fazione radicale del regime iraniano, che da mesi preme sulla Guida Suprema per reagire ai continui attacchi israeliani in Siria, a discapito della componente riformista, alle prese con una grave crisi economica interna che le nuove sanzioni non farebbero altro che inasprire. E poi ci sono le conseguenze sui rapporti transatlantici. Dopo gli accordi sul clima, le tensioni sui dazi e le politiche commerciali, gli USA si distanziano ancora una volta in maniera radicale dall'Europa che, nella fattispecie, marcia all'unisono affermando di voler continuare a rispettare l’accordo con l’Iran e rivendicandone funzionamento e benefici. Una differenza di vedute evidente che dimostra come gli Stati Uniti siano disponibili a far scivolare in secondo piano il rapporto transatlantico quando sono in gioco interessi ritenuti di loro primaria, ed esclusiva, rilevanza. Del resto, la nuova National Security Strategy di Trump è stata chiara su questo, così come nel sottolineare il mutamento dello scenario internazionale verso una nuova era di competizione tra potenze. Certo, le potenze "ostili" sono identificate nel documento con Cina e Russia, ma a leggere fra le righe si può scorgere un velato accenno anche all'Europa - in termini di competizione economico-industriale - rispetto alla quale gli USA hanno perso per effetto della Brexit il loro tradizionale strumento di influenza/interferenza, leggi il Regno Unito. La battaglia sulla vendita dell'F-35 alla Germania, combattuta a viso aperto pure nell'ultimo salone ILA berlinese, è lì a dimostrarlo. Infine, non meno importante, il piano delle conseguenze sull'Italia. Roma e Teheran sono legate da solidi rapporti commerciali, mai interrottisi, neanche negli anni più bui del khomeinismo, e che con la parziale rimozione del regime sanzionatorio erano di nuovo sbocciati, in diversi settori: da quello energetico, a quello delle infrastrutture. La decisione di Trump li pregiudica nuovamente.

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