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Argomento Selezionato: Geopolitica
anteprima logo RID NATO/UE e Medio Oriente

In Medio Oriente così come in Africa, gli Stati Uniti ed i maggiori Paesi europei sembrano muoversi su base sempre più unilaterale o tramite coalizioni ad hoc, come evidenziato dal recente attacco missilistico contro i siti siriani. Questa trend risponde in primo luogo all’approccio dell’amministrazione Trump, scettico rispetto ai framework multilaterali e molto deciso a promuovere gli interessi nazionali americani in un’ottica semplicistica e di breve periodo. Ma è anche in linea con le tendenze centrifughe all’interno dell’UE, in primo luogo la Brexit, e all’interno della NATO, con la posizione della Turchia che si fa sempre più problematica e divergente rispetto all’Occidente per i cambiamenti avvenuti, ed in corso, nel quadro politico interno. La tendenza all’unilateralismo e alle coalizioni ad hoc di breve respiro non sembra però pagare nel medio-lungo periodo. Come notato da diversi osservatori, lo strike missilistico in Siria ha sì ribadito che la “linea rossa” tracciata dall’Occidente sul non uso delle armi chimiche deve essere rispettata, ma non sembra rispondere ad una strategia in grado di stabilizzare o almeno contenere la crisi siriana e regionale. Gli Stati Uniti continuano ad oscillare tra impegno e disimpegno militare, con poca inflUEnza diplomatica rispetto agli attori regionali che giocano una partita sempre più autonoma da Washington. Dal canto loro, i singoli Paesi europei, muovendosi in modo non abbastanza coordiNATO, hanno ben poca leva da un lato con Washington, e dall’altro con Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita, che sostengono in modo sempre più spregiudicato le fazioni a loro vicine nel conflitto siriano e in generale nel quadrante mediorientale. Guardando all’Africa, la situazione non è molto migliore del Levante. La realtà in Libia rimane frammentata tra i diversi centri di potere in competizione tra loro, con una conflittualità latente e ampio margine di manovra per attori criminali e terroristici. Inoltre, gli sforzi dei Paesi europei non sono sembrati coordinati neanche in Paesi dove le condizioni locali sembrano meno sfavorevoli. Infatti, in Niger sono sorti ostacoli inattesi alla missione italiana decisa lo scorso dicembre e lasciata poi in stand-by, con più di un punto interrogativo sulla posizione della Francia al riguardo. In Tunisia l’aumento dell’impegno dell’Italia a sostegno delle forze armate e di sicurezza locali, nel quadro del partenariato tra il Paese e la NATO, vive una gestione complicata con – di nuovo – inattese resistenze locali. Il flusso migratorio attraverso il Sahel ed il Nord Africa verso l’Italia ha rallentato nel 2017 e nel 2018, anche grazie alle misure messe in campo dall’Italia nell’ultimo anno e mezzo rispetto a Guardia Costiera libica e ruolo delle ONG, ma rimangono significativi e con un altro rischio di aumenti repentini se dovesse cambiare la posizione di alcuni attori locali in Libia e nella regione. In qUEsto contesto, è quanto mai opportuno interrogarsi su come l’Europa, il nord America e la Turchia possono mettere a sistema, o almeno de-confliggere, gli approcci nazionali verso Nord Africa, Sahel, e Medio Oriente per contribuire alla stabilizzazione delle regioni che circondano i Paesi UE e/o NATO. Un recente seminario organizzato da IAI e NATO Defence College, in partnership con Elettronica e Rivista Italiana Difesa, ha affrontato la tematica guardando anche a cosa l’Alleanza Atlantica e l’Unione Europea, ovvero i 2 principali framework internazionali dell’Occidente che condividono ben 21 Paesi membri, possono fare al riguardo. Diversi sono i livelli di intervento. I conflitti in Medio Oriente e Africa vedono infatti almeno 3 piani interconnessi tra loro. C’è qUEllo locale, per cui diversi attori si scontrano per difendere e/o perseguire interessi e obiettivi essenzialmente legati al territorio in cui si trovano, come è il caso delle varie fazioni libiche, yemenite o siriane. C’è il livello regionale, con diversi stati della regione che sostengono o contrastano gli attori di un determiNATO conflitto in base sia ad interessi nazionali diretti – come è il Kurdistan per Ankara – e sia ad interessi regionali più ampi, relativi in primo luogo alla competizione per l’egemonia nella regione – ad esempio tra Iran e Arabia Saudita, ma anche all’interno dei Paesi del Golfo. E vi è il livello globale, con potenze esterne che intervengono non tanto per un interesse diretto nella regione, quanto per posizionarsi rispetto ad altre potenze globali e trarre vantaggio su altri dossier o scacchieri regionali attraverso contropartite politico-diplomatiche – è questo il caso in primis della Russia. Una strategia efficace da parte occidentale non può non considerare tutti e 3 i livelli in un approccio integrato. Approccio che, come proposto anche dall’UE, implica la combinazione di strumenti diplomatici, militari ed economici. Al livello locale, sono certamente importanti le attività di costruzione delle capacità delle forze armate e di sicurezza locali – il cosiddetto security and defence capacity building – per metterle nelle condizioni di controllare il proprio territorio e confini, di contrastare le attività criminali e terroristiche, ed in generale di costituire un elemento di stabilizzazione dell’autorità statuale. Ciò vale tanto per Paesi ancora relativamente stabili che vanno aiutati a non cedere all’instabilità, come Tunisia e Giordania, quanto per realtà in cui una forma di autorità statuale va ricostruita, come la Libia. Il capacity building comprende prolungate e articolate attività di formazione, training, mentoring, nonché fornitura di equipaggiamenti e loro manutenzione nel tempo, e assistenza dal livello tattico a qUEllo operativo e strategico quanto a pianificazione, struttura di comando e controllo, governance delle forze armate, ecc. In altre parole, si tratta di una vera e propria partnership di medio-lungo periodo, che implica una interazione costante e, se ben gestita, un’inflUEnza indiretta ma duratura nei confronti del Paese partner. Nei casi in cui una prospettiva di adesione a NATO ed UE non è né possibile né auspicabile – ovvero in tutta la regione mediterranea ad eccezione dei Balcani occidentali, e ovviamente in Africa e Medio Oriente – questa partnership è ancora più importante perché rappresenta uno dei pochi – e principali – ancoraggi di lungo periodo dei Paesi partner dell’Occidente in termini militari. Vista in tale ottica, evidentemente l’attività di security and defence capacity building ha una valenza non solo tecnica ma anche politica, non solo tattica ma anche strategica. In tal senso, si connette a tutti e 3 i suddetti livelli di conflittualità, ovvero locali, regionale e globale. Il capacity building con un focus esclusivamente locale, sconnesso cioè da una strategia a livello regionale e globale, è nel migliore dei casi poco efficace ed efficiente, e nel peggiore controproducente e potenzialmente dannoso. Occorre infatti chiarire a monte a chi è rivolta questa partnership, per quale fine, in relazione a quali altri misure – ad esempio di rassicurazione o al contrario di sanzione – verso gli attori non coinvolti nel capacity building. E occorre inoltre coordinare gli sforzi fatti su base nazionale dagli Stati Uniti e dai principali Paesi UE, in primis Francia, Gran Bretagna e Italia, affinché rispondano ad una strategia complessiva condivisa e non portino al tragico paradosso di attori locali che si combattono sul terreno sostenuti dall’esterno da Paesi in teoria alleati tra loro – come avvenuto ad esempio in Libia. Infine, proprio perché peartnership e defence capacity building sono qualcosa di lungo periodo, è necessario commisurare ambizioni e risorse, evitando da un lato di sprecare i limitati mezzi a disposizione, e dall’altro di illudersi quanto a progressi rapidi e successivi disimpegni – una lezione duramente appresa in Afghanistan e che non va dimenticata guardando agli errori commessi in Iraq e Siria. In questo quadro, la NATO potrebbe e dovrebbe giocare un ruolo importante al riguardo, sia a livello tecnico operativo per il suo indubbio expertise quanto a defence capacity building – comprensivo di lessons learned e best practices - sia a livello politico strategico in quanto unico framework multilaterale cui partecipano Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi UE e Turchia. Un ruolo importante potrebbe essere giocato anche dall’UE, grazie agli assetti di security capacity building, alle risorse economiche a supporto della sua proiezione esterna, e al framework istituzionale per coordinare la politica estera e di difesa degli stati membri. E vista la complementarietà e parziale sovrapposizione di assetti e stati membri, una maggiore cooperazione tra Alleanza e Unione non è solo utile ma necessaria, specie di fronte alla suddetta ridotta influenza dell’Occidente rispetto agli attori regionale ed extra-regionali. Se è vero che l’instabilità in Africa e Medio Oriente rappresenta una minaccia per la sicurezza e gli interessi nazionali degli Stati europei, ma in una certa misura anche di quelli nordamericani, è solo connettendo gli approcci nazionali con gli approcci multilaterali che si può sperare di contribuire alla stabilizzazione della regione.

anteprima logo RID La situazione ad Afrin e Ghouta Est

Caduta Afrin, le Forze Armate turche e i loro alleati del Free Syrian Army (FSA) si preparano a ripulire le ultime sacche di resistenza nel cantone curdo. Anche la situazione nella Ghouta Orientale ha conosciuto, nell'ultima settimana, decisivi sviluppi.

anteprima logo RID Afrin e Ghouta Est: il punto sulla Siria

Cresce la tensione in Siria, dopo che nelle ultime ore le truppe governative sono entrate ad Afrin, l’enclave curda in territorio siriano, oggetto dell'Operazione RAMOSCELLO DI ULIVO portata avanti dalla Turchia dallo scorso 20 gennaio. Per il momento, i caccia turchi hanno provveduto a sbarrare la strada verso Afrin ai governativi, bombardando le principali vie di comunicazione (specie nel valico di Ziyara, a sud-est del cantone).

anteprima logo RID Medio Oriente: la lenta marcia della Russia

Due giorni fa, gli archeologi hanno scoperto nel tempio di Amenhotep III altre 27 statue di Sekhmet, la dea della guerra dell’antico Egitto.

anteprima logo RID Guerra d'influenza in Somalia

La posizione geografica privilegiata, a ridosso della Penisola Arabica e ponte ideale tra l’Oceano Indiano e il Canale di Suez, le inesplorate risorse del sottosuolo e la collocazione storico-culturale hanno tradizionalmente reso il Corno d’Africa un’area di influenza molto ambita dai Paesi del Medio Oriente. Fino alla fine degli anni 90 la competizione geopolitica principale opponeva l’Iran, desideroso di differenziare la propria rete di alleanze per ovviare all’isolamento imposto dagli Stati Uniti e dalle monarchie sunnite del Golfo Persico, e l’Arabia Saudita, decisa a ostacolare la proiezione di influenza di Teheran e stabilire la propria primazia politica, economica e culturale sul mondo sunnita. Tuttavia, a partire dagli anni 2000, anche Turchia, Qatar ed Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno avviato una graduale opera di penetrazione nella regione, cercando di cogliere le opportunità offerte da Paesi quali Eritrea, Gibuti e Somalia. Tale processo ha conosciuto una significativa accelerazione a partire dal 2011, quando il rapido susseguirsi delle “Primavere Arabe”, lo scoppio della guerra civile yemenita e la crescente conflittualità tra Arabia Saudita e Qatar hanno trasformato il Corno d’Africa in uno dei tanti scenari di confronto, sia simmetrico che asimmetrico, tra Monarchie del Golfo, Iran e Turchia. Proprio il conflitto interno a Sanaa, che ha assunto consistenti tratti di una guerra per procura tra Teheran, sponsor dei ribelli Houthi, e Riyadh, sostenitrice del Presidente Hadi, e le tensioni tra Arabia Saudita e Qatar sono state alle base dell’aumento delle attività politiche e militari delle Monarchie del Golfo nella regione. Infatti, nel contesto dell’intervento militare della coalizione a guida saudita in Yemen (missioni DECISIVE STORM e RESTORING HOPE, di cui sono parte, tra gli altri, anche gli EAU, il Sudan, l’Egitto e, fino al 2017, il Qatar), il Corno d’Africa è diventato una testa di ponte fondamentale per la conduzione di missioni aeree e navali contro i ribelli yemeniti e, soprattutto, per tagliare loro i rifornimenti iraniani via mare. Sotto questo profilo, l’attore più dinamico risultano essere gli Emirati che, a partire dal 2015, hanno rafforzato massicciamente la propria presenza in Eritrea e Somaliland (l’allora Somalia britannica), Stato auto-dichiaratosi indipendente da Mogadiscio nel 1991.

anteprima logo RID Braccio di ferro sul Kurdistan

Il Consiglio di Sicurezza del Governo Regionale Curdo (KRG, Kurdistan Regional Governement) ha avvertito poche ore fa che Baghdad si starebbe preparando a lanciare un attacco contro la città di Kirkuk. La situazione, pertanto, si fa ancor più incandescente dopo l’esito del referendum dello scorso 25 settembre che dà mandato al Presidente del KRG Massud Barzani di negoziare con Baghdad un'indipendenza consensuale. In realtà, il Governo iracheno non ne vuol sapere di negoziare ed è forte nella sua posizione grazie all'appoggio di Iran e Turchia, che a loro volta vedono un Kurdistan iracheno indipendente come il fumo negli occhi. Le prime misure per isolare Erbil sono già state prese: gli spazi aerei da e per il Kurdistan iracheno sono stati chiusi, e tutti i voli internazionali cancellati fino a fine dicembre, mentre Baghdad ha fatto partire ufficialmente lo scorso 9 ottobre la richiesta a Iran e Turchia affinchè anche loro chiudano i confini terrestri con il Kurdistan iracheno. In pratica già adesso il KRG è una sorta di isola terrestre nel cuore del Medio Oriente, ma se anche Turchia e Iran dovessero chiudere del tutto i propri confini, si arriverebbe allo strangolamento economico e le opzioni per Barzani si restringerebbero ancor di più. Del resto la posta in palio è molto alta. Per Baghdad è in gioco la propria credibilità come (nuovo) stato nazionale unitario e la mai risolta questione di Kirkuk. Quest'ultima, che la Costituzione del 2005 pone al di fuori dei confini del KRG, ma che i Peshmerga hanno conquistato e difeso dall’ISIS nel 2014, è ricchissima di petrolio, con una produzione di circa 500.000 barili al giorno, ed è fondamentale per la stabilità e l'autonomia del Kurdistan. In quest'area le tensioni tra Peshmerga e le Forze di Mobilitazione Popolare irachene sono già altissime. Le FMP sono milizie, risultate fondamentali nella lotta all'IS, soprattutto dopo la disgregazione dell'Esercito Iracheno nell'estate 2014, composte per la gran parte da quella componente sciita che solo formalmente risponde a Baghdad, ma che è in realtà controllata da Teheran. Kata'ib Hezbollah, la Brigata Badr e Asa'ib Ahl al-Haq sono le principali e più organizzate milizie delle FMP, e tutte quante sono inquadrate e addestrate dai Pasdaran iraniani. In pratica sono lo strumento con il quale l'Iran non solo può interferire nella politica irachena, soprattutto in vista delle elezioni del 2018, ma anche contenere le aspirazioni del KRG. Ma sul destino del Kurdistan iracheno si allunga anche l'ombra della Turchia che non ha perdonato a Barzani, da sempre uomo di Ankara, la fuga in avanti del referendum. In pratica oggi Barzani è considerato da Erdogan niente più che un traditore. La Turchia è già pronta ad ogni evenienza: sta conducendo massicce manovre militari al confine e potrebbe sigillare definitivamente in qualunque momento i confini con un devastante impatto sull'economia del KRG. E poi c'è la questione del Sinjar, un'altra area contesa dove è stato condotto il referendum, che confina con il cantone curdo-siriano di Hasaka e dove è forte la presenza dell'arci-nemico di Ankara: il PKK.

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