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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Proteggere Guam

Il Comandante dell’Indo-Pacific Command statunitense, l’Ammiraglio Philip S. Davidson, ha pubblicamente dichiarato, con lo scopo di esercitare pressione sul Congresso, la vulnerabilità dell’Isola di Guam e l’urgente necessità di dotarla di una maggiore protezione visto il proliferare di sistemi d’arma a lungo raggio nell’arsenale cinese. L’Ammiraglio Davidson ha confermato, senza mezzi termini, che Guam rappresenta oggi un facile bersaglio da colpire, con un costo e un rischio irrisorio per le Forze Armate cinesi (PLA). Il sistema Terminal High-Altitude Area Defence (THAAD) presente sull’Isola è infatti stato considerato non pienamente idoneo al contrasto delle attuali minacce cinesi rappresentate da missili da crociera a lungo raggio (potenzialmente anche ipersonici) lanciati dai bombardieri H-6K o dai nuovi missili balisitic DF-26. Quest’ultimo, capace di effettuare strike chirurgici con munizionamento convenzionale e nucleare, viene soprannominato negli ambienti cinesi, ma non solo, il “Guam Express”, proprio a sottolinearne il carattere di arma concepita per l’attacco all’Isola. Per questa ragione l’Ammiraglio Davidson sta spingendo per schierare a Guam una stazione AEGIS ASHORE e rafforzare le difese antiaere ed antimissile dell’Isola. Tale proposta rientra all’interno della più vasta Pacific Defense Iniative per il quale saranno stanziati tra i 4 e i 6 miliardi di dollari nel solo bilancio 2022 ed altri 22 miliardi nel corso dei successivi 5 anni. La chiara volontà dei vertici americani è quella di rafforzare le difese dell’Isola, che deve restare l’hub della capacità di proiezione di potenza delle forze USA nel Pacifico.

anteprima logo RID Mozambico: la battaglia di Palma e l’insorgenza jihadista

A partire dal 24 marzo scorso, milizie di Ansar al-Sunna, gruppo jihadista mozambicano affiliato alla provincia dello Stato Islamico in Africa Centrale (SIAC), hanno condotto un massiccio attacco contro la città di Palma (53.000 abitanti), all’estremità nord della regione settentrionale di Cabo Delgado. La battagli è tutt’ora in corso e vede coinvolti, nel tentativo di respingere i terroristi, elementi delle Forze Armate mozambicane e unità della compagnia militare privata sudafricana Dick Advisory Group. Non è la prima volta che il gruppo armato mozambicano assalta uno dei maggiori centri urbani dell’instabile provincia di Cabo Delgado. Infatti, negli scorsi anni, Ansar al-Sunna aveva preso il controllo, per alcune ore o per un paio di giorni, di Mocimboa do Praia (127.000 abitanti) e delle aree peri-urbane del capoluogo regionale Pemba (200.000 abitanti). In quelle occasioni, esattamente come avvenuto a Palma, i servizi di intelligence stranieri avevano avvertito le autorità mozambicane dell’imminenza degli attacchi, venendo però ignorati. Inoltre, a Palma come a Mocimboa e a Pemba, le milizie di Ansar al-Sunna hanno dimostrato un crescente livello capacitivo, reso evidente da una pianificazione e da una conduzione delle operazioni precise e reiterate (interruzione delle forniture elettriche e della rete telefonica prima dell’assalto, controllo dei principali check point di accesso ai centri urbani, assalto coordinato e simultaneo su più obbiettivi civili e militari, tattiche di guerriglia urbana avanzate). Tuttavia, l’attacco a Palma presenta alcuni elementi di novità da non sottovalutare. Innanzitutto, per la prima volta dall’inizio dell’insorgenza jihadista nel 2017, Ansar al-Sunna ha colpito uno dei siti principali della nascente industria energetica nazionale, dove sono presenti importanti interessi stranieri, anche italiani. Per esempio, in Mozambico ENI è titolare di 5 licenze di esplorazione e sviluppo di giacimenti nel bacino di Rovuma e gestisce lo sviluppo del progetto Rovuma LNG per la liquefazione, lo stoccaggio e la commercializzazione del gas naturale. In secondo luogo, le milizie jihadiste hanno preso di mira per la prima volta i lavoratori stranieri e, secondo alcune fonti locali, le infrastrutture gasiere. Si tratta di un cambiamento importante del paradigma operativo, volto ad innalzare il livello di esposizione mediatica del gruppo e, di conseguenza, il suo posizionamento all’interno del panorama insurrezionale regionale e globale. L’attacco ai cittadini stranieri e all’industria energetica rappresenta il tentativo di colpire con vigore gli interessi economici tanto del Governo mozambicano quanto dei partner occidentali e costituisce la manifestazione più estrema e violenta del disagio sociale della popolazione autoctona. Infatti, la militanza jihadista di Cabo Delgado si è innescata sul perdurante malcontento delle comunità locali, che accusano il governo di non averle incluse nei benefici dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie della regione e di averli emarginati dai meccanismi di gestione politica del Paese. Tali accuse trovano una conferma nel fatto che la maggior parte della manodopera impiegata nel settore gasiero e minerario proviene dai Paesi vicini o dalle regioni centrali e meridionali del Mozambico e, in molti casi, viene ingaggiata sulla base di meccanismi clientelari controllati dalla burocrazia del partito di potere FRELIMO (Fronte di Liberazione Nazionale del Mozambico). Come se non bastasse, le attività economiche promosse dal governo hanno avuto impatti ambientali e sociali considerevoli per i cittadini locali, costretti a lasciare le proprie terre o vistisi negare il permesso di coltivare appezzamenti di terreno in prossimità delle infrastrutture o delle aree di pesca nelle acque prospicenti i giacimenti. Inoltre, non è da sottovalutare il collegamento tra militanza terroristica e crimine organizzato, soprattutto nel settore del traffico di avorio ed eroina. Infatti, lo sviluppo industriale nel nord del Mozambico ha incrementato i controlli delle autorità di polizia ed ha privato i trafficanti locali della libertà di accesso e controllo dei porti di cui godevano in precedenza. Secondo alcuni analisti mozambicani, la proliferazione del jihadismo è stata favorita proprio dalla criminalità organizzata, decisa a “ricattare” il governo o a distrarlo per proseguire con i propri lucrosi traffici. Secondo altre teorie, dietro l’improvvisa esplosione del terrorismo mozambicano si celerebbero le Monarchie del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che utilizzerebbero indirettamente le milizie jihadiste come strumento di guerra ibrida contro Maputo e nel contesto della rivalità con il Qatar. Infatti, mentre Doha è uno degli attori stranieri presenti in Mozambico sia nel settore gasiero che in quello finanziario, Riad e Abu Dhabi sinora hanno fallito analoghe attività di penetrazione a causa della freddezza del Governo mozambicano. In questo contesto, non è da escludere che elementi emiratini o sauditi, con connessioni governative da verificare, abbiano inteso utilizzare l’insorgenza jihadista per destabilizzare Cabo Delgado e l’intero settore energetico mozambicano. Le forti radici socio-economiche del terrorismo autoctono del nord del Mozambico rappresentano un elemento di resilienza, perduranza e costante rafforzamento per l’insorgenza locale, a cui si aggiunge l’inadeguatezza e la scarsa preparazione delle Forze Armate locali per contrastare il fenomeno.Se le operazioni dello Stato Islamico in Mozambico dovessero continuare ad evolversi ed a crescere secondo il trend degli ultimi 2 anni, ben presto l’insorgenza potrebbe impattare negativamente i piani di sviluppo del settore gasiero nazionale, manifestandosi come innalzamento dei costi, aumento dell’incertezza degli investimenti e incremento dei rischi per gli operatori sul campo. A questo punto, urge un cambiamento di strategia regionale ed internazionale nel contrasto alla minaccia, ed, eventualmente, anche un intervento militare, magari europeo.

anteprima logo RID La Cina aumenta la pressione su Taiwan e le Pratas

Negli ultimi mesi la Cina ha aumentato notevolmente la pressione militare attorno all’Isola “ribelle” di Taiwan. L’ultimo episodio risale a 3 giorni fa quando almeno 4 bombardieri H-6K e 10 caccia pesanti multiruolo J-16 sono entrati nella parte sudoccidentale della ADIZ (Air Defence Identification Zone) taiwanese. In totale, nel solo mese di marzo i velivoli cinesi hanno condotto almeno 17 sconfinamenti nella ADIZ di Taiwan. In particolare, in questa fase l’obbiettivo di Pechino sembra essere le isole Pratas, 410 km a sud di Taiwan ed a 320 km da Hong Kong. Le Isole, controllate politicamente ed amministrativamente da Taipei, sono rivendicate però dalla Cina e considerate strategiche in virtù della loro posizione di crocevia tra il Mar Cinese Meridionale ed il Pacifico Occidentale. Negli ultimi mesi questa aerea è stata oggetto di manovre esercitative da parte delle forze cinesi a cui Taiwan ha risposto con analoghe attività. Taipei sta inoltre pesando di rafforzare l’attuale contingente sulle Pratas, basato su circa 500 elementi di fanteria di marina.

anteprima logo RID Slitta il ritiro USA dall’Afghanistan

Il nuovo Presidente USA Biden ha annunciato durante una conferenza stampa che, allo stato attuale, non sono previste truppe americane dispiegate in Afghanistan dopo il 2022, ma ha aggiunto che sarà difficile rispettare la scadenza del 1° maggio negoziata dal Presidente Trump negll’ambito dell’accordo di Doha dell’anno scorso. Il nuovo Presidente statunitense ha precisato che tale ritardo è da imputare a “motivazioni tattiche” dovute allo svolgimento di un sicuro e ordinato ripiegamento in Patria. Circa 2500 militari Americani sono ancora presenti nel Paese asiatico nonostante il ridimensionamento voluto dalla precedente Amministrazione ed accelerato dopo il citato accordo di Doha. Il Presidente Biden ha inoltre aggiunto che sono in corso delle ulteriori azioni, svolte in sinergia con le Nazioni Unite, per trovare una soluzione all’impasse dei colloqui tra Governo di Kabul e Talebani. La situazione del Paese continua però a rimanere instabile con l’attività dell’insorgenza che continua ad interessare vaste aree del Paese. Allo tempo stesso, lo Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction (SIGAR) americano, John F. Sopko, durante una presentazione ufficiale al Congresso USA, ha sottolineato che, nonostante gli enormi fondi destinati alla formazione e addestramento delle forze di sicurezza Afghane, queste ultime sono ancora lontane dal possedere la piena capacità di operare in maniera autonoma. Secondo il rapporto presentato, infatti, i militari afghani non sono ritenuti ancora capaci di svolgere la manutenzione degli equipaggiamenti consegnati, gestire la catena logistica di approviggionamento ed addestrare con successo i membri delle proprie Forze Armate e forze di polizia.

anteprima logo RID IRON DOME per Arabia Saudita ed EAU?

Il 15 marzo l’Arabia Saudita ha subito 3 nuovi attacchi di droni QASEF K2 lanciati dai ribelli Houthi, che hanno colpito l’aeroporto internazionale di Abha e la base aerea King Khalid. Esattamente una settimana prima era stata invece colpita la raffineria di Ras Tanura. Nonostante l’aiuto ricevuto dalla Francia con il dispiegamento di un radar Saab GIRAFFE (Task Force JAGUAR), e la massiccia presenza di batteria PATRIOT di fornitura statunitense, i sauditi sembrano incapaci di frenare l’offensiva aerea degli Houthi. Secondo fonti saudite nel corso degli ultimi 4 anni sono stati abbattuti 311 missili e 343 droni. La difesa aerea saudita comprende 6 battaglioni con missili MIM-104 PATRIOT PAC-3 e ben 60 batterie di artiglieria contraerea con cannoni da 35mm Rheinmetall. È quindi in questo scenario che sta accadendo quello che fino a pochi mesi fa sarebbe stato considerato impossibile. Secondo indiscrezioni pubblicate dal Jerusalem Post, i Sauditi avrebbero chiesto di proteggere le proprie infrastrutture critiche con il sistema di difesa aerea multi-missione IRON DOME della Rafael. Non è ancora chiaro se si tratterebbe di un ordine diretto tra Arabia Saudita e Israele, oppure se verrebbe rischierata una delle 2 batterie dello US Army recentemente equipaggiate con l’IRON DOME. Alcuni giorni fa, infatti, era già circolata voce del rischieramento di una batteria statunitense nel Golfo Persico. Anche gli Emirati Arabi Uniti, alleati dei Sauditi nella guerra dello Yemen, sarebbero interessati allo stesso sistema. Il sistema IRON DOME comprende 3 componenti: il radar di scoperta e tracking EL/M-2084 (portata da 5 a 70 km, capacità di tracciare fino a 120 bersagli contemporaneamente e di ingaggiarne 20), una batteria di missili TAMIR con 20 armi (90 kg, 3 m, gittata 2-40 km), e un posto di comando. Mentre IRON DOME ha già dimostrato eccellenti capacità C-RAM e VSHORAD, non ci sono ancora conferme delle sue prestazioni contro le minacce emergenti (droni, loitering munition), tanto che si parla insistentemente dello sviluppo di una nuova variante.

anteprima logo RID La guerra navale tra Iran e Israele

E’ la seconda dimensione del conflitto Israele-Iran: quella marittima. Il Wall Street Journal ha rivelato che gli israeliani hanno condotto, dal 2019, una dozzina di attacchi contro petroliere iraniane dirette in Siria. Un’azione sistematica per interrompere rifornimenti in favore del regime, ma anche un “raddoppio” rispetto ai raid aerei condotti in territorio siriano per distruggere missili ed equipaggiamenti inviati sempre dagli ayatollah. Interessante che, qualche ora dopo lo scoop, da Teheran hanno sostenuto che una loro portacontainer, diretta in uno scalo in Siria, era stata colpita, episodio che aveva causato un principio di incendio. La storia è stata accolta con prudenza, anche se qualche osservatore l’ha collegata al sabotaggio di una nave israeliana, la HELIOS RAY, danneggiata qualche settimana fa nel Golfo di Oman. Allora si è parlato di mine.  Ora, andando oltre i singoli eventi, è chiaro che siamo entrati in una fase piuttosto delicata, con un confronto geograficamente esteso. Tutta l’area che va da Hormuz fino al Mediterraneo è suscettibile di sorprese, con il traffico civile che diventa un bersaglio. Uno scenario non inedito – in passato Usa e Israele hanno intercettato cargo sospettati di trasferire armi – ma che ora vede molti attori. Fazioni guerrigliere e Marine militari di paesi minori perfezionano tecniche, adattano mezzi o ne comprano di nuovi per condurre una guerra che spesso definiamo “segreta”, anche se poi avviene sotto gli occhi di tutti. Con un doppio fronte. Oltre a quello offensivo, c’è la componente difensiva: tutela dei porti, protezione delle proprie rotte, lavoro di intelligence a lungo raggio. Da qui le missioni dei sottomarini e lo sviluppo di navi-madre pensate per sostenere incursori. 

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