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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Gli IRON DOME americani verso il Golfo

Come noto lo US Army ha recentemente acquisito 2 batterie del sistema missilistico di difesa aerea israeliano a corto raggio IRON DOME

anteprima logo RID Al via i Marine Littoral Regiment

Dopo dolorose chiusure e tagli di unità e programmi, lo USMC ha annunciato che il progetto triennale per la creazione dei nuovi Marine Littoral Regiment (MLR) inizierà quest’anno, con la volontà di raggiungere la capacità operativa iniziale a partire dal Financial Year (FY) 2022. Il portavoce del glorioso Corpo americano, il Maggiore Josh Benson, ha infatti informato la stampa sui prossimi passi del progetto che vedrà gli MLR muovere i primi passi affrontando test, esercitazioni, wargaming e simulazioni. Il primo passo sarà quello di costruire la prima nuova unità. Si partirà da una già esistente, il 3rd Marine Regiment, basato alle Hawaii, che verrà rimodellato secondo la nuova struttura e le professionalità richieste, andando ad inglobare anche altre unità presenti nell’arcipelago. L’obiettivo è quello di modellare il primo MLR per essere pronto ad agire in un futuro scenario di guerra “dispersed”, secondo quanto previsto nella fase 3 del Force Design dello USMC promosso dal Comandante del Corpo, il Generale David Berger. La nuova unità avrà un organico limitato a 1800/2000 Marines e marinai, con un taglio di circa la metà degli attuali effettivi del 3rd Marine Regiment, e un’organizzazione interna articolata su un Littoral Combat Team, un Littoral Logistic Battalion e un Littoral Anti-Air Battalion. Pur mantenendo una completa apertura mentale e strutturale a qualsiasi miglioramento e modifica, si profilano 2 sfide importanti all’orizzonte del MLR. La prima vera difficoltà sarà quella di combattere la resistenza al cambiamento che un tale innovativo progetto porterà nell’organizzazione dei Marines basata sulla famosa Marine Air Ground Task Force (MAGTF). La seconda sfida è rappresentata dalla rinnovata integrazione con la US Navy da cui dipende pesantemente la riuscita del progetto MLR, secondo quanto previsto nei condivisi concetti del Littoral Operations in a Contested Environment (LOCE) e Expeditionary Advanced Based Operations (EABO). A tal riguardo, il Tenente Generale Lewis Craparotta, Comandante del Marine Corps Training and Education Command, ha comunicato che quest’ultimo sta lavorando su una prima bozza di manuale operativo per la condotta delle EABO.

anteprima logo RID Grecia RAFALE, formalizzato l’accordo

I  Ministri della Difesa francese Florence Parly e greco Nikolaos Panagiotopoulos hanno formalizzato un accordo, del valore di 2,5 miliardi di euro, per la fornitura alla Grecia di 18 caccia RAFALE. In particolare, di questi 18 aerei, 12 saranno di seconda mano, prelevati dalla linea combat dell'Aeronautica Francese, e 6 di nuova produzione. Una prima tranche di 6 esemplari usati verrà consegnata a partire da luglio e seguita, nella primavera del 2022, dai 6 aerei nuovi. L’ultima tranche di 6 RAFALE di seconda mano verrà infine consegnata nei primi mesi del 2023.

anteprima logo RID Gli aerei cinesi minacciano Taiwan

Il Ministro della Difesa di Taiwan ha confermato che una doppia formazione di 8 bombardieri e 4 caccia di scorta dell’Aeronautica Cinese hanno violato, non autorizzati, la Air Defence Identification Zone (AIDZ) dell’Isola. Tale sconfinamento ha rappresentato una preoccupante novità rispetto agli usuali voli di ricognizione della PLA Air Force, normalmente effettuati con un singolo velivolo, ai confini dell’area in questione. La formazione cinese, composta da 8 bombardieri H-6K, in grado di trasportare anche armi nucleari, e 4 caccia J-16, ha sorvolato in formazione d’attacco la zona a sud delle isole Pratas approcciando minacciosamente l’isola di Taiwan. Alla formazione aerea cinese, a cui si è aggiunto anche il volo di un Y-8 antisom nella medesima area, la forza aerea di Taiwan ha risposto illuminando i velivoli cinesi con i propri radar del tiro, comunicando tramite radio i propri warnings e facendo levare in volo i propri caccia. Nonostante Pechino continui a ritenere Taiwan parte integrante del proprio territorio e non riconosca il Governo di Tapei, è la prima volta che una formazione da combattimento di questo tipo forza le difese dell’Isola per verificarne le procedure d’ingaggio e i tempi di reazione. L’unico evento similare è quello che si registrò, circa un anno fa, durante la visita di una delegazione ufficiale americana a Taipei, quando una formazione aerea cinese violò la linea mediana dello Stretto di Taiwan, ritenuto il confine non ufficiale tra i 2 territori. Alle reazioni e proteste del Governo di Taipei non sono arrivate risposte ufficiali dal Governo cinese. Tutto questo mentre l’Aircraft Carrier Group della USS THEODORE ROOSEVELT entra nel Mar Cinese Meridionale con la missione di promuovere la “libertà di navigazione” e rinvigorire le relazioni internazionali con i Paesi dell’area con lo scopo di rinforzare la sicurezza marittima. Secondo quanto confermato dal Comando americano nel Pacifico (PACOM), la ROOSVELT è accompagnata nella sua attività nel South China Sea dallo USS BUNKER HILL, classe TICONDEROGA, e da 2 caccia USS RUSSELL e JOHN FINN, classe ARLEIGH BURKE.

anteprima logo RID Il punto debole dell'accordo ONU sulla Libia?

I progressi nei negoziati ONU per risolvere la crisi libica sono arrivati a un punto di svolta. Negli ultimi 2 giorni, i 75 delegati del Libyan Political Dialogue Forum hanno trovato un accordo sul meccanismo per scegliere il nuovo Consiglio Presidenziale e il Primo Ministro. Separatamente, si è arrivati a un accordo anche sulla riforma della Costituzione e sul referendum per convalidarla, un passo necessario per svolgere le elezioni presidenziali e politiche del 24 dicembre entro una cornice di piena legalità. Non tutti gli attori, libici ed esterni, appoggiano questi passi in avanti. I progressi infatti determinano inevitabilmente vincitori e sconfitti. Dai negoziati, chi esce ridimensionato è il Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) Sarraj. Presto potrebbe dover lasciare l'incarico, sacrificando le ambizioni politiche sull'altare della riunificazione del Paese. Sarraj non sembra essere riuscito a catalizzare attorno a sé il supporto necessario, al contrario di alcuni suoi rivali come Maitig (capace di stringere accordi con Haftar e l'Est per la riapertura dei pozzi e accelerare una riforma fondamentale come la riunificazione del tasso di cambio) e Bashagha (attento ad accreditarsi anche tra gli sponsor esterni delle forze della Cirenaica come uomo in grado di tenere a bada le milizie dell'Ovest). In quest'ottica va letta la creazione dell'ASS, l'Autorità di Supporto alla Stabilità con cui Sarraj si è blindato dietro ad alcune potenti milizie tripoline. Parallelamente, dall'intesa ONU esce ridimensionata anche la politica degli EAU. Nei fatti, fin dal 2019 Abu Dhabi è stata risolutamente contraria a una soluzione politica della crisi, interpretando la Libia come un altro teatro dello scontro regionale con la Turchia e della lotta contro l'islamismo politico. Qualsiasi accordo, oggi, certificherebbe invece un certo grado di influenza di Ankara nel Paese, vista la sua presenza in Tripolitania e gli accordi militari ed economici stretti con il GUN nell'ultimo anno. Come nelle fasi più accese del conflitto, in queste settimane si sono registrati numerosi voli tra gli EAU e la Cirenaica, indizio di un possibile arrivo di rinforzi in vista di una futura ripresa delle ostilità. La ripresa di tali voli è coincisa con l'avanzamento dei lavori negoziali. In più, altri sponsor delle forze della Cirenaica come Egitto e Francia hanno ormai abbandonato l'idea di una soluzione militare, lasciando Abu Dhabi ulteriormente isolata. Quanto alla Turchia, l'accordo ONU dà una patente di legittimità alla sua presenza in Libia, ma non fornisce alcuna garanzia per quanto riguarda il grado di influenza sulla politica libica che Ankara sarà in grado di esercitare. In più, con un accordo in essere e la riunificazione incipiente, aumenta la pressione per il ritiro delle migliaia di mercenari siriani che la Turchia ha portato nel Paese dal 2020.  Su questo sfondo, tanto Sarraj quanto Abu Dhabi e Ankara avrebbero interesse a far deragliare i negoziati, o perlomeno a congelare la situazione. Non è un caso che non appena raggiunto un accordo in sede negoziale, un comunicato congiunto di Francia, Germania, Italia, UK e USA abbia messo in guardia qualsiasi attore dall'interferire con il processo di riunificazione, pur senza fare nomi. Resta il fatto che i negoziati hanno un punto debole molto evidente: il controllo del territorio nelle zone sensibili del Paese, come la capitale dove hanno sede le istituzioni principali, non è affatto assicurato. Il panorama variegato di milizie che si spartiscono la capitale ha dimostrato più volte, in passato, di mutare al di fuori di qualsiasi schema ideologico e inseguendo solo la convenienza del momento. Per questa ragione, negli ultimi anni, queste stesse milizie sono state corteggiate da alcune potenze esterne, Turchia e EAU inclusi. In una fase in cui l'accordo ONU mette in cattiva luce le milizie e ne minaccia la legittimità, non si può escludere che i Paesi più desiderosi di interrompere la riunificazione libica aumentino le loro offerte ai gruppi armati. La frattura creata da Sarraj con l'ASS, che si oppone alle forze sotto il controllo del Ministero dell'Interno (Bashagha) e ad alcune potenti milizie misuratine attestate nei pressi della capitale, potrebbe perciò presentare un'occasione insperata e preziosa per raggiungere l'obiettivo di far deragliare i negoziati.       

anteprima logo RID Libia, nuovo cartello di milizie a sostegno di Sarraj

Con il decreto n.38 datato 18 gennaio, il Premier del Governo di Unità Nazionale (GUN) libico Fayez al-Sarraj ha riscritto la geografia della sicurezza a Tripoli, con una mossa che può avere ripercussioni ben al di là della fase attuale della crisi. Il provvedimento, infatti, ha annunciato la creazione della “Autorità di supporto alla stabilità” (ASS), un nuovo apparato di sicurezza che dipende direttamente da Sarraj e quindi non rientra nella catena di comando né del Ministero dell’Interno né di quello della Difesa, cioè i dicasteri che finora avevano appannaggio esclusivo delle forze di sicurezza dell’Ovest. In più, l’ASS può contare su ulteriori spazi di autonomia visto che potrà basarsi su una linea di finanziamento del tutto indipendente. In questo modo, Sarraj ha dato una nuova patente di legittimità alle milizie a lui più fedeli. L’organigramma dell’ASS infatti prevede un presidente e 3 vice, tutti quanti scelti tra i miliziani che, negli ultimi mesi, si sono schierati con il premier contro il suo principale rivale politico, l’attuale Ministro dell’Interno Fathi Bashaga. Al vertice, Sarraj ha nominato Abdelghani al-Kikli, capo delle Forze di Abu Salim o Forza Gnewa, che sarà affiancato da Ayyub Bourras, comandante in ascesa delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli, da Hassan Buzariba, capo di una milizia di Zawiya, e Mosa Abu Al-Qassem Mosa Masmus. La mossa replica su scala maggiore una decisione analoga che risale a metà dicembre, quando la Forza RADA, tra le milizie più potenti della capitale e in controllo dell’aeroporto di Mitiga, era stata posta alle dirette dipendenze di Sarraj. Il motivo di questi cambiamenti nel panorama delle milizie tripoline va rintracciato nel braccio di ferro in corso da tempo tra Sarraj e Bashaga. Strisciante ma evidente fin dall’insediamento di Bashaga nell’autunno 2018, la tensione con il Premier è esplosa con il venir meno della minaccia di Haftar sulla capitale (giugno 2020). Da allora, il titolare dell’Interno non ha mai fatto mistero dell’ambizione di guidare il Paese. Per raggiungere l’obiettivo ha scelto 2 strade: l’accreditamento internazionale trasversale (ha fatto la spola tra Turchia e Francia, con più fortuna a Parigi che ad Ankara) e l’isolamento di Sarraj. Queste 2 direttrici si incrociano nella lotta senza quartiere che Bashaga ha dichiarato alle milizie, limitandone i traffici e lanciando operazioni anti-corruzione (l’ultima, denominata “Caccia al serpente”, annunciata l’8 gennaio). Nella prospettiva di Sarraj, la creazione dell’ASS serve quindi come garanzia per la sua sopravvivenza politica a breve termine. Ma i suoi effetti vanno potenzialmente molto più in là della parabola politica dell’attuale Premier. Prima di tutto perché crea ostacoli enormi a qualsiasi processo di riforma della sicurezza in Libia. Dal 2012, ogni tentativo fallisce perché cerca di accontentare milizie e gruppi armati invece di scardinarne il controllo sul territorio come premessa. L’ASS, di fatto, sancisce ancora una volta la regola che chi controlla fisicamente le istituzioni nella capitale ha in mano le chiavi del Paese, e rappresenta una linea di faglia ulteriore nel già frammentato panorama politico-securitario tripolino. In secondo luogo, perché crea per il nuovo GUN, che si deve insediare provvisoriamente in vista delle elezioni di dicembre, gli stessi problemi che aveva incontrato Sarraj nel 2016. Sarraj era riuscito a mettere piede a Tripoli solo dopo un patto con le milizie che si spartivano la città. Da allora ne è stato ostaggio in vario grado. Da ultimo, l’ASS può provocare un riassestamento vasto degli equilibri di potere tra le milizie attive in Tripolitania. Se l’organismo iniziasse davvero ad accedere a canali di finanziamento privilegiati (cosa non scontata, vista l’acredine tra Sarraj e il capo della Banca Centrale Libica al-Kabir), presto l’ASS verrebbe “corteggiato” da altre milizie locali desiderose di entrare nella spartizione di queste risorse e acquisirebbe una dimensione più vasta e un peso specifico maggiore. Non va poi sottovalutata la possibilità che iniziative di questo tipo vengano abilmente sfruttate dalla Turchia, potenza che sta attivamente cercando di radicarsi nell’Ovest anche attraverso la tessitura di una rete di alleanze locali a tutti i livelli. L’ASS non sembra avere particolari rapporti privilegiati con Ankara, allo stato attuale, né legami ideologici profondi su cui far leva. Tuttavia, le dinamiche del conflitto tra milizie in Tripolitania poggiano su una dimensione fortemente pragmatica, che ha costantemente travalicato qualsiasi tentativo di schematizzazione e riconduzione a schieramenti ben definiti. Da questo punto di vista, l’ASS potrebbe attirare l’attenzione della Turchia per altri motivi: il controllo del territorio in quelle parti di Tripoli dove sono concentrate le istituzioni politiche ed economiche principali, il radicamento in località-chiave per il controllo dei traffici (Zawiya), la rivalità con quei gruppi armati che, in questa fase, sono schierati a favore di Bashaga, l’uomo politico dell’Ovest più sensibile alle istanze di Francia ed Egitto, sponsor tradizionali delle forze della Cirenaica e rivali di Ankara sul piano regionale. Un eventuale attivismo turco per supportare una realtà come l’ASS mirerebbe, probabilmente, anche a marginalizzare i principali referenti di altri Paesi nell’Ovest libico, Italia in testa. Se la competizione tra Roma e Ankara si spostasse dal piano “legale” (addestramento delle FFAA e forze di sicurezza, accordi bilaterali con la Difesa) a quello “coperto”, asimmetrico, delle milizie, i turchi si troverebbero avvantaggiati. Più in generale, lo sviluppo di veri e propri referenti locali, capaci di agire come proxy anche nel caso in cui la presenza dei mercenari siriani diventasse politicamente insostenibile, assicurerebbe ad Ankara una presa più profonda sulle vicende libiche. L’influenza su gruppi armati attivi nella capitale (peraltro cercata con insistenza anche da parte di attori ostili alla Turchia, come gli EAU con settori delle Brigate Rivoluzionarie di Tripoli) permetterebbe di regolare meglio tempi e modi della riunificazione effettiva del Paese, punto che resta in cima all’agenda italiana.

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