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Argomento Selezionato: Geostrategia
anteprima logo RID Raid Soleimani: qualche dettaglio e prime conseguenze

Emergono i primi dettagli sul raid americano che ha causato l’uccisione del Comandante dei Pasdaran Qasem Soleimani – rimpiazzato dal suo vice Ismail Ghaani - e quello delle milizie irachene filo iraniane Hashd al-Shaabi, Abu Mahdi al-Muhandis. 

anteprima logo RID Gli Americani uccidono Qasem Suleimani

Su ordine impartito direttamente da Trump, gli Americani hanno ucciso oggi a Baghdad il Generale iraniano Qasem Suleimani, Comandante dell’unità Al Quods, l’unità per le operazioni all’estero dei Pasdaran. Il raid dovrebbe essere stato condotto con un drone e costituisce la risposta ai fatti di questi giorni che avevano visto l’assedio dell’Ambasciata USA a Baghdad da parte di miliziani filo-iraniani e gli attacchi a colpi di razzi contro alcune basi americane in Iraq. In realtà, il raid giunge al termine di mesi e mesi di tensione tra Iran e Stati Uniti in tutto il Medio Oriente e dopo che il “patto” in funzione anti-Daesh tra Teheran e Washington sull’Iraq era di fatto andato in frantumi. L’episodio ha già fatto salire la tensione e livelli altissimi ed impennare il prezzo del petrolio, e potrebbe innescare la reazione iraniana contro obbiettivi americani ma anche sauditi o israeliani portando ad una guerra. Tuttavia, una rappresaglia così apparentemente sproporzionata potrebbe anche rappresentare un atto per ristabilire il deterrente americano chiarendo la determinazione di Washington a non tollerare ulteriori condotte aggressive da parte di Teheran che, a questo punto, si troverebbe di fronte al dilemma se accettare apertamente la sfida di Trump, presumibilmente incorrendo in costi ancor piu alti, oppure lasciare quanto in questa fase diminuire la tensione ed optando magari piu in avanti per una risposta indiretta di minore entità. Certo è che il bersaglio è veramente di quelli di altissimo livello. Il Generale Suleimani era nei fatti l'artefice di tutte le “trame” iraniane all’estero ed il gestore dei legami con i cosidetti “proxi” di Teheran: da Hezbollah, passando per le milizie sciite irachene, fino agli Houthi yemeniti, ecc. L’unità Al Quods di cui era a capo costituisce una sorta di mix tra un’unità paramilitare di un’agenzia d’intelligence ed un’unità di forze speciali. Se vogliamo la possiamo assimilare agli Spestnaz del GRU, il Servizio Segreto Militare russo, ed è specializzata in sabotaggi, propaganda/sovversione, assistenza militare, eliminazioni mirate ed atti di terrorismo. Vedremo a questo punto se e come Teheran vorrà vendicare Suleimani, ma è chiaro adesso che il gioco è cambiato e la posta aumentata enormemente, avvicinandosi pericolosamente, dopo 40 anni di conflitto indiretto tra Teheran e Washington, ai crismi della guerra aperta.

anteprima logo RID Altri 14.000 soldati USA in Medio Oriente?

Gli USA starebbero pensando di incrementare la loro presenza militare nel Medio Oriente con altri 14.000 soldati. Le voci circa questa eventualità si stanno rincorrendo ormai da giorni, alla luce di tensioni con l’Iran sempre più forti, e trovano ulteriore alimento dagli ultimi episodi accaduti in questi giorni. Il primo è il sequestro da parte del caccia tipo ARLEIGH BURKE USS FORREST SHERMAN – sequestro confermato da un portavoce del Pentagono – di un carico di componenti per missili di sospetta origine iraniana a bordo di un’imbarcazione (sembra) diretta in Yemen. L’altro episodio è un attacco contro la base aerea irachena di Al Asad, il principale hub del dispositivo militare americano nel Paese, non rivendicato da nessun gruppo, e condotto con droni, anche se alcune fonti parlano di razzi. A ciò bisogna aggiungere un’intensificazione dell’attività ricognitiva nei confronti di obbiettivi americani nell’area da parte di droni operati dalle milizie filo-iraniane.

anteprima logo RID La fine del Trattato INF e i nuovi equilibri/squilibri strategici

Per ragioni che sono sin troppo facilmente comprensibili, le armi nucleari sono un argomento che suscita idee e reazioni molto decise, e fortemente motivate. Il loro ruolo nel garantire il deterrente sull’arco di molti decenni, e così impedire lo scoppio di conflitti su larga scala, è innegabile e anzi platealmente evidente - e questo non solo in relazione alla rivalità Oriente-Occidente, ma anche in Medio Oriente e nel Sub-Continente indiano. Ma nonostante questo, la terrificante percezione di quali sarebbero le conseguenze, se il deterrente dovesse fallire, fa sì che anche analisti ed esperti che non potrebbero essere più distanti da posizioni pacifiste e disarmiste su base unilaterale arrivino talvolta a vedere le armi nucleari come una specie di spada di Damocle sospesa in permanenza sulla testa dell’intera umanità, e a ritenere che il mondo sarebbe un posto sostanzialmente migliore e più sicuro se queste armi potessero essere “disinventate” o quanto meno eliminate dagli arsenali a disposizione di un certo numero di Potenze. Una delle conseguenze di questo giudizio ambivalente circa il ruolo e le funzioni delle armi nucleari nel mantenere la pace globale (o almeno una situazione di “non-guerra” per quanto riguarda le maggiori Potenze) è che qualsiasi mossa, decisione o serie di circostanze che vengano viste come suscettibili di minacciare l’equilibrio strategico esistente - un equilibrio magari precario, ma pur sempre un equilibrio - suscitano subito preoccupazioni e allarmi, con drammatiche previsioni (più o meno giustificate) circa le possibili conseguenze a lungo termine. La fine del Trattato INF (1), preceduta dall’abbandono del Trattato ABM, e i sempre maggiori dubbi che circondano un eventuale rinnovo del Trattato New START dopo la sua espirazione naturale nel febbraio 2021, segnalano la fine di un processo pluridecennale per la limitazione degli armamenti nucleari strategici in possesso di Stati Uniti e URSS (poi Russia). Questo processo era stato beninteso avviato e mantenuto dalle 2 maggiori Potenze nucleari non per considerazioni pacifiste ma piuttosto in vista dei loro rispettivi interessi strategici, ma aveva comunque garantito una stabile situazione di equilibrio con l’accettazione del concetto della distruzione reciproca assicurata (MAD, Mutual Assured Destruction). L’abbandono di questo processo indica con grande chiarezza come si stia andando verso una fondamentale revisione degli equilibri strategici a livello globale, con importanti conseguenze sul concetto di MAD in quanto tale e sui vari sistemi che le Potenze nucleari potranno adottare per garantirlo o al contrario per negarne la validità.

anteprima logo RID Il potenziale militare degli Houthi

Generalmente quando si parla degli Houthi si tende a trattarli come un'organizzazione ribelle semplicemente controllata dall'Iran. In realtà gli Houthi, quanto meno dalla presa del potere in Yemen, sono molto di più: sono un gruppo molto strutturato che controlla una buona parte del vecchio apparato statale yemenita e che può essere considerato una sorta di Hezbollah del Golfo. In pratica, qui siamo ben oltre il classico proxi di una potenza "patrona", ovvero siamo di fronte ad un qualcosa di più complesso ed articolato che, pur avendo un chiaro patrono esterno, ha pure capacità, comportamenti, risorse e potenzialità che sono tipiche degli stati. Difficilmente, infatti, si potrebbe spiegare la forza del gruppo, che sta tenendo da anni in scacco la più moderna macchina da guerra del Medio Oriente dopo quella israeliana, ricorrendo semplicemente alla relazione tra gli Houthi e l'Iran. C'è qualcosa di più, come vedremo in questo articolo, con molteplici variabili in gioco. Nato come movimento separatista di guerriglia di confessione zaidita (ramo sciita), gli Houthi si sono poi affermati come una (quasi) organizzazione statuale dopo la conquista della capitale dello Yemen, Sanaa, e di buona parte dello stato nel 2014-2015 (su Houthi e conflitto yemenita si veda anche RID 4/10). Un'espansione fermata solo dall'intervento a guida saudita che ha reinstallato il Presidente Hadi nel sud del Paese e che ha innescato il conflitto secondo uno spartito in corso ancora oggi. Inizialmente il successo del movimento è stato reso possibile dall'alleanza tattica con le forze fedeli all'ex Presidente Saleh - costretto ad abbandonare il Paese dopo la Primavera Araba del 2011 ed ansioso di rimettere le mani sul potere perduto - che hanno garantito supporto politico, agganci fuori dalla roccaforte settentrionale di Sadah, expertise e capacità militari, a partire da quelle della Guardia Repubblicana. Tuttavia, con l'assassinio di Saleh nel 2017 da parte degli stessi Houthi, che accusavano l'ex Presidente di doppiogiochismo con l'Arabia Saudita, l'alleanza è venuta meno anche se alcune forze del vecchio mondo di Saleh sono di fatto state assorbite dagli Houthi nella loro nuova struttura statuale. Sì perchè il movimento, una volta preso il potere, ha consolidato progressivamente il controllo sugli apparati del vecchio stato yemenita dandosi una struttura al cui vertice c'è il Supreme Political Council (SPC) guidato dal Presidentissimo Mahdi Al-Mashat (1), Comandante delle Forze Armate houthi e sostituto di Saleh Ali al-Sammad, ucciso in un raid aereo saudita nell'aprile 2018. Dall'SPC dipendono la branca amministrativa, che in parte, come si diceva, coincide con quella del vecchio stato yemenita, e la branca militare, ovvero le Forze Armate, di cui cercheremo di parlare in dettaglio in questo lavoro. In questi anni, gli Houthi hanno dimostrato di saper gestire la parte del Paese sotto il proprio controllo, applicando un capillare e coercitivo regime di tassazione e facendo leva sul tessuto di piccoli e medi funzionari che sostanziava la precedente struttura amministrativa. Oltre che dalle tasse, le entrate provengono in larga parte dai traffici e dal porto di Hodeidah sul Mar Rosso, l’unico ancora in mano agli Houthi, ma sotto assedio e "protetto" da un cessate il fuoco umanitario negoziato all'ONU. Da Hodeidah passa il 70% degli aiuti umanitari per lo Yemen, che in buona parte gli stessi Houthi rivendono per sostenere il proprio sforzo bellico.

anteprima logo RID I Curdi e la politica di potenza

I Curdi hanno raggiunto un accordo preliminare con il Governo di Damasco e la Russia per consentire il dispiegamento delle forze di Assad del Nordest della Siria. Il rischieramento è iniziato ieri e le forze fedeli ad Assad sono già a Manbij, sono segnalate in direzione di Ain Issa, mentre altre unità sono entrate a Raqqa e nella base aerea di Tabqa, da dove si sono ritirate le forze americane presenti fino a pochi giorni fa. Nel frattempo l’offensiva turca sta rallentando attorno alle città di confine di Tal Abyad e Ras Al Ayn, anche se le forze turche ed i miliziani filo Erdogan si sono spinti fino all’autostrada M4 – importante arteria di comunicazione tra Hasakah e Kobane - nell’area tra le 2 cittadine. Vedremo se adesso ci sarà un confronto tra Turchi e Siriani oppure se verrà semplicemente raggiunta una “soglia di spartizione” tra Ankara e Damasco, sotto la mediazione russa, come accaduto per Aleppo e Idlib. Ancora una volta, pertanto, in Medio Oriente la fa da padrona la logica della politica di potenza, una logica che l’Europa e l’Occidente in generale non sembrano più in grado di capire e gestire.

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