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RID - Rivista Italiana Difesa 08-01-2020 Gli aspetti navali della crisi Iran-Usa data: a cura di:

E’ da quasi 30 anni, dalla fine della guerra con l’Iraq del 1980-1988, che Teheran si prepara a colpire nel Golfo Persico e nel vitale choke-point dello Stretto di Hormuz, impiegando anche in uno scenario aeronavale tattiche di guerra asimmetrica e ibrida. Negli anni ’70 lo Scià aveva avuto ambizioni alturiere, per una flotta sino a quel momento negletta, rispetto ai giganteschi programmi di potenziamento avviati per Esercito e Aeronautica: mentre i suoi quadri venivano accuratamente preparati nelle accademie occidentali (Livorno in testa), super cacciatorpediniere dagli Stati Uniti, fregate e sommergibili tedeschi, unità leggere d’attacco francesi erano nella lista della spesa dell’allora Impero persiano. Programmi poi cancellati – con l’eccezione delle FAC tipo COMBATTANTE francesi – dalla caduta di Reza Pahlavi, nel 1979. La flotta iraniana affrontò così la guerra degli anni ’80 con rugginosi residuati bellici, e con un pugno di unità moderne, gradualmente affiancate da mezzi di fortuna e tattiche asimmetriche messe in campo dalla componente navale dei Pasdaran. Ed è lungo questa linea che la capacità di interdizione navale iraniana si è sviluppata, dagli anni ’90. Da un lato, sfruttando al massimo gli assetti tradizionali esistenti nella componente di superficie, con le 3 sole fregate leggere classe ALVAND (una quarta è stata affondata dalla US Navy nel 1988) e le 2 corvette classe “Bayandor”; navi degli anni ’60-‘70, benché ammodernate con missili ed elettronica cinese. Dal 2010 sono così state completate 2 o 3 fregate leggere classe JAMARAN, derivate dalle ALVAND: (una delle quali perduta per incidente nel 2018, ma forse riparabile), mentre altre 4 o 5 sono in costruzione o pianificate, compresa una versione più grande con capacità potenziate. Da anni si parla poi della costruzione di una classe (KHALIJ-E FARS) di cacciatorpediniere ottimizzati per la difesa antiaerea e di forte tonnellaggio, anche se i dati restano incerti, e potrebbero riferirsi solo a una grande unità multiruolo, comando e addestrativa; le agenzie di stampa iraniane tendono sempre a esagerare le caratteristiche del naviglio nazionale, e anche le piccole fregate (classificabili come corvette) vengono spesso indicate quali cacciatorpediniere; e queste unità servono più che altro a mostrare la bandiera. E’ nel rafforzamento della sua flotta subacquea con prodotti indigeni e insidiosi, che Teheran sta investendo, affiancando ai 3 KILO Type-877EKM degli anni ’90 ammodernati di recente, un paio di battelli “medi” classe BESAT (in costruzione dal 2015), i 4 costieri tipo FATEH – col primo operativo dal 2019 - , più una trentina di minisommergibili tipo GHADIR e YUGO, parte costruiti in Corea del Nord, parte localmente. C’è poi il “pulviscolo di microbi” che sarebbe piaciuto all’Ammiraglio Aube, teorico della Jeune École di fine ‘800, che alle più tradizionali FAC vecchie e nuove (comprese 9 COMBATTANTE/KAMAN realizzate localmente, mentre le 7 superstiti della flotta imperiale sono state modificate), negli ultimi 20 anni ha affiancato centinaia di unità leggere d’attacco superveloci e di dimensioni ridotte, super manovrabili, di progettazione o costruzione cinese, nordcoreana, ma anche occidentale (si pensi alle vedette della FB Design di Annone realizzate proprio a cavallo tra anni ’90 e 2000). Mezzi caratterizzati da varie soluzioni innovative – idrogetti, scafo a catamarano, in alluminio e leghe speciali – capaci di raggiungere i 50 o 60 nodi, armati con missili leggeri antinave, siluri, lanciarazzi anticarro, capaci di rilasciare mine o dotati di blindature in kevlar: più che adatti a lanciare attacchi “a saturazione” (in collaborazione con aerei, droni e sommergibili) contro navi mercantili o militari nelle ristrette acque di Hormuz. In questi “sciami” si trovano sempre più anche unità autonome sucide, impiegate non a caso pure dai proxi Houthi in Yemen. D’altra parte, non va dimenticato che l’Iran si addestra a questi scenari da quasi 20 anni, che ha rielaborato le negative esperienze della guerra contro l’Iraq (e gli scontri sostenuti con conseguenze disastrose con la US Navy nel 1987-1988), e che nelle guerre in Libano del 2006, e nello Yemen dal 2015, ha indirettamente fatto pratica. Già gli Hezbollah avevano colpito 14 anni fa una sofisticata corvetta israeliana con missili NOOR/C-802 e tecnologie sino-iraniane. Gli Houthi, addestrati ed equipaggiati da Teheran, hanno impiegato contro i moderni assetti navali della coalizione araba barchini esplosivi, droni, mine di vario modello, batterie missilistiche costiere, cogliendo diversi successi, e attaccando anche il naviglio mercantile, in uno scacchiere (lo stretto di Bab el-Mandeb) che ha caratteristiche simili a quello di Hormuz; sebbene – anche questo va sottolineato - tutti gli attacchi portati a naviglio americano siano stati respinti. Fuori dal Golfo Persico, le navi iraniane in battaglia avrebbero vita tanto agitata quanto breve; ma nel cortile di casa, dove la US Navy già subì perdite e danni per mano dei meno attrezzati iracheni tra 1987 e 1991, la faccenda potrebbe farsi molto seria.


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