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RID - Rivista Italiana Difesa 30-06-2021 Le armi anti-sbarco data: a cura di:

Gli sbarchi hanno spesso rappresentato il modo per cercare di acquisire il controllo di choke points strategici (Gibilterra 1704, Aden 1839, Dardanelli 1915, Suez 1956), oppure il punto d’inizio di un’invasione (Marsala 1860, Norvegia 1940, Guadalcanal 1942, Sicilia 1943, Normandia 1944, Wonsan 1950). Si tratta quindi di operazioni d’importanza strategica, che hanno di conseguenza generato una ampia gamma di soluzioni per contrastarle. Storicamente le batterie costiere sono state dedicate prevalentemente a respingere tentativi di sbarco. La gittata relativamente scarsa delle artiglierie ha per lungo tempo limitato i duelli tra navi e batterie costiere a 15-20 km al massimo. Poi l’arrivo dei missili antinave lanciati da terra (vedi RID novembre 2015) e, soprattutto, la disponibilità di sistemi di sorveglianza aerea e spaziale, hanno cambiato drasticamente i termini del problema. Alcuni Paesi (Russia, Cina, Iran) hanno addirittura adottato un vero e proprio concetto strategico che prevede di impedire o ostacolare le operazioni aeronavali a lunga distanza dalle coste, estendendo notevolmente la zona di minaccia sotto il nome di Anti Access/Area Denial (A2/AD), in contrapposizione al concetto di Power Projection Ashore perseguito principalmente dagli USA e dalla NATO, con gli Strike Group navali (portaerei e/o navi anfibie).

Tutto l'articolo è disponibile su RID 7/21 in edicola.


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